Da oggi nei cinema Fine pena mai, film tratto da Vista d’interni di Antonio Perrone

Antonio Perrone , Vista d’interni. Diario di carcere, di “scuri” e seghe, di trip e di sventure, Manni 

POSTFAZIONE di Fluid Video Crew

Kafka diceva che un romanzo deve sempre essere un pugno nello stomaco. Il libro di Antonio Perrone è un pugno nello stomaco.
Pagine che non scivolano via, parole che prima ti rimangono addosso, sulla pelle e poi si infiltrano implacabili nelle fibre della coscienza con la forza pervasiva della vita vissuta. È stata questa la prima sensazione che percepimmo, dopo averlo avidamente letto e “divorato” insieme agli sceneggiatori Marco Saura, Pier Paolo e Massimiliano Di Mino.
Fu un caso incontrare Vista d’interni. Accadde nel dicembre del 2003, durante una fiera dell’editoria nella città di Lecce. Il libro, nella veste grafica della prima edizione era “semplice e umile”; una volta aperto, però, si mostrò in tutta la sua stupefacente architettura narrativa ed evocativa.
Due volte evocativa. Le pagine di questo breve romanzo autobiografico squarciano il velo di mondi insospettati e universi rimossi quali sono il carcere e l’isolamento detentivo, e riportano alla memoria gli eventi e i fatti di un passato non troppo remoto della terra salentina. Fatti temporalmente vicini (gli anni Ottanta), ma emotivamente e collettivamente lontani e non metabolizzati socialmente.
Se la psicanalisi (anche applicata alla società) è una terapia fatta attraverso le parole volta a portare allo scoperto il rimosso, a rievocare la memoria facendo divenire l’inconscio coscienza, Vista d’interni è una vera e propria terapia; tale è stata per il suo autore, ma ancora di più per i lettori che sono costretti a guardare in faccia la realtà carceraria in tutta la sua crudezza (nella particolare crudezza e crudeltà del 41 bis) e la realtà malavitosa che ha insanguinato il Salento degli anni Ottanta; quella realtà costantemente rimossa, negata a tal punto da costituire ancora un argomento quasi inedito: la Sacra Corona Unita.

Prima di tutto il 41 bis.
Perrone ha scritto le pagine del suo libro in regime di carcere duro, sotto il famoso 41 bis (un articolo dell’ordinamento penitenziario). Non spetta a noi esprimere giudizi di merito sulla necessità o sulla legittimità di tale sistema detentivo, nato in un periodo tragico, buio e di emergenza (le stragi Falcone e Borsellino) dove lo Stato, impotente, assisteva all’attacco da parte della mafia contro i suoi uomini migliori. Ma è vero anche che il 41 bis rappresenta il punto più profondo dell’inferno carcerario, il punto di non ritorno alla realtà. Un girone dove si può fare un solo colloquio al mese e solo con i parenti di primo grado, attraverso un vetro divisorio. Un sistema detentivo dove la posta è censurata, la lettura di libri è limitata, dove l’ora d’aria è realmente una sola al giorno e si svolge in cubicoli chiusi da una rete antielicottero. Un regime che non prevede la partecipazione del detenuto a nessuna attività culturale o di lavoro manuale. Un sistema detentivo di isolamento totale da cui, una volta entrati, è difficile uscire, un marchio a fuoco che ti porti dietro, per sempre, anche quando ne sei fisicamente fuori.
Perrone è detenuto dal 1989, e in regime di 41 bis ha passato un periodo che va dal 1992 al 2006. È in questo contesto che ha scritto faticosamente il suo Vista d’interni, un atto lucido, senza vittimismi di alcuna sorta, una ricerca di memoria e ricostruzione, un percorso esistenziale segnato dalla tragedia assoluta: quella della perdita della propria giovinezza e del proprio amore, la perdita di una verginità dell’anima e del corpo, che va di pari passo con un percorso “lucidamente folle” verso il baratro. A volte le parole scritte in un libro servono più di migliaia di pagine giudiziarie. Quest’ultime sono necessarie per risanare i tremendi torti subiti dalle vittime dei reati, ma solo le prime possono restituire una possibilità di “uscita”, di sopravvivenza, a chi le scrive.
Se non si scrive, se non si racconta, si soffoca: uccidi il tuo destino, pian piano sparisci e non hai più storia.

