Carola Susani, L’infanzia è un terremoto: un estratto

tratto da L’infanzia è un terremoto

di Carola Susani

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Le rovine di Montevago sono vicine al paese ricostruito. Montevago è stata rasa al suolo dal terremoto del Belice, nel 1968. Per andarci si imbocca una strada larga. Montevago, vecchia e nuova, come Santa Margherita Belice, sta su un altopiano pianeggiante, una placca calcarenitica quasi piatta: l’acqua non scivola giù, si infiltra. Dove ti giri, tutto il resto lo vedi dall’alto.

L’altra estate eravamo in Sicilia occidentale, ma più su, nel Corleonese, a Bisacquino, che è un paese di montagna. Andrea e Ombretta con Eva di tre anni, gli amici con cui condividevamo una casa padronale del Settecento, spoglia e simmetrica, sotto il santuario della Madonna del Balzo, si muovevano in lungo e in largo nel Belice, per esplorare e assaggiare vini. Sono andati anche alle rovine di Montevago. Io non ricordavo di esserci mai stata.

Mi sono domandata: come mai? Quand’ero piccola, dai quattro agli otto anni, abitavamo a Partanna, a pochi chilometri, in baracca. Forse mia madre non se la sentiva di portarci in una città di morti? Se è così, è stato un errore. Per quel che mi ricordo dell’infanzia, per quel che so da tutti i bambini che conosco, da piccoli proviamo per la morte, per la distruzione e per il tempo una curiosità sfrenata. Nelle città morte ci sguazziamo, la decomposizione non ci fa paura. Ci serve perlomeno una storia, un personaggio inventato o ben isolato dal contesto, per specchiarci nell’orfano e farci un pianto; ma neanche in quel caso si placa la nostra sete di conoscenza, della condizione umana e delle forze con cui l’umanità baccaglia. A Partanna, a cinque anni, io e Luca disegnavamo scheletri: scheletri addobbati, con crinoline e cappelli a larghe tese. Era un trionfo della morte. Probabilmente, fino all’adolescenza ci sentiamo felici e feroci spettatori; non vediamo perché, tra i personaggi in campo, non dobbiamo identificarci nel sasso, o ancora meglio nell’ailanto che cresce sui fossi. Il sasso è un trionfo del tempo, l’ailanto no, è un trionfo della vita, inestirpabile, invasiva. L’infanzia si diletta di trionfi. È vero, questa non è tutta l’infanzia, l’infanzia non disdegna la commozione, le tenerezze, l’amore. Però nell’infanzia c’è anche questa fascinazione per le rovine.

Non mi ricordavo di essere stata a Montevago vecchia, eppure la descrizione mi era familiare. Un lungo, monumentale viale di marmo, alberato di alberi giovani, deserto. Ai due lati, rovine. Palazzetti rasi al suolo, di cui si riconosce il muro perimetrale, qualche stanza, terra accumulata, resti. Il viale che sbocca in una piazza lastricata di marmo, sulla quale incombe la chiesa madre sventrata. La chiesa era dedicata ai santi Pietro e Paolo, l’avevano costruita nel 1712. Tutto attorno alla chiesa, alti lampioni: si accendono per le iniziative estive, concerti, spettacoli teatrali. La notte tra il 14 e il 15 gennaio, nell’anniversario del terremoto del Belice, una fiaccolata parte dal paese nuovo e arriva fino alla chiesa. La descrizione delle rovine, insomma, mi era familiare, forse altre volte Montevago vecchia mi era stata raccontata, o forse c’ero stata e né io né mia madre ce ne ricordavamo.

Quando ci sono andati Andrea e Ombretta non c’era nessuno, era una giornata d’estate, ma fosca e piena di nuvolaglia che si addensava. Forse c’era anche vento. Hanno lasciato la macchina e hanno imboccato la strada di marmo, trascinandosi dietro il passeggino leggero della Chicco, tenendo la bambina per mano. Mi hanno raccontato che sulla soglia di un palazzo distrutto hanno visto scarpe, tante paia di scarpe. E giornali degli anni Sessanta. Le scarpe me le aspetto di più a Poggioreale, ma i miei amici si ricordavano che fosse Montevago. Sono passati quasi quarant’anni, per come conosco le amministrazioni della zona escludo che abbiano messo apposta giornali e scarpe come attrazione turistica. È facile che quelli fossero davvero giornali e scarpe lì dal terremoto. Miracolosamente preservati. Forse in quel posto c’era un negozio di calzature. Le scarpe erano invecchiate, non consunte, la foggia d’altri tempi. Andrea è andato avanti, si è addentrato nelle rovine, con la macchina fotografica. Ombretta e la bambina sono restate indietro, sul lastricato di marmo a raccogliere sassolini. Ombretta dice che era inquieta. A Montevago vecchia il cielo è enorme. Si vede l’intera volta. Ma era un cielo grigio, la giornata umida. Da una parte e dall’altra, dalle rovine, Ombretta sentiva voci interne, per colpa del silenzio. Andrea no. La macchina fotografica lo aveva riportato alla curiosità rapace dell’infanzia. Esplorava. Entrava nella chiesa. Scendeva nelle case private. Cercava. La bambina correva su e giù. Ancora piccola, prendeva la questione della vita e della morte alla radice, si occupava di aghi di pino, raccoglieva foglie secche. Ombretta ha chiamato Andrea. Voleva andare via. L’ha chiamato ancora. Non è stato facile strapparlo alla sua indagine. Tornando verso l’automobile hanno visto piombare sul viale una famiglia di stupefatti turisti veneti, pallidi e con gli zainetti.