Michele Mari, Verderame: un estratto

Un estratto da Verderame

di Michele Mari

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Dentro di me lo chiamavo l’uomo del verderame, perché di tutte le sue mansioni, che prevedevano la cura dell’orto e degli alberi, la manutenzione spicciola della casa, il taglio del prato, l’allevamento di galline e conigli, la preparazione e l’irrorazione del verderame era per un bambino la più fascinosa. Lo vedevo spezzare stecche di verderame solido dentro un bidone di metallo, e ognuna di quelle schegge aveva la sinistra seduzione dei gessi colorati che furono fatali a Mimì, la «bimba sciocca» della canzoncina. Punizioni tremende, avessi solo sfiorato una di quelle schegge: pure, siccome egli le trattava a mani nude ritraendone un turchese che non solo gli tingeva la pelle ma gli si installava permanentemente sotto le unghie, i casi erano due: o il verderame non era così pericoloso, o davvero egli era un mostro. E a questa seconda ipotesi sempre fiducioso mi attenni.

Perché mi voleva bene, quell’essere, ed essere amato da un mostro è la migliore delle protezioni dall’orribile mondo. Certo si macchiava di atti nefandi come l’uccisione delle lumache o lo scuoiamento dei conigli, la cui cruenta pelliccia appendeva ai rami degli alberi senza alcun riguardo alla mia tenerezza: ma ero abbastanza intelligente da capire che a un mostro qualcosa si deve pur concedere. Mio nonno cercava di confondermi attribuendo l’eccidio dei molluschi alla necessità di preservar le lattughe, e il sacrificio dei conigli alla bontà degli umidi imbanditi dalla nonna: ma io sapevo che erano pretesti, che il mostro uccideva con piacere e con pompa e che questo solo contava, la sua barbara soddisfazione di carnefice; e del resto a qualificarlo per mostro bastavano i suoi disgustosi scaracchi, ai quali anche la speciosa dialettica del nonno non poteva trovare giustificazione.

Si sapeva poi quand’era nato, e dove? Cos’aveva fatto prima di lavorare per noi? Se aveva parenti? Qualcuno era mai entrato in casa sua, se casa era l’incognito spazio chiuso da un portoncino di legno grigiastro? Qualcuno l’aveva mai visto in un abito che non fosse quella tuta, identica nei decenni? Qualcuno poteva dire di averlo visto fare la spesa, o ricevere derrate a domicilio? E di cosa si nutriva? Beveva molto, evidentemente, ma c’era in tutto il paese una sola persona che potesse testimoniare dell’ingresso di una bottiglia attraverso quel portoncino? E finalmente, io avevo bisogno di un mostro, e questo decideva. D’altronde, non maneggiava impunemente il tremendo veleno?

Sciolto nell’acqua, il verderame formava una pasta densa, simile a quella che nelle fiere di una volta i caramellai torcevano come lottassero contro un pitone: così doveva rimanere alcuni giorni per «respirare», verbo che diceva fin troppo della vita di quella cosa. A tal fine, il bidone restava pericolosamente aperto: io entravo più volte nella legnaia per controllare quella misteriosa attività respiratoria, e contemplando il meraviglioso turchese cercavo di non sporgermici sopra per paura delle esalazioni, una paura che mi confermavano gli insettini morti che sempre più numerosi maculavano il colore.

