Lester Bangs, Impubblicabile!: incipit

da DUE ASSASSINII E UNA SVELTA RITIRATA TRA NOSTALGIE PASTORALI, tratto da IMPUBBLICABILE!

di Lester Bangs

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Oggi hanno assassinato Andy Warhol; be’, non dovrei dire «assassinato», gli ha sparato una tipa che in teoria voleva ucciderlo, e adesso è in gravi condizioni: ha il cinquanta per cento di possibilità, almeno così dicono. Oggi mentre ero dalla mia amica Andy ad ascoltare per la prima volta il nuovo disco di William Burroughs (mi è appena arrivato per posta) improvvisamente dalla camera da letto mi hanno chiamato gridando. Quando sono entrato, la madre di Andy mi ha dato la notizia. Per qualche motivo avevo la sensazione che si aspettassero di vedermi sconvolto, così ho emesso delle risatine false. In verità la notizia non ha avuto alcun effetto su di me, o quantomeno nessuno che si potesse misurare in positivo o in negativo, se non quel tipo di feeling che ti scatena un improvviso episodio surreale nella vita vera. Mi ha mandato fuori di testa, ecco cosa volevo dire. Quando si dice «mandare fuori di testa» non si intende niente che abbia a che fare con la tristezza o la felicità, si intende… BUM!, l’impatto improvviso di qualcosa che è pazzesco, incredibile, inverosimile, e mi sa che la si può definire una sensazione positiva. Poi la madre di Andy ha continuato, in tono neutro: «Una critica d’arte di New York gli ha sparato. Gli ha fatto saltare le cervella».
«Cosa?! Ma allora è morto?»
Andy si è messa a ridere. Sua madre ha rettificato il proprio surrealismo (sul giradischi Burroughs aveva appena detto: «Servizio notizie Trak… Non riferiamo le notizie, le scriviamo»): «No, è solo all’ospedale, in condizioni gravi». Sono rientrato in salotto e ho scritto sulla busta interna del mio album di Burroughs: «3 giugno 1968: giorno in cui hanno assassinato Andy Warhol». Sembrava più fico che scrivere «giorno in cui hanno sparato a Andy Warhol».
Forse dovrei preoccuparmi di più. Una volta Warhol era uno dei miei eroi. Certo. Non sapevo un beneamato cavolo di lui, non avevo visto nessuno dei suoi film e nemmeno molti dei suoi quadri, ma avevo visto in tv uno speciale su di lui con i Velvet Underground che suonavano, e mi aveva mandato fuori di testa, e leggevo tutto quello che potevo sulle riviste, qua e là. A un certo punto, non mi ricordo bene quando, ho comprato un poster gigante della sua faccia, con gli occhiali da sole, e l’ho tenuto appeso per dei mesi. Non è un granché da vedere, o meglio non lo era, adesso non c’è più… cioè, non era una di quelle cose psichedeliche-rococò che si può stare a guardare per ore. Anzi, per dirla tutta era davvero brutto, e dopo un po’-ho continuato a tenerlo appeso solo perché volevo dei poster sul muro e quello era grande. Quando l’avevo appena comprato me lo tenevo proprio di fronte al letto e di notte, al buio, fissavo quel viso cercando di simulare un’allucinazione indotta dalla droga, finché non cambiava. Ma i cambiamenti non erano mai molto definiti, su quel viso non si vedeva molto, era solo un viso famoso, incredibilmente inespressivo, e forse proprio per quello era così famoso. Senza occhiali sembrava solo il tipico frocio stravagante, ma con le lenti da sole acquistava un aspetto da cemento gommoso, da muro di cemento. Per gradi, nel corso dei mesT, ho cominciato a scoprire che Warhol non c’entrava niente con i film che uscivano a nome suo. Roger ha conosciuto Warhol (o un impostore, si maligna da quel giorno) e Paul Morrissey, che a quanto pare è il vero autore dei film, quando sono venuti a tenere una lezione alla San Diego State University. Io non c’ero, ma mi dicono che Warhol aveva l’aria alquanto catatonica. Quando mi sono trasferito a Broadway ho appeso quel poster nel salotto e una sera, mentre tutti erano fatti di acido e in preda a un brutto trip, Jerry Luck ha fecalizzato la sua paranoia sul poster di Warhol: «Non lo sopporto quel tipo, mi guarda in continuazione! Bleah, quella faccia!»