Una cosa scritta anni fa, perduta e ora ritrovata

San Giovanni Rotondo: appunti dell’osceno

di Rossano Astremo

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La strada è tortuosa, si snoda lungo frazioni d’asfalto ardue, in pendenza massima. L’autobus procede a velocità ridotta, una cinquantina di donne e uomini in coro, all’unisono, recitano il rosario, seguendo il vociare amplificato di una anziana obesa in prima fila. Destinazione San Giovanni Rotondo, in pellegrinaggio, tutti devoti a Padre Pio. Mia nonna fissa il suo bastone da poco acquistato. Starà sicuramente pensando al nonno, al suo malore, disteso sulla sua brandina fetida dell’ospedale di Taranto, agonizzante, che aspetta la morte, divorato da un tumore al fegato. Anni di abuso alcolico non vengono perdonati a nessuno. La nonna è in viaggio, racchiusa in preghiera. Chi possiede una fede smisurata è dotata di dosi supplementari di speranza, che tira fuori negli attimi della disperazione più assoluta. Io sono al suo fianco. L’accompagno. Mia madre ha promesso che al mio ritorno verrò adeguatamente ricompensato. Ho ventisei anni. Ho una laurea. Faccio piccoli lavori saltuari, collaboro con un quotidiano locale, correggo bozze per una casa editrice che pubblica libri di storia locale, scrivo tesi di laurea per scansafatiche che hanno bisogno di uno straccio di carta per continuare a gozzovigliare, immersi nel loro benessere ereditato. Accumulare denaro in ogni modo. Cercare di arrivare alla fine del mese. Questa è la mia ossessione quotidiana. Siamo quasi giunti a destinazione. Un’anziana signora, seduta affianco a noi, vomita liquidi gialli in una busta di plastica. La fitta successione delle curve agita gli stomaci meno resistenti. Il brusio delle preghiere recitate in loop si confonde con i singulti feroci della donna agonizzante, con il volto racchiuso in una busta trasparente che lascia intravedere la consistenza delle sostanze accumulate al suo interno. La nonna sembra non accorgersi di nulla. Dietro gli occhiali dalle lenti spesse, le sue palpebre, scagliate verso il basso, oscurano la visuale circostante. Siamo quasi arrivati. Padre Pio, devi aiutare mia nonna!

Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nasce a Pietralcina, provincia di Benevento, il 25 maggio 1887, da Grazio Forgiane e Maria Giuseppe Di Nunzio. Il 26 maggio il piccolo Francesco è battezzato nella chiesa di Sant’Anna. Il 6 gennaio 1903 il giovane Forgione entra nel noviziato dei Cappuccini di Morcone. Il 22 gennaio veste l’abito cappuccino assumendo il nome di fra Pio. Il 27 gennaio 1907 fra Pio emette la professione dei voti solenni. Il 10 agosto 1910, nel duomo di Benevento, fra Pio è consacrato sacerdote. Il 14 agosto Padre Pio celebra a Pietralcina la prima Messa solenne. Padre Pio avverte dolori alle mani e ai piedi. L’8 settembre 1911 confessa al direttore spirituale, padre Benedetto da San Marco in Lamis, di avere “da circa un anno le stimmate invisibili”. Il 10 ottobre 1915 rivela al suo direttore di avere da anni la coronazione di spine e la flagellazione. Il 17 febbraio del 1916 i superiori lo trasferiscono a Foggia nel convento di Sant’Anna. Il 28 luglio per sottrarlo alla calura estiva è portato al convento di San Giovanni Rotondo e vi resta per una settimana. Il 4 settembre Padre Pio ottiene di tornare provvisoriamente a San Giovanni Rotondo. Il 18 dicembre è a Napoli per presentarsi al corpo militare, ma le sue condizioni fisiche convincono i medici a rimandarlo a casa in licenza straordinaria. Il 12 novembre 1917 rientra al convento di San Giovanni Rotondo, dove resta fino al 5 marzo 1918, quando riprende il servizio militare a Napoli. Il 16 marzo 1918 padre Pio rientra per sempre nel convento di San Giovanni Rotondo. Il 5 agosto 1918 un misterioso personaggio celeste trapassa il cuore di Padre Pio con una lancia, lasciandogli una ferita che sanguina sempre: è la trasverberazione. Il 20 settembre rivede in coro il misterioso personaggio che gronda sangue e si ritrova piagato alle mani, al costato e ai piedi. Padre Pio inizia a portare nel corpo le stimmate, segni visibili della passione di Cristo. Nel 1919 la notizia della stimmatizzazione si diffonde in tutta Italia e migliaia di pellegrini salgono sul Gargano da Padre Pio richiamati dai suoi numerosi carismi. Il 15 maggio dello stesso anno per la prima volta un medico, il professore Luigi Romanelli, primario dell’Ospedale di Barletta, esamina le stimmate di padre Pio. Il 26 luglio è visitato dal professore Amico Bignami, ordinario di Patologia medica presso l’Università di Roma. Il 9 ottobre si espone agli approfonditi esami del dottor Giorgio Festa inviato dal Generale dei Cappuccini, padre Venanzio da Lisle-en-Rigault. Il 17 giugno 1923 giugno a San Giovanni Rotondo l’ordine che Padre Pio non celebri più la Messa in pubblico e che non risponda più alle lettere dei fedeli che arrivano al convento. Il 25 giugno Padre Pio celebra la Messa in privato. Nel pomeriggio si scatena una sommossa popolare. Il 26 giugno ritorna a celebrare in chiesa. L’8 agosto giunge l’ordine di trasferire Padre Pio ad Ancona. Preoccupati per l’agitazione delle folle, le autorità ecclesiastiche sospendono il trasferimento di Padre Pio. Il 22 aprile 1925 il paese è nuovamente in agitazione per alcune restrizioni imposte a Padre Pio nel ministero delle Confessioni. Il 16 luglio 1933 Padre Pio torna a celebrare la Messa in pubblico. Il 9 gennaio 1940 inizia la “grande opera terrena” di Padre Pio, la Casa Sollievo della Sofferenza. Il 5 maggio 1956 si inaugura la Casa Sollievo della Sofferenza. Il 22 settembre 1968, come fa da anni, Padre Pio celebra la Messa alle 5 del mattino. È la sua ultima celebrazione eucaristica. 23 settembre: “Gesù, Maria! Gesù, Maria!”: Sono le sue ultime parole. Padre Pio muore alle ore 2,30. Ai funerali di padre Pio, celebrati il 26 settembre, partecipano oltre centomila persone. Il 27 settembre viene aperta ai fedeli la cripta che custodisce il corpo di padre Pio. Inizia da allora un pellegrinaggio interrotta di fedeli alla sua tomba. Il 23 maggio 1987 Papa Giovanni Paolo II giunge in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo e sosta in preghiera sulla tomba di Padre Pio. Il 21 gennaio 1990 si conclude il processo di Beatificazione. Nell’aprile del 1997 Padre Pio fu dichiarato venerabile. Il 2 maggio 1999 Padre Pio è proclamato Beato da Giovanni Paolo II. Il miracolo per la Beatificazione di Padre Pio fu la guarigione di Consiglia De Martino da rottura del dotto toracico e diffusione del liquido nel tronco superiore. Il 16 giugno 2002 Padre Pio è proclamato Santo. Il miracolo per l’ottenimento della sua canonizzazione fu la guarigione del piccolo Matteo Pio Coltella da meningite fulminante con arresto cardiaco e insufficienza multiorgano. Questa è storia.


Non ho fede, non l’ho mai avuta. L’ho cercata, non posso negarlo. Ho frequentato l’oratorio della mia parrocchia sino a 17 anni non solo per rimorchiare, ma anche per dare risposte a quesiti spirituali che mi ossessionavano sin da piccolo. Poi ho letto abulicamente Nietzsche, Marx, Kierkegaard, Schopeneur, e tutta la mia vicenda intimistica ha preso una strana piega. Un numero inusitato di fedeli che giungono in pellegrinaggio, provenienti da ogni angolo dell’Italia, a chiedere miracoli ad un piccolo uomo divenuto Santo perché acclamato tale a furor di popolo, un numero ancora più spropositato di uomini e donne, anziani e non, che riempiono la loro casa con gli oggetti più svariati e impensabili tutti raffiguranti il volto di Padre Pio da Pietralcina.

