un racconto di Joe R. Lansdale

 

La bambola gonfiabile

di Joe R. Lansdale

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Mi compro una bambola gonfiabile perché voglio qualcosa da scoparmi senza doverci per forza parlare. Sulla scatola c’è scritto Bambola dell’amore. La porto a casa e la gonfio. È carina, sexy e innocente.
Me la scopo. Siedo con lei sul divano e guardo la TV e le poso un braccio sulle spalle di plastica e mi tengo il cazzo con l’altra mano.
Me la scopo un altro po’. Al mattino la sgonfio e la ripiego e la metto in un cassetto.
Quando la sera torno a casa dal lavoro, la gonfio per bene ed è di nuovo piena e rigida. Me la porto in camera da letto e me la scopo. Guardo la TV col braccio sulle sue spalle, una mano sul cazzo.
Le cose vanno avanti cosí per un po’.
Comincio a parlare alla bambola. Non ho mai avuto voglia di parlare con una donna, ma parlo con la bambola. La chiamo Madge. Avevo una cagna che si chiamava Madge, mi piaceva.
Smetto di sgonfiarla al mattino. La lascio nel letto. Sistemo le cose per la colazione su un vassoio, abbastanza da mangiarci in due. Entro e mangio a letto accanto a lei. Avanza un sacco di roba quando finisco e mi preparo per andare al lavoro.

Quando torno il vassoio si trova dove l’ho lasciato e la bambola è sparita. Sul vassoio non c’è traccia di cibo.
Trovo Madge nella doccia. Quando apro la porta della cabina della doccia, mi sorride. “Volevo rassettare casa per te” dice. “Volevo mettermi sexy. Mi dispiace che la casa non sia pulita e la cena non sia pronta. Non succederà piú.”
Entro nella doccia insieme a lei. Scopiamo di nuovo e ci insaponiamo a vicenda. Ci asciughiamo e andiamo a letto e scopiamo di nuovo. Dopo restiamo a letto e parliamo. Per un po’ parla di cose da donne. Per lo piú parla di me. Ha cose carine da dire sulle mie prestazioni sessuali. Scopiamo di nuovo.
Il giorno dopo mi porta al lavoro con la macchina, mi viene a prendere quando stacco. Tutti i colleghi sono gelosi quando la vedono, perché è un bel pezzo di fica.
Si presenta sempre bene. Porta cose provocanti, gonne corte. Per andare in giro mette golfini, magliette e jeans aderenti. Ha un buon profumo. Mi mette spesso le mani addosso. È tutto pulito quando torno a casa. La cena è pronta in un lampo.

Passa un anno. Decisamente felice. La vita non potrebbe andare meglio. Un sacco di sesso. Una casa pulita. Si mangia quando voglio. Conversazioni. Mi dice che quando la monto sono un vero uomo, che ha bisogno di me, mi chiama il suo stallone, fa bei rumori quando è sotto di me e mi graffia la schiena, quando viene fa un verso come se cantasse. Le piacciono i miei muscoli, la ruvidezza della mia barba. Guardiamo i film sul divano, il mio braccio sulle sue spalle. Lei mi tiene in mano il cazzo. Quando glielo chiedo, mi fa un bocchino mentre guardo il film. E quando vengo inghiotte sempre.
Una notte che siamo stesi a letto dice, “Penso che forse dovrei andare a scuola.” “A fare che?” chiedo.
“Sai, per far entrare piú soldi. Potremmo comprare delle cose.”
“Guadagno abbastanza.”

“Lo so. Sei uno che lavora sodo. Ma voglio contribuire.”
“Già ti dai da fare abbastanza. Sei qui con me ogni sera, tieni la casa pulita e fai da mangiare. Questo è il posto di una donna.”
“Come preferisci, caro.”
Ma non lo pensa veramente. Ogni tanto ci torna, su questa faccenda dell’andare a scuola. Alla fine penso, be’, che male c’è? Se ne va a scuola. La casa non è piú cosí pulita. La cena non è sempre pronta all’ora giusta. Al lavoro ci devo andare da solo. Certe sere non le va di scopare. Mi faccio le seghe in bagno sempre piú spesso. Sediamo sul divano e guardiamo i film. Lei siede a un’estremità, io a quella opposta. Siamo vestiti. Ho una birra in una mano e il telecomando nell’altra. Litighiamo per delle sciocchezze. Non le piace il modo in cui spendo i miei soldi.
Si laurea. Trova lavoro nel settore finanziario. Si mette il tailleur. Quando va in giro indossa cose meno aderenti. Non si trucca piú né si profuma quando sta in casa. Non mi mette piú le mani addosso. Niente piú bacio quando mi saluta. Scopiamo di meno. Quando lo facciamo, sembra che pensi ad altro. Non mi chiama piú il suo Re, il suo Omaccione, come faceva prima. Dopo il sesso qualche volta resta alzata fino a tardi a leggere libri di tipi che si chiamano Sartre o Camus. Sta scrivendo una cosa che chiama il Manifesto della finanza. Siede alla macchina da scrivere per ore. Va alle feste di quelli del lavoro, e io l’accompagno, ma mi rendo conto che mi trovano noioso. Non so di cosa parlano. Parlano di finanza e di libri e di idee. Sento Madge dire che una donna deve farsi strada nel mondo. Che non deve dipendere da un uomo, anche se ne ha uno. Quello che si deve fare è essere se stessi. Lo dice a un uomo. Un tipo con un abito a tre pezzi blu e la lacca sui capelli. È d’accordo con lei. Ho la nausea.

