Raffaele La Capria, Amori (Manni, 2008): incipit

 

INCIPIT di Amori

La prima volta

di Raffaele La Capria 

«Eccoti qua», dissi con un sorriso di circostanza.
Era infatti là, inquadrata nel vano della porta. Ma questo appunto cambiava tutto, inesplicabilmente. Perché lei portava con sé quel di più che non avevo immaginato e ci voleva un po’ di tempo per ridimensionarla.
Entrò nel salotto, si guardò intorno un po’ contrariata, fece qualche passo nel suo modo pigro e ondulante – quel vestito di lanina verde bordato di rosso non glielo avevo mai visto addosso, lo aveva messo per me? – e poi voltandosi dalla mia parte disse:
«Nel corridoio ho avuto paura. Potevi almeno venirmi incontro. E tu: “Eccoti qua”, non sai dire altro. Bell’accoglienza. Di’ un po’, eri tanto sicuro che sarei venuta?»
«Ci voleva poco a indovinarlo. Mi trovavo da Enrico stamattina quando lo hai chiamato al telefono.»
«Ah, eri là?» scoppiò a ridere.
«Bei metodi…»
«Non li approvi?»
«No.»
«Allora me ne vado?»
«Ormai è fatta.»
Con una leggera spinta la feci cadere sul divano. Sorrise.
«Non preoccuparti, non me ne vado.»
Attirandomi mi sfiorò con un bacio.
Avrei dovuto prendere qualche iniziativa, come richiesto dalle circostanze, farmi precedere dai miei gesti e verificare solo dopo dove approdavano. Per ora niente da segnalare, c’era in me, nel mio corpo, una calma che non prometteva niente di buono. Nemmeno la più piccola pulsione nel sangue, e di laggiù, da quel luogo remoto dove pareva confinato il mio sesso, nessun preannuncio mi arrivava. Eppure quel bacio dato di sfuggita era pur sempre il primo tra noi!
Tirò fuori un fazzolettino:
«Avvicinati.»
Avvicinai il mio viso al suo, sentii la punta della lingua insinuarsi tra le mie labbra e rapida ritrarsi.
«Questo rossetto è un disastro. Stinge.»
Mi pulì col fazzolettino e se lo strofinò anche lei sulla bocca.
«Guarda un po’ se è andato via. Va bene così?»
Be’, andava meglio, qualche vibrazione laggiù l’avevo avvertita, qualcosa che rassomigliava a un desiderio si stava ridestando. La bocca con ancora tracce di rossetto vista così da vicino era più grande del naturale, era diventata una cosa a sé, rosea, staccata da lei e dotata di uno strano potere di attrazione. Forse conveniva insistere, con un tantino di partecipazione.
Ma lei si tirò indietro. Frugò nella borsa, prese una sigaretta e mi fece cenno che voleva accendere. Dov’erano finiti i fiammiferi? Li cercai di qua, di là, li trovai finalmente in cucina. Quando rientrai e la vidi sul divano con le gambe accavallate in mostra, l’aria tranquilla di chi prevede già come si svolgeranno le cose, mi parve di non aver capito ancora quanto stava accadendo. Mi sedetti accanto a lei, le feci accendere la sigaretta, forse era il caso di tentare un primo approccio, cingerle le spalle, ma vi rinunciai. Era bastata la breve interruzione, il tempo di andare in cucina e tornare, per distrarmi, per riportarmi allo stato d’indifferenza iniziale.
Mi spostai nell’angolo in ombra del divano. Be’, che c’era in lei di così particolare? L’osservai con un certo distacco ma anche con curiosità, come per trovare una giustificazione alla mia indifferenza o non so quale rivalsa da opporle. Una vena appena svelata correva dalla tempia e si diramava sfumando nel pallore linfatico del viso. Non l’avevo mai vista così bene. Quasi ad assecondare le mie intenzioni Mira si mosse e la luce del lume l’investì cruda. Le puntai addosso uno sguardo meticoloso, esigente, e scoprii le palpebre, i pori del naso, le sparse efelidi sugli zigomi alti, la bocca infantile con quell’impercettibile sorriso fermo negli angoli arricciati, gli occhi larghi d’un azzurro sbiadito che parevano a tratti ciechi come quelli delle statue – era solo un po’ di miopia, lo sapevo – e lì, sotto il labbro inferiore, un piccolo eczema scuro, una crosticina appena coperta da un velo di cipria… È proprio brutta pensai.