Cristiano Godano, I vivi: intervista da 24/7

 

24/7: I testi che scrivi per i Marlene Kuntz affascinano per l’alternanza di immagini molto chiare e illuminazioni criptiche. Con quale approccio ti sei avvicinato alla stesura narrativa più classica della forma racconto?
CG:
Avevo la consapevolezza di dovermi misurare con diverse lunghezze. Sono da sempre abituato a immaginare le mie parole in funzione di versi per canzone, e dunque conosco molto bene le costrizioni del rigore poetico, della necessità di scegliere le parole giuste, della sintesi, del togliere. Passando alla prosa il primo problema da affrontare era trovare il giusto passo in un contesto espanso. Il secondo (quello che mi inquietava maggiormente e che mi ha consigliato di scegliere la forma del racconto anziché del romanzo) il saper cosa dire. L’approccio a questa forma espressiva si è dunque manifestato attraverso questi timori. Ma poi, con piacevole sorpresa, mi sono ritrovato beato e straniato dal mondo reale nel mio lasciarmi andare alla fantasia, e le cinque del mattino mi hanno più volte visto impelagato in giri di frase fascinosi per concludere una immagine prima di spegnermi.
24/7: Sempre a proposito dei tuoi testi, si legge spesso il richiamo alle tecniche di cut-up e fold-in tipiche dei Beat. È una scuola letteraria che conosci e in qualche modo ha influenzato il tuo stile?
No. Per nulla. Ho un’idea dell’arte sostanzialmente opposta, fatta di controllo piuttosto rigoroso in assenza quanto più possibile di casualità.
24/7: Come sono nate le idee per i sei racconti presenti ne I VIVI? E chi sono, i “vivi”?
CG: Le idee dei miei racconti nascono da progetti molto ridotti: una semplice folgorazione mi fa venir voglia di immaginare un tessuto di parole che la sappia preparare in qualche modo per giungere al colpo di scena finale, quello che Baudelaire chiamava “scioglimento”. Forse è uno dei motivi per cui non me la sento di affrontare un romanzo: non credo di avere vere e proprie storie da raccontare, ma situazioni da estendere nell’arco al massimo di un racconto. Situazioni che per quanto riguarda questi miei primi sei non superano mai le poche ore di una giornata. I vivi… I vivi sono più che altro i due personaggi del racconto eponimo, a cui ho voluto dare la responsabilità di rappresentare tutta l’opera. Poiché mi piace la loro vitalità e la loro spregiudicatezza anti-ipocrisia.

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