Michele Trecca, La mia città

La mia città

(per una concezione urbanistica della letteratura) 

di Michele Trecca

uno


Al centro della mia città c’è un vuoto. È un luogo abbandonato, ma protetto. Anzi: recintato. È grande quanto un campo di calcio, o forse più. Se fosse un cuore, sarebbe enorme. Un tempo era un ippodromo. Ci facevano le corse dei cavalli. Io, però, ricordo soltanto la tribunetta diroccata, rimasta per anni a troneggiare fra gli sterpi in quello spazio a lungo aperto ed accessibile, dopo il trasferimento dell’ippodromo in un paesino della provincia.
Certe mattine, in quell’area libera, ci andavamo a correre. La gente ci portava a passeggiare il cane. Qualcuno raccoglieva verdure. Io già immaginavo un parco… con le mamme, i bambini e tutte quelle figure lì, da sussidiario. Un giorno, invece, hanno tirato su la rete metallica. È stato un po’ come a Berlino con il Muro: dall’altra parte, prima ci potevi andare, poi all’improvviso non più. Vietato. Interrotto il naturale corso delle cose. Senza un perché.
Il posto di cui parlo è affianco alla villa comunale, parallelo ad essa, appena un po’ più rientrato. Tra l’uno e l’altra c’è una strada, come il corridoio di mezzo che in un appartamento separa le due ali della casa. La villa è il vano lungo ed affaccia sulla piazza principale. È un rettangolo, un tratto verticale che unisce la circonvallazione interna al centro. Quello che un tempo era l’ippodromo si sviluppa, invece, soprattutto in orizzontale. A metà strada, infatti, cede il passo a dei solidi e decorosi caseggiati popolari, che lo mettono al riparo dagli sguardi frettolosi e lascivi del via vai della massa.
Per questo, in quella strada – dove è l’ingresso dell’ex ippodromo – un tempo ci andavano i ragazzi a consumare i loro primi amori. Le coppiette senza macchina – allora erano tante – protette dagli alberi frondosi che lo costeggiano si addossavano al muro perimetrale dell’ippodromo e si scambiavano carezze.
Oggi, invece, al centro della mia città c’è un vuoto. La mia città non ha un cuore.

due

Da oltre vent’anni recensisco testi di narrativa italiana contemporanea ed altro, più d’una volta dunque mi è capitato di chiedermi che giova al critico il suo mestiere se i libri di cui egli parla in realtà li leggono in pochi.
La domanda è lecita: i dati, infatti, sono inquietanti. L’Associazione Italiana Editori durante gli Stati Generali del 2006 (la modestia, evidentemente, non fa difetto a certe categorie) ha diffuso un Libro Bianco in cui si sostiene che se la Calabria avesse avuto negli anni ‘70 il tasso di lettura della Liguria, oggi avrebbe una produttività di 50 punti più alta. Oppure: se nelle regioni del Centro-Sud il tasso di lettura fosse stato pari a quello nazionale avremmo avuto 20 punti di maggiore produttività per l’Abruzzo, 23 per la Basilicata, 24 per Campania e Puglia, 29 per il Molise e 30 per la Calabria.
La lettura al Sud è stata una ricchezza a lungo sperperata.

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