Cristiano de Majo & Fabio Viola, Italia 2: intervista

12-italia2-x-giornalig.jpg

L’Italia è anche questa
di Rossano Astremo

:::

Mettete in una pentola “Viaggio in Italia” di Guido Piovene e aggiungete a vostro piacimento qualunque libro di reportage firmato da David Foster Wallace, mescolate a fuoco lento e a cottura ultimata condite il tutto con una spruzzatina del Vollmann meno selvaggio e Sebald quanto basta. Il risultato ottenuto è “Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato”, libro scritto da Cristiano de Majo e Fabio Viola, edito da minimum fax, che può essere considerato una sorta di immersione nei posti che costituiscono una vera e propria “mappa del nostro immaginario pop, televisivo, culturaloide”, dalla villetta di Cogne ai templi new age di Damanhur, dagli alberghi di San Giovanni Rotondo al teatro Ariston.
“Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato” è un titolo, penso, volutamente ambiguo, perché quell’«abbiamo» può riferirsi sia ai due autori, ma, a me pare, che sia soprattutto un «abbiamo» riferito a tutti «noi» italiani. Come è nata l’idea di questo viaggio attraverso l’Italia e perché avete scelto questi luoghi e non altri?
Fabio: L’idea del libro è nata da uno dei progetti in cui Cristiano si confrontava con la sua aderenza alla contemporaneità, e il tutto risale ad anni fa. Si trattava di una cosa sui parchi e luoghi a tema in Italia, su ciò che erano e su ciò che significavano. Poi col tempo, diciamo un po’ di frustrazioni dopo, è avvenuto un incontro con Christian Raimo, al quale è stata sottoposta questa “instant idea” basata su due cose: 1. il progetto iniziale che Cristiano aveva provato a sviluppare ma che era poi stato accantonato; 2. I discorsi che si facevano in quei giorni tra di noi su come l’Italia fosse una pattumiera tirata a lucido e che i turisti per questa cosa andavano pazzi. I luoghi sono stati scelti operando una selezione tra decine di opzioni che, alla luce della nuova ottica in cui il progetto era stato inquadrato, ci erano venute in mente. Abbiamo pensato a dei veri e propri percorsi tematici più che a dei singoli episodi, e pensiamo in tutta onestà di essere riusciti a mettere insieme un quadro esauriente, o perlomeno corposo, di una certa Italia.
Un aspetto che ho notato leggendo il libro è la vostra totale non accettazione di cedere a quella che il poeta Samuel Coleridge chiamava “sospensione dell’incredulità”. Da Cogne a San Giovanni Rotondo, da Sanremo a Venezia, il vostro peregrinare è sempre accompagnato da uno scetticismo totale, da una nevrosi del dubbio continuo, da un interrogarsi perenne, da un’assoluta ritrosia nei confronti di coloro i quali si perdono nel gorgo del “turismo malato” che considerate bersaglio privilegiato del vostro lavoro…
Fabio: Non so, io non mi sento di usare la parola “malato” riferita al turismo perché sebbene ne disapprovi certe dinamiche a mio avviso eccessivamente automatiche, non mi piace fare il critico sociale e il libro comunque non ha quello scopo là. Spero non venga percepito come un libro moralista. Direi invece che, come giustamente fai notare tu, ci sia un gorgo, e che nel gorgo ci siano un milione di domande che gorgheggiano. A noi piace che il tono del libro sia questo; così come ci piace che, oltre alle nostre domande, gorgheggino anche le parole delle persone che abbiamo incontrato nel corso del viaggio. Come se tutti ci si perdesse in qualcosa di enorme e inarrestabile, e che si possa solo realizzare di non capirci niente. Vorrei che questa cosa suonasse giocosa e apocalittica allo stesso tempo: ma forse viviamo in un luogo che si sta smaterializzando.
Su “Italia 2” compare con evidenza l’ombra ingombrante di un maestro di questi tipi di reportage che è David Foster Wallace. Nel libro non solo viene citato, ma, ad esempio, l’utilizzo molto spesso parodistico delle note è un omaggio all’uso spropositato che Wallace fa delle stesse, molto spesso narrazioni nella narrazione. Volevo chiedervi cosa vi affascina della scrittura di Wallace e, andando oltre, in cosa pensate siano diverse l’America da Wallace descritta in “Tennis, tv, trigonometria…” o “Considera l’aragosta” rispetto all’Italia del vostro libro?
Cristiano: Wallace è un grande scrittore americano, ma soprattutto, come dici tu, un maestro, e ancora di più un maestro di scrittura saggistica. I suoi saggi e i suoi reportage operano uno sfondamento totale. Ci fanno intravedere la possibilità di frullare riflessione teorica, cronaca, e invenzione trasformando tutto questo in letteratura. Da lui abbiamo imparato che non è importante come o di cosa si scrive, ma come si guardano le cose È chiaro che il suo modello ci ha ispirato. E però fino a un certo punto. Penso all’epilogo del libro – il nostro scambio epistolare – che secondo me è la dimostrazione che quella lezione l’abbiamo masticata e digerita.
In quanto alla domanda che fai sulle differenze tra la nostra Italia e la sua America, le differenze sono tantissime, è chiaro. Ma quella che forse esce fuori con più forza nel libro è il fatto che, a differenza degli americani, noi italiani abbiamo la pretesa di essere autentici anche quando non lo siamo.
“Italia 2” è un libro voluto, pensato e scritto da due menti. Come avete organizzato il lavoro di scrittura? Ci sono aneddoti in proposito?
Cristiano: Per lavorare in due senza squartarsi a vicenda è necessario che il progetto sia ben strutturato. La struttura per noi era una scaletta che facevamo per ogni capitolo. Poi ci dividevamo i paragrafi da scrivere (ma non vi diremo mai l´ordine!). Poi ci leggevamo. Poi ci correggevamo. È evidente che per scrivere in due bisogna rinunciare a un pezzo di sé. È un’ operazione dolorosa… Abbiamo litigato, forse ci siamo anche un po’ odiati, però – e ora corro il rischio di cadere nella retorica – questo libro è anche il frutto di una bella amicizia e sono sicuro che non sarebbe venuto così se io e Fabio fossimo stati solo colleghi.