Le parole di Perrone hanno sicuramente un merito narrativo, per la loro qualità intrinseca. Ma hanno un merito anche “storico”.
Come si è accennato, la storia della Sacra Corona Unita è ancora tutta da conoscere e le parole di Perrone aprono fessure, producono capogiri, permettono a ciascuno di metabolizzare una stagione così dolorosa per tutta la comunità, una stagione che vedeva un assalto criminale da parte di un manipolo di persone sfrontate che nascondevano in realtà un’enorme paura: quella di “giocarsi tutto”. Tutto per un pugno di mosche, in un territorio che veniva continuamente offeso dalla totale assenza di una coscienza civica collettiva. Gli anni Ottanta in Puglia sono gli anni delle pistole, dell’arrivo dell’eroina e dei lutti, ma anche gli anni dell’assalto al territorio, delle tangenti, dei flussi di denaro pubblico intercettati chissà da chi e chissà in che modo, della totale assenza di qualsiasi senso di comunità, anni che hanno lacerato e bruciato vite in una “periferia infinita”, dove la coesione sociale era già morta da tempo. Anni che hanno visto tanti giovani nell’attesa di una trasformazione sociale che sarebbe arrivata troppo in fretta e senza alcun controllo, pezzi di generazione in cerca di una dose di eroina, una dose di anestetico sociale che consumava il tempo, l’energia vitale. Da lì a poco le polveri si sarebbero mischiate tragicamente. La “polvere degli dei” si sarebbe confusa con la polvere da sparo, disegnando una stagione di cui Perrone è stato protagonista e testimone.

Se è doveroso soffermarsi a lungo sul lavoro “terapeutico” di Perrone, sulla testimonianza ravvicinata e lucida della nostra situazione carceraria e sulla S.C.U., bisogna anche dire che l’eccellenza del suo libro va oltre. Questa eccellenza precipita su un piano poetico: quello del racconto esistenziale. Vista d’interni è, infatti, una storia in forma di diario, intimo, in presa diretta con se stessi. È, in questo senso, un libro profondo quanto altri mai, capace di esaurire l’analisi sociologica e storica con uno spostamento ulteriore che lo porta su un piano antropologico. Come Norman Brown, Perrone cerca le radici antropologiche del male sociale. In questo modo Vista d’interni diventa una dissezione anatomica delle emozioni, della follia, della colpa.
Dice Perrone: “Trasgredire dunque, e fino in fondo: tutto ciò che non si doveva fare io lo potevo fare. Era questo il chiodo fisso che mi si era conficcato nel cervello: mai arretrare… di fronte a niente! Io volevo e potevo attraversare ogni dimensione, anche la più folle.”
La dimensione delirante e megalomane (che ogni individuo conosce nel proprio percorso di crescita) diventa allucinazione. Il diario, che intervalla la narrazione in presa diretta ai flash-back, racconta perfettamente questi deliri allucinatori legandoli alla droga: “Le aurore però… le aurore… erano bellissime. Altro che aurora boreale! Ancora me ne ricordo una di aurora lisergica, coloratissima, giù a Leuca, col sole che si desta da sotto il gran lenzuolo salato e scintillante, per farsi, lentamente, trottola di luce. Una trottola gigantesca, avvolgente…”
Non solo la droga, però, è motivo di autoesaltazione. Ecco l’esperienza adrenalinica delle rapine: “Entrare in Banca… con un’arma spianata… che bello: ti capiscono tutti!… È allucinante il delirio di onnipotenza che ti dà l’impugnare un giocattolo mortifero, mi dava una tale ebbrezza che non mi accorgevo, non volevo accorgermi che stavo sbagliando, che avevo sbagliato completamente direzione…. io che, con la mia trasgressione, avrei voluto soprattuttto innalzare un monumento all’ozio, quale atto di ribellione al mito del cottimo e della competizione, ormai ero dentro fino al collo in una dimensione competitiva
totale, folle, bestiale: in piena competizione per la sopravvivenza.”
E al culmine di questo percorso allucinatorio arriviamo al racconto dei riti di affiliazione di una nuova mafia, la S.C.U.: “Per diventare uno ‘scuro’ dovetti ricevere una doppia investitura quindi, la prima, per le doti carcerarie di massa; la seconda invece quella di appartenenza alla S.C.U., era la garanzia d’una
selezione ulteriore, un segno elitario. Questo è quanto mi accadeva, nell’estate dell’83…”
E, alla fine, Perrone ci offre il racconto tragico e lucido sul calvario del carcere duro e dell’isolamento: “12 febbraio 1998… È una tecnica diffusissima in carcere, questa del saper perdere tempo: si impiegano delle ore a far niente, un’intera mattinata per lavarsi, fare un caffè, rifare il letto e lavare il pavimento.
Ne ho consumati di anni con quei ritmi da moviola, quand’ero un esperto consumatore di tempo. Adesso invece no. O forse lo consumo solo in maniera diversa, il tempo. O meglio, sono io che mi consumo in maniera diversa, mentre il Tempo resta immobile. E mi contiene…”

