Massimo Rizzante, Nessuno: recensione

 

Nella mente di un Telemaco postmoderno
di Rossano Astremo

Ci sono due versi della poetessa russa Marina Cvetaeva ad aprire la lettura di “Nessuno”, raccolta di poesie di Massimo Rizzante, edita da Manni: “Tu vedi, non sei ancora nessuno, / io invece sono già nessuno”. Un’introduzione che non lascia spazio a tentennamenti, dura, decisa, gelida, che offre indizi precisi al lettore che, voltata pagina, si troverà dinanzi ai versi di Rizzante. Qui non c’è spazio per nessuna effusione sentimentale o abbandono alla confessione, qui non ci troviamo nel cerchio trito del bel canto lirico. Rizzante insegna Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Trento. Oltre ad essere poeta, quindi, è anche saggista, critico letterario, fine conoscitore dello “strumento letteratura”, e tutto questo suo sapere non è tenuto nascosto, ma intesse con perizia il succedersi delle composizioni. Rizzante è stato redattore di “Baldus”, rivista cardine di quella che fu definita da molti la terza ondata novecentesca dell’avanguardia letteraria italiana, all’interno della quale scrivevano Lello Voce, Biagio Cepollaro, Mariano Bàino, tutti autori per i quali i caratteri principali del loro agire creativo erano il recupero straniato del linguaggio obsoleto e delle forme letterarie e la ripresa della nozione di allegoria in senso ampio, secondo quanto teorizzato anni prima da Walter Benjamin. Un concetto di avanguardia, quindi, in continua contraddizione con se stessa, in lotta contro lo spettro della sua stessa impossibilità, nell’epoca della comunicazione totale. E pur essendosi chiusa quella pagina della nostra recente storia letteraria, Rizzante in “Nessuno” prosegue il viaggio precedentemente intrapreso. Protagonista delle sue pagine Telemaco, figlio di Ulisse e Penelope, nuova declinazione postmoderna di una storia quantomai usata e abusata, tutta riscritta dal punto di vista di colui il quale attese per vent’anni il ritorno del padre. È un gioco intellettualmente sostenuto, linguisticamente complesso, che lascia intravedere spie di cedimento, zone morbide in cui lo iato che separa il poeta Rizzante dal protagonista del suo libro Telemaco sembra ridursi, generando sottili coincidenze, tra affermazioni spettrali (“Non sono ancora morto, sto solo dormendo / dentro la fossetta del mento / appoggiato en plein air al cavalletto del mondo”) e lucidi interrogativi (“E se l’esperienza poetica coincidesse / con l’insopportabile percezione di non comprendere / quanto senti? Che cos’è la poesia?”). Un’opera matura, nuova linfa per un genere, quello della poesia, alla continua ricerca di libri in grado di restare, oltrepassando la soglia onnivora del facile oblio.