una mia poesia

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Strano ora pensare a te

incuneata in spazi rarefatti

che non riesco a rendere immagine,

sul tappeto osceno di questa stanza

a pochi centimetri dal tunnel del liquido.

L’unico modo per farti mia

è chiudere gli occhi e soffiare sull’oblio della forma,

scagliare lontano il vortice che strattona lo stomaco,

leccarmi le vene delle mani

sino a renderle polvere,

dare inizio alla sparizione dagli arti superiori

e proseguire con dovizia di particolari:

petto, stomaco, pene, gambe, piedi.

L’ultima zona tangibile resta il cranio

e ciò che dentro s’agita.

Strano ora pensare a te

andata via senza il minimo incrocio di occhi,

mentre continuo a leccare ciò che resta di me,

a pochi centimetri dal nulla,

consumare persino il pensiero,

sbriciolare il cranio

e ciò che dentro s’agita,

saturare di vuoto lo spazio e il tempo

nel quale io e te ora galleggiamo,

in attesa della rinascita

situata oltre la soglia d’ogni insano delitto.

r.a.