Paul Auster, Leviatano: un estratto

un estratto da Leviatano

di Paul Auster

Maria era un’artista, ma la sua attività non aveva nulla a che vedere con la creazione di oggetti comunemente definiti artistici. Secondo alcuni era una fotografa, secondo altri una concettualista, mentre altri ancora la consideravano una scrittrice, ma nessuna di queste definizioni era esatta, e alla fin fine non credo che si presti a essere etichettata in alcuna maniera. Maria tornò a New York, vendette il furgone ed andò ad abitare in un loft in Duane Street, uno stanzone vuoto situato sopra una rivendita all’ingrosso di caseari.

I primi mesi si sentì sola e disorientata. Non aveva amici nè una vita degna di questo nome, e la città appariva minacciosa ed estranea, come se non ci fosse mai stata prima. Senza un motivo cosciente cominciò a seguire degli estranei per la strada, scegliendo qualcuno a caso quando usciva al mattino e lasciando che quella scelta determinasse i suoi movimenti per il resto della giornata. Quest’abitudine divenne un metodo per trovare nuove idee, per riempire quel vuoto che sembrava averla ingoiata. Infine cominciò a portare con sè la macchina fotografica e a scattare foto delle persone che seguiva. Quando la sera tornava a casa annotava i luoghi dove era stata e quello che aveva fatto, utilizzando gli itinerari degli sconosciuti per fare congetture sulle loro vite e, in alcuni casi, per redigere brevi biografie immaginarie. Fu più o meno in questo modo casuale che Maria iniziò la sua carriera artistica. Seguirono altri lavori, tutti guidati dallo stesso spirito investigativo, dalla stessa passione per il rischio. Il suo soggetto era l’occhio, il dramma dello spiare e dell’essere spiati, e i suoi interventi rivelavano le stesse caratteristiche che erano presenti in lei: un’attenzione meticolosa per i dettagli, una fede nelle strutture arbitrarie, una pazienza ai limiti della sopportazione. Per una delle sue opere assunse un investigatore privato per farsi seguire per la città. Per diversi giorni l’uomo le scattò delle fotografie mentre faceva i suoi giri, annotando i suoi movimenti in un piccolo taccuino, senza tralasciare nulla, neanche gli episodi più banali e transitori: l’attraversamento di una strada, l’acquisto di un giornale, una sosta per prendere un caffè. Era un esercizio assolutamente artificiale e tuttavia Maria trovava eccitante che qualcuno si interessasse tanto attivamente a lei. Gesti microscopici si caricavano di nuovi significati, la routine più noiosa si caricava di insolite emozioni. (…) Per il suo progetto successivo, Maria prese un lavoro temporaneo come cameriera di piano in un grande albergo del centro. Lo scopo era quello di raccogliere informazioni sugli ospiti, ma in modo non invadente o compromettente. In realtà li evitava di proposito, limitandosi a ciò che riusciva ad apprendere dagli oggetti sparsi per le stanze. Scattò ancora fotografie; inventò ancora storie di vita da attribuire a quelle persone basandosi sulle tracce che aveva a disposizione. La sua era un’archeologia del presente, per così dire, un tentativo di ricostruire l’essenza di qualcosa partendo esclusivamente da frammenti minimi: la matrice di un biglietto, una calza strappata, una macchia di sangue sul colletto di una camicia. Qualche tempo dopo, un uomo cercò di rimorchiare Maria per strada. Trovandolo tutt’altro che affascinante lei lo respinse. Quella stessa sera, per mera coincidenza, lo incontrò all’inaugurazione di una galleria a SoHo. Si parlarono di nuovo e questa volta Maria venne a sapere che l’indomani mattina l’uomo sarebbe partito per New Orleans insieme alla sua ragazza. Maria decise che ci sarebbe andata anche lei e che lo avrebbe seguito con la macchina fotografica per tutta la durata del soggiorno. Non aveva assolutamente alcun interesse per quell’uomo e l’ultima cosa che cercava era un’avventura erotica. Aveva intenzione di rimanere nascosta, di resistere a qualsiasi tentazione di contattarlo, di esplorare il suo comportamento esteriore senza sforzarsi di interpretare quello che avrebbe visto. l’indomani mattina salì su un aereo a La Guardia e raggiunse New Orleans, scese in un albergo e comprò una parrucca nera. Per tre giorni s’informo presso decine di alberghi nel tentativo di rintracciare l’uomo. Infine lo trovò e per il resto della settimana lo seguì come un’ombra, scattando centinaia di fotografie per documentare ogni suo spostamento. Tenne anche un diario e quando fu ora di tornare a New York, prese un volo prima di lui – in modo da poterlo aspettare all’aeroporto e scattargli un’ultima serie di foto mentre scendeva dall’aereo. Per Maria fu un’esperienza complessa e sconvolgente che la lasciò con la sensazione di aver abbandonato la propria vita per una sorta di inesistenza, come se avesse scattato foto a cose che non esistevano. La macchina fotografica non era più uno strumento che registrava presenze, bensì un modo per far scomparire il mondo, una tecnica per incontrare l’invisibile.