Se non metti sulla tua bilancia chilogrammi di pura fede, tutto potrebbe sembrare illogico, irrazionale, e, perché no, patologico. Riporto in questo mio brogliaccio di appunti un estratto di un racconto scritto da Giulio Mozzi, dal titolo Proposta per pubblicare un giornale quotidiano intitolato a Padre Pio, pubblicato su Fiction (Einaudi, 2001): “Gli Italiani non leggono, da generazioni, in particolare non leggono i giornali: ma un giornale intitolato a Padre Pio, oh sì!, lo leggerebbero di sicuro. Hanno pur comperato i calendari di Padre Pio, i libri di Padre Pio, le videocassette di Padre Pio, le immaginette e le statuette di Padre Pio, il servizio di piatti di Padre Pio, i lumini di Padre Pio, la bottiglia d’acqua di Padre Pio, la caraffa di Padre Pio, la maglietta di Padre Pio, l’orologio di Padre Pio, il cd-rom di Padre Pio, il formaggio di Padre Pio, l’acqua benedetta di Padre Pio, le cartoline di Padre Pio, i sandali di Padre Pio, i libri di preghiere di Padre Pio, il messale di Padre Pio, la musicassetta di Padre Pio, l’abat-jour di Padre Pio, la marmellata di Padre Pio. Hanno comperato tutto, ma veramente tutto, di Padre Pio. E perché no, allora, un giornale quotidiano? Che si può comperare in edicola, senza bisogno di andare fino al Santuario?”. È innegabile, e il racconto di Mozzi lo conferma, l’assoluta presenza iconografica di Padre Pio nella nostra vita quotidiana. Più sono devoto e più la mia casa deve risplendere del suo volto buffo e familiare, più i suoi occhi brillano nelle parti più visibili delle mie quattro mura domestiche e più sono nella condizione di poter chiedergli grazie e favori durante l’intima operazione della preghiera. Non è solo la sfera privata ad essere coinvolta da questa nevrosi pop, ma Padre Pio è ossessione turbolenta degli enti locali, Comuni in primis, i quali rischiano il pubblico linciaggio se negano alla cittadinanza la costruzione di una Piazza intitolata al Santo, con tanto di statua che esalta il suo corpo e con una dose abbondante di verde a circondare un numero variabile di panchine sulle quali anziani e non passano le loro oziose giornate in abulico meditare. L’idea del quotidiano non sarebbe per nulla cattiva!

San Giovanni Rotondo. Eccola in tutto il suo splendore. Si può ancora parlare di pellegrinaggio di fedeli? Non sarebbe più corretto utilizzare la definizione di “turismo religioso”? Io e la nonna ci stacchiamo dal resto del gruppo. Agiamo defilati. Avere una gamba inutilizzabile allenta la deambulazione. Io e la nonna ci muoviamo adagio. Inoltrandoci nel Santuario, entriamo nella Chiesa Antica, la cui costruzione è iniziata nel 1540. Venne consacrata e dedicata a Santa Maria delle Grazie nel 1676. Possiede una graziosa lunetta, che raffigura la Madonna col Bambino, San Francesco e San Michele Arcangelo. Ai lati della porta ci sono due lapidi. Infisse dal comune di San Giovanni Rotondo per ricordare due date: i cinquant’anni di sacerdozio di Padre Pio (10 agosto 1910 – 10 agosto 1960) e i suoi cinquant’anni di permanenza a San Giovanni Rotondo (1916-1966). All’interno è possibile notare l’altare di San Francesco, sul quale Padre Pio ha celebrato la Santa Messa dal 1945 al 1959. La nonna si siede. Con lentezza. Comincia a pregare. I suoi occhi si socchiudono lentamente. Io continuo a curiosare. Entrando è possibile scorgere sulla sinistra il confessionale dove Padre Pio, dal 1935 al giorno della morte ascoltò le confessioni delle donne. Sull’altare maggiore è presente l’immagine miracolosa della Madonna delle Grazie, protettrice di San Giovanni Rotondo. Per tanti anni in questa chiesetta Padre Pio celebrò, confessò ed esortò. Ai piedi della Madonna delle Grazie pregò e si consumò per i peccati dei suo fratelli d’esilio.

