Dante Virgili, Metodo della sopravvivenza (peQuod, 2008): recensione

Metodo della sopravvivenza: Il ritorno di Dante Virgili

di Rossano Astremo

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A cinque anni dalla ripubblicazione di “La distruzione”, edito una prima volta nel 1970 da Mondadori e considerato il primo romanzo filonazista italiano, arriva nelle librerie, grazie ancora una volta all’editore peQuod, il romanzo postumo di Dante Virgili: “Metodo della sopravvivenza”. Se nel suo esordio il protagonista è un quarantenne che crede ancora nel nazismo come igiene del mondo e cerca di vivere il suo ideale hitleriano di vita sadico e crudele sia nella sfera erotica che in quella sociale senza alcun pudore, in “Metodo della sopravvivenza”, ambientato nell’estate del 1990, quella dei Mondiali di calcio svoltisi in Italia e vinti proprio dalla Germania, a pochi mesi dal crollo del muro di Berlino, protagonista è un anziano professore di tedesco che vive da solo, con pochi contatti col mondo esterno, dominato solo da pensieri e ricordi d’incontri con uomini e donne e sogni di nuove avventure. È una variante della declinazione dell’uomo nichilista che odia l’umanità, in cui ogni atto della sua esistenza è finalizzato alla esaltazione del male. Ancora una volta Virgili, morto in solitudine nel 1992, del quale non si possiede nessuna fotografia, crea un personaggio moralmente respingente, pieno di ossessioni, di pulsioni erotiche malate, di convinzioni politiche che annichiliscono per il loro anacronismo e per la riduzione delle stesse a puri slogan dell’orrore. Eppure, nonostante lo schifo che aleggia attorno al personaggio di “Metodo della sopravvivenza”, la scrittura di Virgili affascina per il suo essere “altro” dalle scritture contemporanee, surreale, visionaria, citazionista e corrosa.