Valeria Parrella, Lo spazio bianco: Il prologo

 

Il prologo di Lo spazio bianco

di Valeria Parrella 

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Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale, tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.
Nei pomeriggi lunghissimi delle medie, tra la fine dei compiti e l’inizio della sera, la stanza si dilatava: qualunque rumore arrivasse dai capannoni delle conserviere che ci soffocavano l’aria, qualunque rancore i miei si rilanciassero da un estremo all’altro del corridoio, venivano assorbiti dal silenzio del tempo fermo. Io leggevo.
La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà.
Però stavolta non riuscivo a leggere: c’era una buca a ogni parola scritta bene, inciampavo nei righi di qualunque romanzo, con un’agitazione profonda. Allora avevo cercato rifugio in un altro livello, che non lasciasse trapelare il dolore, leggevo saggistica. Avevo scelto un tema che fosse preciso come la matematica e sanguinoso come una rivoluzione. Era il laicismo, ma sarebbe potuto essere altro. Ero entrata in una libreria della città vecchia che non frequentavo, così che nessuno avrebbe potuto chiedermi come stavo, e avevo comprato.
Dovevo essere metodica. Non rinunciare a un libro fino all’ultimo, leggere tutto e anche sottolineare, glossare affianco.
All’inizio ha funzionato, ho creduto di avere voglia, ogni mattina, di prendere la metropolitana per l’ospedale: per leggere avanti. Poi ho creduto meno, più avanti mi distraevo. Dopo una settimana appena, dormivo una veglia intermittente con la testa appoggiata all’indietro sul finestrino: le persone entravano e uscivano, io toccavo la borsa e ci sentivo dentro il libro, dentro il libro sentivo una matita e mi dicevo «Ho sonno perché il corpo ha sonno, ma la testa è salva».
Invece avevo perso anche quella. Devo averla persa in un viaggio di ritorno, dall’ospedale a casa, in un pomeriggio di quelli che quando riemergevo in superficie fuori era già scuro, e non c’era manco il tempo di fare la spesa. Dev’essere stato a via Foria, lungo i giardini da poco rifatti e già vecchi e pure ancora non finiti, come succede a tutte le cose della città. A occhio direi che dev’essere stato lì, e di sera, perché io tornavo solo la sera dall’ospedale, a parte qualche volta che scappavo e non ci andavo proprio, e allora riuscivo anche a vedere il mondo di giorno. Il mondo fuori dall’ospedale.
Di una vacanza a Lampedusa, quando vacanza significava perdere il conto di tutto, ricordo la signora delle pulizie: disse che la mia città è bellissima.
– E quando c’è stata? – le chiedevo io, nascondendo le mutande nei cassetti.
– Non ci sono stata: l’ho vista da una stanza d’ospedale.
E infatti il panorama, specie dai padiglioni di dietro, è spettacolare. L’ho scoperto il giorno in cui cercavo un modo per fumare senza dover scendere giù. Trovai un finestrino lungo e stretto, anche alto, ma stava nel bagno e quindi potevo salire sulla tazza. L’ho diviso tutto il tempo con un colombo che ci aveva fatto il nido. Per fortuna erano già i giorni in cui avevo perso la testa, perché a me i colombi hanno sempre fatto schifo: poveretti, non sono né meglio né peggio di altri, ma in città sono tanti, troppi. E comunque quando trovai il finestrino con vista convivemmo in silenzio quasi totale.
Da lì ho guardato la città per tre mesi tutti i giorni, a sbuffi regolari, nell’arco di undici ore: ho fatto mille volte il gioco dell’indovina dov’è il duomo – indovina dov’è la galleria, indovina dov’è il decumano – e non mi sono annoiata mai.
La puzza della nicotina non si toglieva dalle mani nemmeno dopo il lavaggio antisettico, nemmeno dopo aver tirato su le maniche e insaponato bene fino ai gomiti, per due minuti, come recitava la normativa della terapia intensiva. Trasudava dal camice azzurro appena mi emozionavo, superava la mascherina, se il respiro si affannava nell’angoscia.
Qualcuno me lo ha rinfacciato. Un dottorino con gli occhi molto blu mi ha chiesto una sigaretta, e io gliel’ho offerta come si passa il pane a tavola.

Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione. Chiedere qualcosa ai medici era inutile, mi rispondevano:
– Signora, non lo può sapere nessuno.
Io allora, che mi sentivo tradita perfino dalla scienza, richiamavo in automatico l’antico equivoco: mi guardavo intorno e vedevo un’umanità senza testa che consumava il suo tempo nella sala d’aspetto. La madre della ragazza accoltellata anche oggi era venuta con la stessa tuta da ginnastica e la stessa pinza nei capelli, la zia che l’accompagnava si sbracava sul divanetto a guardare le fotografie di “Chi”. Forse era a loro che il primario credeva di aver parlato. O al tossico che aveva forzato gli armadietti. Respiravo. Calibravo la frase e il sorriso, chiamavo a raccolta i termini esatti, quelli che significano una sola cosa per volta, e incalzavo:
– Non c’è una percentuale di probabilità?
– In che modo credete opportuno intervenire?
– Possiamo ipotizzare, una volta assunta la sopravvivenza, tali e tal’altri danni?
Mi studiavo, mentre aspettavo la risposta: avevo le unghie in ordine, e un libro nella borsa, e un conto corrente che registrava ogni mese un accredito del Ministero. Avevo visto tutti i film d’essai all’Abadir prima che tornasse a essere un cinema porno, avrei portato Irene a tutti i cortei, appesa nel marsupio, facendola ballare dietro il camion dei Zezi. Se nella nuova risposta ci fosse stato un termine non trasparente, avrei integrato il significato dal contesto lì per lì, e poi sarei corsa a controllarlo su internet, nella pausa dalle 12.30 alle 16.00, la più devastante.
– No, signora, vale la regola del tutto o del niente.
La zia della ragazza accoltellata, allora, aveva alzato la testa dallo yacht di Briatore e mi aveva detto:
– Quelli sono medici, signò, che vi possono rispondere?
Come a dire poveretti, non sono né meglio né peggio dei colombi.
Solo che io avevo avuto una gran fortuna, perché il mio colombo del finestrino se ne rimaneva in rispettoso silenzio.

Dunque anche oggi, dopo tante volte ventiquattr’ore, in quest’ora della tarda mattinata che pure era uguale, minuto più minuto meno, a quella degli orologi di chiunque altro in città, anche oggi non c’era una regola in cui Irene si sarebbe potuta incanalare, piccola com’era, senza dare fastidio. Non c’era una Costante da moltiplicare per qualcosa, tipo la fascetta di plexiglas che avevamo uguale, io al suo polso, lei al mio, o la voce che i miei colleghi controllavano al telefono quando mi chiamavano per avere notizie.
Non era così: era che qualcuno aveva lanciato una monetina in aria, e quella prima o poi doveva cadere su una faccia. Per quaranta giorni sulla stessa moneta, morendo- nascendo.
Quando avevo detto morendo erano saltati su, tutti, gli amici, i parenti, i colleghi, scuotevano la testa, allargavano le palpebre, poi sorridevano: e lì lo sapevo che stavano per partire cinque minuti di ridefinizione del significante, seguiti da inviti a cene e prime d’opera. Per abbreviare i tempi ho cercato di usare sempre l’altro sinonimo: nascendo. E così loro, tutti, ci hanno creduto. Li rassicurava.
L’altra cosa è stata appunto questo: che mia figlia Irene stava morendo e io non ho potuto dirlo a nessuno. Sono quasi sicura che le due cose sono andate insieme, senza cercare proporzioni, le due cose entravano e uscivano con me da quella metropolitana, insieme.
Fatto sta che una sera, erano i primi dieci giorni di ricovero, io salivo una rampa immobile di scale mobili rotte e sbucavo su piazza Cavour. E piazza Cavour aveva tutte le luci accese, una tirata lunga di librerie scolastiche sulla destra che calava giù le saracinesche, molte donne dell’est baciavano molti uomini dell’ovest nei giardinetti, e io ho guardato in fondo in fondo alla strada, che è una strada che mi è sempre piaciuta perché da una certa angolazione si vede la salita della Doganella, con due file di luci gialle che sembra la pista di decollo di un aeroporto, o una rampa che sale verso qualcosa; ma nel momento in cui finalmente mi sono decisa a entrare in questa salumeria costosissima e comprare una fetta di qualcosa per cena, mi sono ritrovata con una monetina che mi roteava piano piano sul collo, al posto della testa.

Io insegno materie letterarie in una scuola serale. Prima-terza media a giganteschi camionisti che faticano a infilarsi nei banchi. Ho dimestichezza con le allegorie e mi è bastata una lezione per spiegare che quando Dante diceva leone stava dicendo tre cose insieme. Ma non ero pronta a specchiarmi nella vetrina di una salumeria e vedere una moneta che girava su se stessa, su me stessa, girava disegnando ellissi sempre più ampie e senza cadere mai.
Allora per non imbarazzare nessuno ho rinunciato a quella e ad altre cene, e me ne sono tornata a casa.