Giungiamo, poi, in quella che fu la sua cella. Ad arredare il piccolo spazio un tavolino, a sinistra, sul quale sono poggiati dei mezzi guanti, delle calze bianche con macchie di sangue, una pezzuola della piaga del costato, una teca contenente crosticine delle stimmate, libri di lettura spirituale; un inginocchiatoio e un fazzoletto usato da Padre Pio per benedire i pellegrini dalla finestra si trova sul lavabo a destra; un comodino con una statuetta fosforescente della Madonna, immaginette sacre, due sveglie, un orologio ed una piccola vita della Serva di Dio Genoveffa de Troia; in una teca, le pantofole calzate fino all’ultima ora della sua vita. Accanto alla poltroncina, un tavolinetto su cui vi sono alcuni ricordi: il cingolo e la corona del Rosario, una reliquia della S. Croce, medagline e confetti che distribuiva ai bambini; un lavabo, collocato nel vano della finestra della benedizione, ha preso il posto del catino sorretto da un trespolo in ferro battuto. Infine, la poltroncina a braccioli: da questa poltroncina Padre Pio si immerse in profonde meditazioni, si preparò alla Santa Messa e ascoltò le pene e le gioie del suoi figli spirituali.

La nonna si sofferma a lungo nell’angusto spazio della cella. In preghiera. Io mi sposto, per dare un’occhiata alla cripta nella quale è posta la tomba di Padre Pio.“Ove i miei superiori non si oppongano, le mie ossa siano composte in un tranquillo cantuccio di questa terra”. Sono le sue parole tracciate in un’epistola dell’agosto 1923, indirizzata all’allora sindaco Francesco Morcaldi. Un desiderio che i Cappuccini di San Giovanni Rotondo rispettarono sino in fondo. In effetti, pensarono alla costruzione di una cripta che fosse posta sotto l’altare maggiore della nuova chiesa di Santa Maria delle Grazie. I lavori si presentarono subito complessi ma, alla fine, si optò per la soluzione che sembrava la più semplice da adottare. Si scavò sotto l’altare maggiore, creando dei robusti sostegni per le soprastrutture e ottenendo un ambiente accessibile attraverso due rampe di scale ricavate nei corridoi laterali della chiesa. La cripta rispecchia nella sua semplicità l’austerità francescana, mentre la tomba è costituita da un pesante blocco di granito azzurro del Labrador del peso di circa 30 quintali che copre lo spazio interrato dove sono adagiate le spoglie di Padre Pio. La salma è collocata con la testa a destra per chi guarda verso l’altare della cripta. La stanchezza comincia a impossessarsi del mio corpo. Crampi allo stomaco indicano la necessità di mettere mano allo zaino pieno di panini farciti. Vado a riprendere la nonna. È ancora lì nella cella del Santo. Il suo corpo instabile è tenuto in equilibrio dalla struttura possente del suo bastone.

