Chiara Gamberale, La zona cieca: recensione di Elena Stancanelli, apparsa ieri su Il Manifesto

Ciò che si sa e ciò che non si sa di sé, dell’altro, del cuore
di Elena Stancanelli
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Il titolo del romanzo di Chiara Gamberale, La zona cieca, fa riferimento a uno schema inventato da due psicologi, Joseph Luft e Harry Ingham, chiamato la finestra di Johary. Serve a dividere il campo, che separa due o più persone, in zone di competenza: quello che io so di me, quello che io non so, quello che gli altri sanno di me e quello che non sanno. Incrociando ascisse e ordinate, si ottengono diverse composizioni. Una di queste, che comprende ciò che gli altri sanno di te ma tu ignori, si chiama appunto la zona cieca.
La zona cieca, fa dire Chiara Gamberale a uno dei suoi personaggi, è il pezzettino di insalata che ci rimane tra i denti. Noi non lo sappiamo, non ne abbiamo alcun sentore, ma è evidente a chiunque si relazioni con noi. Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno nessuno e centomila di Pirandello, ha ventotto anni il giorno in cui sua moglie accenna scherzosamente al fatto che il naso di lui «pende verso destra». Aprendo una crepa nella sua vita che niente e nessuno potrà più risanare. Dunque io sono questo dunque gli altri mi vedono in questo modo e io non lo sapevo, dunque chi sono io… Qualcosa di diverso però accade a Lorenzo, scrittore «considerato una promessa importante della letteratura italiana contemporanea fin da quando aveva esordito», la cui zona cieca sembra avere dimensioni spropositate. Almeno a giudicare da quello che pensa Lidia, giovane e bella conduttrice della trasmissione radiofonica «Sentimentalisti anonimi», che raccoglie le confidenze notturne, i timori e le speranze di un variegato universo di anime solitarie, unite dalla comune fame di affetto.
Lidia, appena uscita dall’ultimo di una serie di ricoveri in cliniche psichiatriche, si innamora di lui subito, per la subitanea certezza che lui «sarebbe rimasto». Curiosa palinodia all’atteggiamento di Lorenzo, che invece fin dal primo incontro non fa altro che cercare di andarsene. O meglio di dichiarare che se ne andrà, perché incapace di sostenere il peso di una relazione vera. Lorenzo ha quarant’anni ed è uscito a pezzi dal fallimento del suo matrimonio. Sfrattato persino dalla sua casa, dove adesso vive la ex moglie insieme alla sua nuova compagna, incinta di due gemelli dell’ex marito, un maestro di respirazione.
Dorme su un vecchio divano coi cuscini sporchi di mestruazioni, in una casa lurida. Non apre mai le finestre, non lava mai neanche un piatto. Fuma, si droga, scopa tutte le donne che può. Questo è quello che Lidia sa o crede di sapere. Perchè Lorenzo è un bugiardo compulsivo. Non tiene neanche il conto delle sue bugie, non gli importa di costruire un racconto coerente, di non contraddirsi. Dice bugie per compiacere la persona con cui sta parlando, per farsi amare, per sedurre. All’amico greco che lo chiama al telefono mentre è al supermercato dice: pensa un po’, proprio in questo momento stavo comprando della feta! E invece ha in mano una mozzarella. Cose così.
Lidia è disposta a fare qualunque cosa per illuminare la zona cieca di Lorenzo, e rendergli in questo modo evidente il fatto che non solo lei ama lui, ma anche lui ama lei. Gli legge i messaggi sul telefonino, il diario, le mail, gli piomba in casa senza avvertirlo, lo coglie in contraddizione sul suo passato. Lorenzo si difende erigendo tra lui e Lidia un muro di gomma, dove realtà e finzione sono inestricabilmente legate, relegando la loro relazione in un luogo astratto, fatto di nomignoli e continue ritrattazioni, di dichiarazioni contraddette, di fughe e resistenze passive sul divano nella casa di lei, nell’orribile quartiere residenziale dipinto di rosa.
La storia d’amore di Lorenzo e Lidia è raccontata con grazia e cucita su una trama avvincente, non ovvia. Contrappuntata dagli interventi degli ascoltatori radiofonici, testimoni di un universo in totale deriva sentimentale.
Tra rotture clamorose e commoventi riconciliazioni, va avanti col respiro corto e la mancanza di pretese che hanno, quasi sempre, le nostre relazioni d’amore. Lorenzo e Lidia adottano un cane che battezzano con il nome di un farmaco antidepressivo, comprano casa senza decidere se ci andranno ad abitare insieme. E senza che entrambi se ne rendano conto, Lidia si libera dal dolore che la costringeva ai suoi soggiorni in clinica, e Lorenzo riesce finalmente a scrivere il libro contro il quale combatteva da tempo. Avrebbero potuto accontentarsi, ma in quel momento nelle loro vite entra Brian, e tutto cambia. Da quel momento la storia prende una direzione inaspettata fino a scivolare verso un finale sorprendente.
La zona cieca è il quarto libro di Chiara Gamberale. Che ha esordito nel 1999 con Una vita sottile, pubblicato da Marsilio, seguito da Color lucciola e Arrivano i pagliacci, uscito nel 2002 per Bompiani. Eppure, leggendo questo romanzo si ha la sensazione di trovarsi davanti a un’opera prima. Forse anche per qualche impaccio. Ad esempio dove l’invenzione narrativa si fa più evidente, risulta anche più artificiosa, ingenua. Come nel caso di Brian, il cui linguaggio e la cui biografia, sia pure motivate dalla sua funzione all’interno della trama, risultano poco risolte, più simili a un gioco che non a un personaggio letterario vero e proprio. Ma La zona cieca ha, delle migliori opere prime, soprattutto il coraggio, la mancanza di soggezione. Fa centro nella descrizione della rovinosa ma commovente intimità tra Lidia e Lorenzo, nel seguire passo passo tutti gli scatti del cuore che riguardano i due.
C’è, nel loro agone, un senso di disperata necessità che soltanto le opere prime, quelle nelle quali si mette in gioco la propria vita, sanno generosamente regalare. Chiara Gamberale sembra dar credito senza pregiudizi all’entusiasmo e alla mancanza di furbizia, a tutta quella forza giovanile che sola permette di aprire un varco dal quale urlare le proprie ragioni. Si sentono, nelle migliori pagine di questo libro, la leggerezza e insieme le ragioni profonde di chi non si tira indietro rispetto a niente.
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Articolo apparso su Il Manifesto del 18 marzo