un racconto di Simone Giorgi

Ille

di Simone Giorgi

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Quando mi venne a chiamare stavo pescando. So che i malevoli dicono che era il palcoscenico di un teatro, quello in cui sedevo con le gambe all’infuori, e non uno scoglio. Non una palude. Non un eden. Ma questo a me non importa. Le loro voci non mi raggiungono più. Ho davanti a me il mio secchiello. Ne estraggo un verme. Lo scelgo con cura. Poi lo infilzo all’amo. E getto la lenza. È allora che mi venne a chiamare.

   Di lui dicono che fosse una ragazza. Dicono che un’insania la portò a recidere i riccioli neri come un militaretto. Aveva gli occhi buoni, le labbra e il mento tremanti. Deve amare molto suo padre. Suo padre deve avere i capelli bianchi. Devono amarsi molto senza affetto però da scambiare. Aveva gli occhi buoni, e il mento tremava per l’impazienza, per l’attesa, non di superbia. E questo a me basta. Disse il suo nome più volte. Lo cambiò più volte. Il primo fu un nome lungo, importante e antico. Il secondo fu semplice. Poi non ricordo. Forse smise di annunciarsi. Una volta si sedette al mio fianco, quella volta il mento tremava di pianto per me.

   Ma non è giusto! Con che impeto gridava non è giusto. Faticava a riprendere fiato per la lunga corsa. C’era voluto molto coraggio a offrirsi di venirmi a cercare. Altri, ben più forti, senza darlo a vedere si erano tirati indietro. Dicono che fu per fare orgoglio alla testa bianca di suo padre. Dicono che fu per meritarne l’approvazione. Sono gli stessi che dicono che era in realtà una fanciulla. E dicono poi che fu per rivedere me che tornò le altre volte. Che si offrì ancora. Quando il pericolo diventava più grande. E la fatica di ogni corsa si assommava alla precedente. È un pensiero che non mi raggiunge. Non più. Lo lascio alla mia vecchiaia.

   Fece a tempo a riprendere fiato e farmi la sua ambasciata. Io gli risposi non tornerò mai più alla guerra. Lo sai. Lo sanno tutti. Il mento tremava. Non osò guardarmi negli occhi che un solo istante. Ma questo non lo confuse, l’orgoglio lo tenne saldo, a parte il tremore del mento. Non osò neppure guardare il mio giardino, non guardò lo stagno o il lago o ciò che dicono che fosse. Mi comprese senza guardare. Credo avesse delle spalle sensibili. Credo sapesse ascoltare. Non è questo che fa un messaggero, ascoltare e tenere le spalle allerta?

   Mi annunciava la strage imminente. Molti dei nostri moriranno, diceva. Tutti moriremo. Diceva: ho anch’io i miei cari tra gli altri. Hai anche tu i tuoi cari. Solo tu puoi evitare che tutto sia perduto. Solo tu puoi darci la vittoria. Dissi solo: non tornerò mai alla guerra. Tra me pensai: è l’eccesso di forza che porta la pace nella contesa?

   Mente chi sostiene che mi offese il suo voltarmi le spalle. Mente chi sostiene che mi offendano le sue spalle contratte che corrono al campo. E mente di più chi sostiene che voleva nascondermi le lacrime. Come una fanciulla pudica. Eseguiva il suo dovere. E sapevo che avrebbe presto fatto ritorno.

   Io infilo la mano nel secchio. Ne estraggo dei vermi. Li guardo muoversi sul palmo, poi li poggio sulle assi del palcoscenico. Che le chiamino così, che il legno del mio molo sia un palcoscenico, a me non importa. Guardo i vermi muoversi sulle assi. Ne scelgo uno. Lo infilzo. Poi sento l’urlo con cui mi accusano.

   Stavolta il suo ingresso è preceduto da un urlo. Non so come sia potuto avvenire. Il messaggero portava con sé l’eco della battaglia e non solo un messaggio. Sentii il grido di un uomo che soccombe appoggiarsi alle spalle del mio messaggero e da lì saltarmi incontro e raggiungermi. Tutti sanno che udii quel grido. Solo il mio messaggero non si accorse di niente. Dopo aver preso lo slancio sulle sue spalle, l’urlo ricadde all’indietro, oltre la sua schiena e scomparve. Ma vide i miei occhi fissare davanti. Vide il mio turbamento. Sì, stavolta è vero che fu con voce di bimba che chiese: tutto bene, mio signore?

