Pasquetta con Mr Roth

estratto da Pastorale americana

di Philip Roth

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Per lei essere americani significava aborrire l’America, mentre amare l’America era una cosa di cui lo Svedese non avrebbe potuto fare a meno, non più di quanto avrebbe potuto smettere di amare suo padre e sua madre, non più di quanto avrebbe potuto rinunciare alla propria dignità. Come poteva, Merry, “odiare” questo paese quando di questo paese non aveva la minima idea? Come poteva, uno dei suoi figli, essere così cieco da insultare lo “schifoso sistema” che aveva dato alla sua famiglia la possibilità di affermarsi? Offendere i genitori “capitalisti” come se la loro ricchezza fosse frutto di qualcosa di diverso dall’incondizionato industriarsi di tre generazioni. Uomini di tre generazioni, lui compreso, che se l’erano sfangata nella melma e nella puzza di una conceria. La famiglia che aveva cominciato in conceria, fianco a fianco con i più umili tra gli umili, diventata ora per lei un branco di “cani capitalisti”. Non c’era molta differenza, e lei lo sapeva, tra odiare l’America e odiare loro. Lui amava l’America che lei odiava e incolpava delle ingiustizie della vita e voleva rovesciare, amava i “valori borghesi” che lei odiava e metteva in ridicolo e voleva sovvertire, amava la madre che lei odiava e aveva quasi assassinato facendo ciò che aveva fatto. Ignorante carognetta del cazzo! Il prezzo che avevano pagato! Perché non avrebbe dovuto stracciare la lettera di Rita Cohen? Rita Cohen! Erano tornati! I sadici seminatori di discordie con il loro sconfinato talento per l’antagonismo che gli avevano estorto denaro che, per divertirsi, gli avevano sottratto l’album di Audrey Hepburn, il diario tartaglione e le scarpette da ballerina, questi giovani bruti, questi delinquenti che si definivano “rivoluzionari” e che cinque anni prima si erano così malvagiamente presi gioco delle sue speranze, avevano deciso che era tornato il momento di ridere di Levov lo Svedese.