Venuto il momento l’uomo versava la pasta dentro una grande vasca di graniglia, la cui presenza faceva sì che la legnaia fosse talvolta chiamata lavanderia, con una transitività che se sconcertava gli estranei era per me il segno della natura metamorfica e magica di quel luogo. Aggiunta molta acqua nella vasca egli «rügava», cioè mescolava con un bastone finché il liquido non fosse omogeneo. – Va’ Michelìn, l’è cumpagn rügà la pulenta – mi faceva: poi sputava dentro la vasca e procedeva alla mescidazione come una macchina. Era solo un’abitudine, o quello sputo conteneva gli enzimi necessari alla buona riuscita dell’operazione, come uno di quegli ingredienti segreti su cui ogni brava cuoca costruisce la propria fama? Non seppi mai. Ottenuto il risultato prefisso, ecco che le sue mosse si facevano rapidissime: bisognava riempire il sifone prima che nella vasca la miscela «l’andass insemma», cioè, come con identico errore si dice della maionese, si dividesse. Così, inferto un ultimo e più vigoroso giro di bastone, l’artefice prendeva l’enorme sifone di rame e lo immergeva finché fosse pieno; dopodiché lo chiudeva assicurandone il coperchio con due leve; dopodiché lo asciugava e lucidava con due diversi panni perché il verderame, mi aveva spiegato, non rovinasse il lucido del rame; dopodiché, sustoltolo alquanto, lo agitava come lo shaker mostruoso di un più mostruoso barman; dopodiché vi applicava due larghe cinghie di cuoio a mo’ di spallacci, e come uno zaino della prima guerra effettivamente se l’incollava sul groppone: così carico faceva due o tre saltelli ad assestarselo meglio, quindi rimosso con destrezza un opercolo situato sul coperchio vi avvitava la ghiera di un tubo di gomma terminante in una punta metallica, anch’essa di rame, identica per proporzioni alle siringhe dei pasticceri, non fosse per una sottostante impugnatura ad anello che ricordava quella di un Winchester. Io a questo punto mi ero già allontanato di qualche metro perché sapevo cosa stava per accadere: puntato il tubo-siringa verso il nulla, l’officiante tirava a sé l’anello provocando lo spruzzo del verderame, prima restio e in forma di goccioline troppo grosse, poi finalmente nebulizzato e gagliardo. Irriferibili bestemmie uscivano dalla bocca dell’orco finché lo spruzzo non fosse di suo gradimento: al che, con tutto quel rame sulla schiena che mi ricordava i palombari del Nautilus, si girava verso di me e simulava irrorarmi facendo – Psssssss… – con la bocca, ma l’attimo dopo si era già dimenticato di me per essere tutto della sua mansione.

Due ore dopo l’intera vigna era costellata di macchioline turchesi, così fitte e concentrate da tingere talvolta un’intera foglia o mezzo grappolo. – E anca stavolta l’emm daa – bofonchiava il mio uomo, che rientrava nella legnaia-lavanderia per sciacquare il proprio strumento e svuotare la vasca: la quale tratteneva sulla sua superficie una gromma turchese che mi sembrava un delitto rimuovere, e che pure era regolarmente eliminata con una spatola metallica ed altra acqua.
Il verderame! Per anni fui convinto che quel nome meraviglioso fosse la somma meccanica del rame del sifone e del verde della vigna: invece lo stesso rame ci entrava per il colore che assume quando è ossidato o, come avrei scoperto da grande, quando è in forma di acetato.

Guardando la vigna picchiettata di verderame un giorno fui ghermito da una domanda: com’era possibile che la tuta dell’uomo, sulla quale io stesso avevo appena visto cadere qualche gocciolina turchese dalle foglie, non fosse diventata con il tempo tutta una composizione di macchie, raggere, galassie di quello stesso colore? Terra e sangue di coniglio sì, ruggine, grasso di motore anche, calce, stucco, ma verderame no. E certo, il verderame si dà due volte all’anno, mentre con l’orto, le bestie e la casa c’era da fare ogni giorno: però… però se non altro dovevano esserci più tute, cosa che il mio pensiero non riusciva ad accettare perché in relazione ad un essere come quello implicava una frivolezza imbarazzante: più tute, tutte però uguali come le scarpe di quei lord inglesi che se ne fanno fare dodici paia alla volta… E chi lavava via il verderame, lui stesso o qualche donnina del paese?

La risposta, per la crudeltà del destino, arrivò poco tempo dopo, come se i dolorosi fatti che vi erano congiunti fossero stati innescati dal mio stesso dubbio.

Si era all’inizio di agosto, quando gli acini d’uva in procinto di maturare chiedevano la seconda passata di verderame. Come al solito i nonni stavano chiusi in qualche punto della casa. Si apre il cancello e lo vedo: dovrebbe tagliare per il prato in direzione della legnaia, invece fa un giro più lungo costeggiando il muro dietro gli abeti: ma quando riesce allo spiazzo davanti al fienile non può più nascondersi, nascondere, dico, la straordinaria novità della sua tuta beige-kaki, di quel punto cromatico che è più precisamente il noisette, e che da nonne e zie non ho mai sentito designare altro che per «un bel noasetino». Così vestito sembra un soldato inglese, con il sifone sarà un perfetto sminatore. Si accorge della mia presenza, però, e si volta.