Philippe Forest, Sarinagara (Alet, 2008): incipit

 

incipit di Sarinagara

di Philippe Forest

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. È diventata il mio ricordo più nitido e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino ai giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posata sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraversavo la città: le facciate grigie degli edifici davano l’impressione di perdersi nel cielo, grandi scale giravano nel vuoto come appese al miraggio di splendidi palazzi. Canali color acciaio si stagliavano all’infinito alimentati silenziosamente da vasche e da fontane sulla cui profondità si protendevano ponti dagli archi giganteschi. Il sole brillava ancora ma senza fare ombra o calore. Stavo attento a non uscire dai confini del mio quartiere, che si era stranamente dilatato al punto da contenere nella sua nuova immensità tutto lo spazio impensabile del mondo. Non c’era anima viva. Non riconoscevo nulla intorno a me. Mi addentravo sempre più in una fantasmagoria silenziosa e senza fine. Tutte le prospettive nuove che scoprivo facevano più grande la mia perplessità. Ero incapace di indicare la direzione di casa mia. Capivo di essere arrivato all’estremità del mondo e che al di là non c’era niente. Non avrei mai più trovato la strada del ritorno. Ero del tutto perso. Nel sogno sapevo che in quel momento avrebbe dovuto piombarmi addosso una tristezza totale, una disperazione senza fondo. Misuravo tutta la miseria della mia condizione di bambino smarrito, ma un’impressione di grande tranquillità era dentro di me. Mi sentivo libero di una libertà triste, era per me come una vertigine alla quale non volevo rinunciare e alla cui grazia mi abbandonavo con gratitudine e fiducia, con gioia.
Tutto il sogno era immerso in un unico colore, ma lo strano è che quel colore non l’avevo mai visto da nessuna parte. Direi che assomigliava a un certo tipo di “giallo”. Eppure sarei stato assolutamente incapace di dargli un nome preciso e ancor meno di descriverlo. D’altra parte, se ci penso, la parola stessa “colore” non era del tutto adatta. Si trattava piuttosto di un tipo quasi impercettibile (di grana? di pigmentazione?) che contagiava indistintamente tutte le sfumature del verde, del grigio, del blu, del rosso; non le alterava veramente – il verde rimaneva verde, il blu rimaneva blu, ecc. – ma dava loro la stessa aria di vaga irrealtà. Forse più che un colore era una qualità particolare di chiarore, una strana proprietà del baluginio, come una fosforescenza discreta di quell’universo di sogno che avvolgeva il mondo nella sua trasparenza sottomarina e silenziosa.
Tutta la luce della scena sembrava falsa. Ne risultava quel colore che non era veramente un colore, visto che si sommava a tutti gli altri – senza però alterarli veramente – e che mi indicava che tutto quello che vivevo era parte di un sogno. Era quel colore a dirmi che la città in cui mi trovavo non era in realtà la mia, che non ero del tutto smarrito, che presto mi sarei svegliato, che il prossimo angolo di strada al quale avrei svoltato mi avrebbe semplicemente ricondotto nel buio desueto della notte che conoscevo, nella mia camera, nel mio letto, a casa mia. E, bambino, non sapevo che cosa pensare di quella promessa di ritorno. Ero incapace di decidere se davvero mi rassicurava o se al contrario mi precipitava in una malinconia ancora più profonda.
A volte il mio sogno di bambino continuava così. Certe notti il racconto non terminava nel vuoto. Non rimaneva sospeso. C’era un seguito. Dopo aver camminato a lungo nella città sconosciuta, dopo aver costeggiato ogni sorta di edifici di proporzioni smisurate e dalle strane facciate, il bambino che sognava si fermava all’angolo di una via e bruscamente si accorgeva che il suo vagabondare lo aveva riportato proprio davanti a casa. Spingeva il cancello del palazzo, saliva nel buio i gradini di una scala scura, si fermava al piano più alto, di fronte all’entrata dell’appartamento sotto i tetti. La sua manina bussava alla porta e il toc toc sul legno rimbombava in stanze vuote. L’eco era così prolungata, così profonda da far pensare che dall’altra parte ci fosse tutto un mondo sconosciuto e deserto. Poi il bambino aspettava a lungo, con il cuore in gola. Certe volte gli apriva una sconosciuta e, dietro alla sagoma di lei, egli scorgeva la prospettiva rettilinea del corridoio, poi del salone, della camera e in fondo alla camera, attraverso la finestra da cui entrava la luce gialla del pallido sole, il cielo e, in basso, la città. Ma tutto era cambiato, il bambino non riconosceva niente, quella casa non era più la sua. Altre volte erano i suoi genitori ad aprirgli. Guardavano il bambino con una specie di stupefazione crudele, increduli di fronte alla realtà del suo ritorno: il bambino che gli stava davanti non era il loro, quel bambino era scomparso da così tanto tempo che avevano dimenticato persino i tratti del suo volto, il suono della sua voce, il suo nome, la sua stessa esistenza. E, qualunque sviluppo proponesse la notte, il bambino restava immobile davanti alla porta aperta, consapevole che nel mondo dove un tempo aveva vissuto d’ora in poi non c’era più posto per lui; era diventato una specie di minuscolo e patetico fantasma errante nel nulla variopinto di una vita dalla quale era stato escluso una volta per tutte: triste, trasparente e per sempre in balia del giallo senza sostanza della sera.