Il passaggio dal libro al film, per questi motivi, non è stato facile. Trascrivere in sceneggiatura pagine così dense e intime, che legano un piano umano e uno storico senza soluzione di continuità, con una voce sempre accorata e viscerale, sempre alterata e mentale, ha significato, prima di tutto, cercare una visione mentale di una vita vissuta e cercare di rendere il vissuto di un’epoca e di una questione sociale.
A questa difficoltà se ne sono aggiunte altre, più contingenti e non meno gravi.
La storia di Perrone è vera, ma per noi è stato come scrivere la storia di un “fantasma”. Tale è un uomo che sconta la sua pena in regime di 41 bis. Con Perrone, infatti, è stato possibile intessere una relazione puramente epistolare e filtrata. Non meno difficile è stato parlare della S.C.U. con gli “altri”, con quelli che sono fuori; di fatto, se non fosse stato per la cortese e preziosa disponibilità della famiglia di Perrone e di sua moglie Daniela in primis, sarebbe stato impossibile recuperare i dati e i fatti oggettivi, non filtrati dalla letteratura giornalistica e giudiziaria, di questa vicenda.
La somma di questi problemi ci ha portato inevitabilmente a riscrivere un nostro Antonio Perrone; un riscrittura che, però, ha tenuto conto di una esigenza imprescindibile, che si evince anche dal romanzo: raccontare Perrone né come una vittima, né come un eroe, ma come un uomo.

Al di là delle difficoltà, riteniamo che sia stato importante realizzare Fine pena mai, perché Vista d’interni è un libro importante. Un libro che offre un’analisi e, a suo modo, invoca una soluzione.
Traguardando quegli anni come l’innesco drammatico di un processo, tuttora in corso, di perdita del senso e di trasformazione antropologica e culturale, verso un sempre più possibile universo di plastica, omologato e corrotto, ci viene in mente una frase di Pasolini, quando un anno prima d’essere ucciso – ancora una volta deluso dagli uomini ma fermamente fiducioso nell’Uomo – formulava una delle sue solitarie prognosi, frutto di un’altrettanto solitaria quanto dolorosa diagnosi: “Quando la degenerazione dei valori avrà portato alla loro completa sparizione e il mondo sarà costretto a vivere in un modo completamente nuovo, allora probabilmente tutto ricomincerà.”
Questo pensiero ci conforta e ci induce a pensare a una possibile palingenesi.
Tutto – o quasi – da allora è cambiato ma, mentre assistiamo a sempre nuovi imbarbarimenti – dentro e attorno a noi – stentiamo a percepire quel mondo nuovo evocato, quelle “nuove qualità, nuove proporzioni nella vita umana”, evocate da Pasolini. L’egoismo, l’intolleranza, il razzismo, il potere, l’ignoranza determinano – a poco a poco o rapidamente, una o più assieme – le mutazioni antropologiche, l’offuscamento della ragione, il deturpamento della bellezza, la sopraffazione dei più deboli e dei diversi, la perdita dei valori e degli ideali.
Riteniamo che un utile antidoto al pericolo sempre presente della generale nullificazione delle vite e delle coscienze, sia quello di ri-conoscere le ragioni di tale perdita, anche non sottraendosi al confronto con chi ha sbagliato, con quei colpevoli conosciuti: il primo passo per non rifiutare quella parte di colpa di ciascuno di noi, sepolta e poi rimossa dalle nostre coscienze.
Condizione imprescindibile per evitare che Storia e storie, culture e identità spariscano indistinte nel frullatore dell’omologazione globalizzata. E se i racconti e le visioni possono fare la loro parte in questo difficile processo di ricostruzione di coscienze e civiltà, collettive e personali, allora – forse – sarà possibile domani guardarsi tutti in faccia con coraggio e rispetto, i pochi che avranno espiato sino in fondo le colpe per i terribili delitti commessi e i tanti colpevoli, mai condannati per avere seppellito nell’oblio e nell’indifferenza la propria sensibilità civile.
Penseremo allora a questo libro denso di parole e immagini anche dure e dolorose, utili per aiutarci a ricordare che le mafie producono morte, ma che si può morire – un po’ tutti – anche di indifferenza, di benessere e di egoismo.