   Forse fu un indovino a legarlo alle sue spalle. Sapevano che avrei risposto ancora non tornerò mai alla guerra. Ma ora la mia colpa era incancellabile. Avevo udito il grido dei nostri morti, senza fare niente. Ma questo per me non ha valore. Sapevo però che lo avrebbero detto a lui. Sapevo che il mio messaggero stavolta riportava un messaggio per sé solo. Tra loro al campo i bambini e i maligni cantavano: tornerà la fanciulla innamorata, e le spezzeremo il cuore, a dirle che l’uomo che ha chiamato signore sente urlare e non si muove. Temo di aver alzato il braccio. Non so se erano le prime e se davvero erano solo per me, ma le sue lacrime stavolta erano certe. Feci a tempo a ricomporre il braccio. Se le lacrime non avessero impedito ai suoi occhi di vedere il mio gesto, se solo avesse preso il braccio… no, non è vero, anche così non l’avrei seguito.

   Fu piangendo che mi disse ti prego, signore. Mi disse che i nostri morivano uno dopo l’altro. Mi disse che i migliori tra noi erano feriti o morti o fuggiti. Mi disse è troppo grande la forza del nemico. E troppo orgogliosi i nostri per non disseminare di morti la ritirata. Fui certo che le sue lacrime non erano solo per me: mi disse anch’io ho perduto qualcuno, signore. Fu il mio mento a tremare. Il suo mento era immobile. Voleva dirmi devi essere tu a prendere il suo posto. Voleva dirmi saprò aspettare che anche i tuoi capelli diventino bianchi, prenderò il tuo braccio quando sarà stanco. Non voleva più che seguissi i suoi passi fino al campo, voleva seguire i miei. Voleva che dicessi resta qui. Altri verranno a cercarti. E altri resteranno qui. Dissi solo: non tornerò più alla guerra.

   Che uomo è chi non soccorre i suoi cari?

   Aspettai che si allontanasse. Portò via con sé ogni rumore. Ogni pienezza. Quando fui sicuro che non potesse più udirmi presi i miei vermi. Ne portai uno allo zigomo, lo premetti contro lo zigomo. Sedetti ancora. Ancora alla mia pesca. Il teatro era vuoto. Dissi piano: non è un uomo.

   Non la sentii arrivare. Forse era davvero una ragazza. Gli uomini non sanno aspettare così a lungo. E io non mi accorsi che il mio messaggero mi sedeva al fianco, chissà da quanto. E forse davvero è come dicono, forse davvero venne senza permesso. Forse davvero era troppo tardi, e ormai il mio ritorno mi sarebbe valso la morte per mano dei miei stessi compagni. Mi accorsi del messaggero quando mi sfiorò la schiena.  Non è vero che udii una marcia funebre alle mie spalle. Non è vero che sentii il corteo che sfilava, seguito dalle querelanti. A che sarebbe servita tanta retorica? Mi disse solo: i tuoi cari sono morti. Poi piegò la testa sulla mia spalla. Le tremava il mento di pianto. Lanciai la lenza. E sì, è vero il ridicolo che mi gettano contro. La lanciai senza verme. Un ago acuminato nel mare. O sulla platea deserta. Stringevo la canna guardando dritto. Il mio messaggero piangeva i miei morti sulla mia spalla.

   Pianse per poco. E perché piangere a lungo avrebbe più forza?  Poi si alzò in piedi, e per la prima volta si guardò intorno.

   Disse: è bello qui.

   Contai i suoi passi mentre si allontanava. E che importa se era questo che voleva? Se i suoi passi erano pesanti perché io li sentissi, perché li trattenessi. A che serve dirmi questo, a che mi servì contare?

   Ripresi la mia canna e avvicinai il mio secchio. Quando il sole tramontò, risposi: è bello qui.

   E che sorrisi io non lo ricordo.