La nonna cammina con molta più lentezza. Nonostante il sopraggiungere di fitti raggi solari, l’aria è gelida. Giungiamo nei pressi del nostro pullman. L’autista è steso lungo i cinque sedili posteriori. Ci dice che gli altri pellegrini sono sparsi, ci dice che non ha nessuna intenzione di aspettare oltre il dovuto, ci dice che all’una si intraprende la via del ritorno e se qualcuno manca all’appello pazienza. Poi fa scendere il suo berretto di lana lungo gli occhi, riprendendo il suo riposo. La nonna poggia il suo corpo sul sedile. Cominciamo a scartare i nostri panini, a mangiarli con calma, ad assaporare gli strati eterogenei che compongono l’interno. La nonna mi chiede di compiere il percorso della Via Crucis e di pregare per il nonno. Il suo ginocchio non glielo permette. È stanca. È come se avesse deciso di non muoversi più dal suo sedile, sino al ritorno a casa. Una volta riempita la pancia, abbandono il pullman. La via Crucis fu una costruzione fortemente voluta da Padre Pio. La vecchia Via Crucis, lungo il viale che porta al Santuario della Madonna delle Grazie, era divenuta insufficiente ad un qualsiasi esercizio religioso, per cui, nel febbraio del 1967 padre Michele Placentino, vicario ed economo del Convento, comunicò a Padre Pio l’intenzione di voler dar inizio ai lavori di una nuova Via Crucis. “Fra le tante cose belle, questa che si vuole realizzare adesso è una delle più belle”, fu la risposta del Frate stimmatizzato. Furono interpellati i più noti artisti italiani del tempo e alla fine, appunto il più famoso, Francesco Messina, accettò di realizzare l’opera. Il 22 settembre 1968 Padre Pio benediceva la posa della prima pietra e, in meno di tre anni, la Via Crucis vide la sua ultimazione. La solenne cerimonia di inaugurazione ebbe luogo il 25 maggio 1971. L’opera è concepita come un percorso in salita che si sviluppa ai piedi del monte Castellano, diramandosi in una folta vegetazione costituita da cipressi e pini. Una salita al Golgota che si articola attorno ad una maestosa gradinata dedicata alla Madonna (“Ad Iesum per Mariam”) che viene attraversata in tre punti dal percorso vero e proprio della Via Crucis. Lungo questo tragitto sono sistemati i vari pannelli bronzei delle classiche stazioni, realizzati in rilievo dall’artista Messina e incastonati in edicole in granito, sorrette da una base in granito sardo e porfido rosso. Nel 5° pannello è raffigurato, in luogo del Cireneo, Padre Pio nell’atto di aiutare Gesù a portare la croce. La stanchezza nel salire tutto quel numero di gradini si fa sentire. Il ritorno è più ritmato, agevole. Una volta tornato a destinazione, il resto della compagnia è tutto lì compatto ad attendermi. Sono in ritardo di circa un quarto d’ora. L’autista mi fissa minaccioso e mi dice di ringraziare mia nonna.

L’ultima tappa della nostro itinerario è la visita alla nuova Chiesa di Padre Pio progettata dall’architetto Renzo Piano. Anche la nonna, nonostante i dolori che le lacerano le gambe, decide di venire a visitarla. La firma di Renzo Piano conferisce senza dubbio alla nuova chiesa un grande valore artistico, mentre artisti di fama mondiale come Domenico Palladino, Giuliano Vangi e Arnaldo Pomodoro hanno dato il proprio contributo per la realizzazione di sculture e arredi sacri. Palladino ha realizzato il portone in bronzo dell’ingresso liturgico. L’ambone a destra dell’altare porta la firma di Vangi, mentre Pomodoro ha realizzato la croce in bronzo dorato sospesa sull’altare, illuminata da un cono di luce naturale che filtra da un’apposita apertura della copertura. La peculiarità che Piano ha conferito al suo progetto consiste in due scelte sostanziali: il modo di concepire lo spazio e l’utilizzo della pietra come unico materiale destinato a diventare la chiave espressiva di tutto il progetto.
La nonna sembra non apprezzare la struttura avveniristica. Anzi, sembra abbastanza seccata. Le sua parole escono dalla bocca roche, sfibrate, terminali. Abbandoniamo quello spazio immenso. Siamo in pieno pomeriggio. Destinazione casa.

Lungo la via del ritorno ad allietare il passare delle ore e il macinare dei chilometri è nuovamente la litania delle donne in preghiera. Mia nonna no. Non prega. Ha gettato la spugna. È al mio fianco con gli occhi chiusi. Riposa. La sua testa curvata sfiora la mia spalla sinistra. Io sfoglio svogliatamente l’ultimo romanzo di Jonathan Lethem. In fondo, il perdermi nella lettura di mondi fittizi è il mio unico antidoto contro le storture della vita. No, non ho fede, non l’ho mai avuta. Mia nonna perde della bianca saliva della sua bocca che viene a poggiarsi sul mio maglione. Penso a mio nonno, steso nel suo letto d’ospedale, in fin di vita, con pochissime possibilità di assistere al sopraggiungere di una nuova primavera. Penso a mia nonna, al suo bastone rigido, alle sue preghiere, e quel tocco filamentoso di saliva sembra splendere di pura luce. Non perdere mai la speranza.