Tirdad Zolghadr, Softcore: recensione

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Teheran non è Berlino

di Rossano Astremo

Tirdad Zolghadr è un trentacinquenne iraniano che ha trascorso la sua infanzia a Teheran. Attualmente vive a Berlino, dove lavora come curatore d’arte contemporanea, oltre a svolgere l’attività di critico, giornalista e traduttore. Non è un caso, quindi, che il protagonista di “Softcore”, suo primo romanzo, edito in Italia da Isbn, sia un cinico curatore d’arte contemporanea, tornato a Teheran, per aprire un locale di tendenza, “La promessa”, già storico bar appartenuto alla sua famiglia nei decenni precedenti. La Teheran di Zolghadr ha davvero poco da spartire con l’immagine che noi occidentali abbiamo dell’Iran di Ahmadinejad. Qui ci troviamo nel gorgo di una città che pullula di artisti, in una continua e roboante dimensione etilica e drogata dell’esistenza, scandita da amplessi consumati su tavoli poco confortevoli o in bagni sempre troppo occupati. “Softcore” racconta con stile diretto e ironico le vicissitudini che accadono tra il ritorno del curatore e Teheran e l’apertura del suo locale, che nelle sue intenzioni vuole essere una sorta di iceberg della tendenza, dove arte, moda e comunicazione sono tutti elementi shakerati al fine di ottenere il massimo profitto possibile. Diciamo subito che sarà lo stesso cosmopolitismo del curatore ad essere il suo tallone d’Achille. In fondo Teheran non è Berlino e i servizi segreti sono sempre in agguato. Libro spassoso, con alcune pagine esilaranti, alcuni momenti narrativi di stallo.