Glielo dico in macchina, mentre torniamo a casa. Lei mi chiama coglione. Quella notte non scopiamo.
Guardo un sacco di film da solo. Lei grida dalla camera da letto di abbassare il volume, e perché non mi vedo qualcosa di diverso dai film con inseguimenti in macchina, e perché non mi leggo un bel libro, anche un libro stupido?
Mi sento insignificante, questi giorni. Vado al negozio e guardo le bambole gonfiabili. Sembrano tutte cosí sexy e innocenti. Penso che potrei comprarne una, ma non ce la faccio. Non mi sento abbastanza uomo. Non riesco a controllare quella che ho. Se ne prendo una nuova potrebbe cambiare anche lei. Certo, con una nuova potrei far uscire l’aria quando finisco di scoparmela, senza lasciarla gonfia per un giorno intero.

Torno a casa. Madge è lí. Sta scrivendo il suo libro. Mi arrabbio. Le dico che sono stato anche troppo paziente. Qui l’uomo sono io. Le dico di smetterla di battere a macchina, di togliersi i vestiti e di andare a letto e tenersi ben stretta alle caviglie. Sto per fottermela fino a farla svenire.
Ride. “Razza di piccolo, stupido, tisico cazzetto a matita, non riusciresti a fottere fino a farlo svenire neanche un pidocchio. Sei virile quasi quanto un Tampax.” Mi sento come se mi avessero colpito in faccia con un pugno. Vado in camera da letto e chiudo la porta. Mi siedo sul letto. La sento che batte a macchina. Mi alzo e vado al comò e apro il cassetto piú in basso. Mi tolgo tutti i vestiti e trovo la valvola dell’aria sull’estremità del mio cazzo e l’apro e ascolto l’aria che esce. Mi affloscio nel cassetto aperto, e resto lí come un preservativo usato.
Circa un’ora dopo lei smette di battere a macchina. Sento che entra nella stanza. Guarda nel cassetto. Nessuna espressione. Cerco di dirle qualcosa di virile, ma non viene fuori niente. Non ho né aria né voce. Lei se ne va.

Sento l’acqua che scorre mentre si fa la doccia. Esce dal bagno nuda. Riesco a vedere la peluria del pube sopra di me. Noto quanto sono sode e tornite le sue cosce. Apre il cassetto piú in alto. Tira fuori delle mutandine. Se le mette. Se ne va. Sento che si siede sul letto. Fa un numero al telefono. Dice a qualcuno di venire, perché la storia con me è finita.Passa del tempo. Suona il campanello. Madge si alza e mi passa davanti. Riesco a intravederla, i capelli lunghi e ben pettinati, ha addosso una vestaglia.
La sento ridere nell’altra stanza. Torna con un uomo. Quando passano davanti al cassetto vedo che è l’uomo con l’abito blu a tre pezzi che stava alla festa. Sento che si siedono sul letto. Ridono un sacco. Dice qualcosa di brutto su di me e le mie capacità sessuali. Capisco che gli ha tirato fuori l’uccello dai pantaloni perché stanno ridendo di qualcosa. Mi rendo conto che ridono del sesso. Quello sta ridendo del suo equipaggiamento. Non mi piace che si rida di me quando si tratta di sesso. Non mi piace che ridano di me, specialmente le donne.
L’accappatoio vola attraverso la stanza e atterra sul cassetto, proprio sopra di me, e tutto si fa buio. Ascolto le molle del letto che cigolano. Cigolano per ore. Parlano mentre trombano. Dopo un po’ smettono di parlare. Lui grugnisce come un maiale. Lei canta come un’allodola. Dopo li sento che parlano. Lui le chiede se è venuta. Lei dice solo un po’. Lui dice lascia che ti aiuti. Non sono sicuro, ma penso che lui le stia facendo qualcosa con la mano. Non ci posso credere. Lei non sembra avere assolutamente niente da ridire.
La sento cantare di nuovo, questa volta piú forte che mai. Poi parlano ancora. Gli dice che con me non è mai venuta veramente, che ha sempre fatto finta. Che scopare con me era uno strazio. Che non me ne fregava niente se lei veniva. Che arrivavo, lo facevo e me ne andavo.

Un po’ d’aria che era rimasta imprigionata nella mia testa scende e fuoriesce dalla mia bocca aperta.
Parlano ancora. Non parlano di lui. Lei non parla di cose da donne. Parlano di idee. Politica. Storia. L’ufficio. Film – pellicole, li chiamano – e libri.
Nel bel mezzo della notte la vestaglia viene tirata via. È Madge. È inginocchiata a guardare nel cassetto. Mi sorride. Mi prende e mi ripiega, gentilmente. Ha una scatola. È quella dove stava lei quando l’ho comprata. Quella che sopra c’è scritto Bambola dell’amore. Le parole Bambola dell’amore sono state cancellate con un pennarello e sopra hanno scritto Il Trombatore. Mi mette nella scatola e chiude il coperchio e mi ripone nel cassetto e lo chiude.