Uwe Timm_Rosso: un estratto

tratto da Rosso
di Uwe Timm

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Eravamo nell’ascensore a specchi dell’hotel e stavamo salendo al quinto piano. A cosa pensi?

Non era la prima volta che mi chiedeva a cosa stessi pensando. Vorrebbe origliare dentro di me.
Alla nonna con l’arredamento Ikea.
Avevo raccontato a Iris della donna, di come si fosse rifatta l’arredamento all’indomani della morte del marito. Iris voleva sapere come era andato il funerale.
Bene, se così si può dire.
E che cosa hai detto?
Qualcosa sul diritto che ciascuno ha di arredare la propria vita come desidera. Che non tutti abbiano la possibilità di farlo perché mancano le opportunità, perché ci sono necessità che vengono a frapporsi, o anche solo a causa di chi ci sta accanto, è un’altra questione. Ma questi sono i desideri del quotidiano, quelli che mandano tutto a gambe all’aria: tenere fede al sogno di una vita diversa.
E come mai questo tono ironico?
Perché? Te l’ho raccontato in tono ironico?
No, disse cominciando a spogliarsi. E ogni volta è come se fosse uno spettacolo allestito appositamente per me.
E io le dico: ohi vita, ohi vita mia!
Si piazza, non so se lo faccia di proposito, proprio in mezzo alla stanza, afferra con entrambe le mani il corto vestito di seta grigia, se lo tira sopra la testa e rimane nuda, con addosso soltanto gli slip neri. Questo è uno dei momenti in cui mi dico, non ti capiterà mai più di ritrovarti insieme a una donna così giovane, non ti accadrà mai più, in ogni caso non con una che stia con te di sua spontanea volontà. È la felicità del vecchio leone e la consapevolezza che il rifiuto sarà come la cacciata dal paradiso, sarà dura, molto più dura di quanto immagini, mi dico, e tutti i tuoi sforzi di creare distanza, di usare ironia sono solo disperati tentativi di rendere più sopportabile il dolore che verrà. Ma so anche che sarà insopportabile. Lei ride e poi, non da seduta, ma in equilibrio su una gamba – una cosa ovviamente poco pratica, ma che proprio per questo produce un effetto molto studiato –, si toglie prima l’una e poi l’altra scarpa. Si avvicina al letto e qui si lascia cadere. È nell’età in cui potrebbe spogliarsi anche sotto i riflettori e starsene lì tutta nuda con la massima tranquillità. Torna a rialzarsi, tira giù il copriletto, si stende, appallottola il cuscino, se lo spinge sotto la testa e dice, ho preparato due panini. Poi, all’improvviso: la prima volta ho avuto paura. La prima volta? Quando ci siamo visti nudi, che tu sembrassi troppo vecchio, la tua pelle. E che io fossi commossa. Invece che eccitata. E ora vieni, dai.
E lo dice così, ora vieni, dai, come se stavolta non fosse in agguato il fallimento. E mi osserva, non con sguardo freddo e indagatore, bensì con simpatia, mentre mi tolgo le scarpe, anch’io in equilibrio su una gamba, raccontandole del poeta cinese Wang Wei, il quale ha detto che fintantoché si riesce a togliersi un sandalo in equilibrio sull’altra gamba non si è vecchi.
Stando con me non invecchi, dice lei ridendo.
Mi tolgo la camicia bianca, i pantaloni neri, la giacca l’avevo gettata sulla poltrona non appena avevamo messo piede nella stanza.
Poco dopo averla conosciuta, mi sono comprato i pesi e da allora tutte le mattine e tutte le sere mi alleno, e anche nei ritagli di tempo, magari mentre sto scrivendo una critica oppure uno dei miei discorsi. Ovviamente questo sollevare pesi è una cosa stupida, questo alzare le braccia, abbassarle, starsene lì con i piedi divaricati e poi contare fino a venti. Quando comprai i pesi, al negozio che peraltro si chiamava Stiramento, mi consigliarono di fare gli esercizi davanti a un grande specchio. Così è possibile anche correggere la propria postura. Non che volessi misurarmi con Ben su questo terreno, ma da allora la gabbia toracica si è allargata e i bicipiti saltano agli occhi a ogni mio movimento, me ne sono accorto lavandomi i denti.
Mi distendo accanto a lei. E prima ancora che io possa dire qualcosa, mi bacia in bocca. La sua lingua passa sul labbro inferiore, sul labbro superiore. La sua lingua avvinghia la mia, avverto il muscolo vigoroso. E lei dice: tutto ciò che la tua lingua ha detto, promesso, confessato, io voglio assaporarlo. Fuori, nel corridoio, risate trattenute a stento. Due fasci di luce entrano di traverso nella stanza. Una folata di vento gonfia le tende. Ehi, tienimi. Caduta e silenzio. Poi tutti i rumori lontani riemergono, chiarissimi.
Come ti senti?
Perduto e ritrovato. In me, senza perdita, e con il desiderio di essere soltanto qui, qui, accanto a te.
Mi dà un bacio. Bravo!
Ogni volta devo tornare a descrivere, e sempre in modo diverso, come mi sento – dopo.
Ho fame e sete. Lei può dirla una cosa tanto banale, e può dirla come se da tre giorni non avesse mangiato e bevuto nulla. Andai a prendere la mia borsa.
Fammi vedere qua, tirò fuori la bottiglia di vino rosso, lesse l’etichetta: ottima, frugò di nuovo nella borsa e tirò fuori il pacchettino di plastica.
E questo cos’è?
Esitai un attimo, avrei dovuto dire, silicone, voglio tapparci i buchi della parete del corridoio, ma alla fine dissi: esplosivo.