una poesia di Claudia Ruggeri

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LETTERA AL MATTO SUL SENSO DEI NOSTRI INCONTRI (MODE D’EMPLOI)

di Claudia Ruggeri


“E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno in un volto che fésti a tua sembianza più che in tela dipinto o sculto di legno”

se ti dico cammina non è perché presuma
di parlarti: alla montagna, alla malia
di milioni di lame, arrivarono a migliaia
cose nude si sparirono bestie, alla neve
al malozio della trappola tutto
s’esiliava a quel richiamo disanimale.
Ma chi nega che in tanta sepoltura
sia avvenuto al pendio un biancore vero
o lo strano brillio che ti destina se la passi,
e pur e pur non sfondi
alla tagliola che non scatta, e più
non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche
tiene lo sporco della suola; si noda
tutta al trucco che l’immàcola, s’allenta,
a tratti s’allaccia cose che muoiono,
solo scali, cose già sganciate…

a te a te altri ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina
cattiva di finisterrae violenta
dove s’aduna, al molo, ogni bestiario
qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta
buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta
fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia
incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per
me che fui per te senz’anima
e feci un patto al malto
sul seme di un’estate
dove esplose la vena che divina;
che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
o la Macchia del logoro, che cova sul monte
il fondo lo scatto l’inverno del falco