Susanna Moore, Le ragazzacce (Guanda, 2008): incipit

Le prime pagine di Le ragazzacce

di Susanna Moore

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L’Istituto penitenziario di Sloatsburg, un complesso di sette grandi edifici di pietra cinto da un muro, sorge sulla riva occidentale del fiume Hudson. Costruito nel tardo Ottocento a nord di Manhattan, da cui è raggiungibile in un’ora di treno, fu concepito come sanatorio per pazienti tubercolotici. Gli Edifici A, B e C accolgono cinquecento detenute del governo federale. Gli altri ospitano cliniche, aule scolastiche, la cappella e gli uffici amministrativi, oltre alla lavanderia, le cucine, la biblioteca e l’officina meccanica. Dietro l’Edificio A c’è un ampio pezzo di terra in cui le detenute coltivano i fagioli. Un alto muro con due torri di guardia in legno occupate da uomini armati di fucile circonda la prigione per tre lati. L’Hudson scorre a est, parallelamente all’Edificio C. Lungo il fiume non ci sono corpi di guardia, e allora mi sorge un dubbio. Credono forse che le nere non sappiano nuotare?
Il mio primo giorno a Sloatsburg – lunedì saranno passati sei mesi – feci con circospezione il giro del carcere, guardandomi alle spalle come se avessi paura delle mie stesse apprensioni. Nessuno ci badò, mi parve, o a nessuno importava, e conclusi che era un buon segno.
Ogni giorno, da lunedì a venerdì, per entrare varco complessi cancelli di ferro, ancora lì dai tempi in cui la popolazione di Sloatsburg era formata da domestiche irlandesi e allevatori di bestiame tisici, e dopo il lento passaggio per posti di controllo provvisti di telecamere, metal detector, macchine a scansione e macchine per il riconoscimento elettronico della mano arrivo in un ampio atrio dal pavimento di marmo bianco. L’odore, anche nell’atrio, è femminile.
Il mio studio è al primo piano dell’Edificio C. Le stanze, da una parte e dall’altra di uno stretto corridoio, una volta erano utilizzate dai pazienti, ma ora sono occupate dal personale medico e dagli operatori sociali. Spesso le porte degli studi, ciascuna dotata di un grosso pannello eli vetro, sono lasciate socchiuse, così capita di sentire i medici e i pazienti. Sospese al soffitto del corridoio, alla distanza di una decina di metri l’una dall’altra, ci sono delle telecamere, ma non all’interno del piccolo bagno. Il bagno è riservato al personale. La chiave è una delle tante che siamo tenuti a portarci appresso sempre, insieme alle chiavi della farmacia, della clinica, dell’archivio e della cappella, che rimane sempre chiusa tranne quando viene convertita in cinema.
Gli studi sono privi di finestre. C’è una scrivania di legno con dei cassetti. E tre sedie di metallo – quella con i braccioli è per il medico. Tengo le chiavi nel cassetto, dove ci sono anche un walkman e dei CD per il viaggio in treno avanti e indietro dalla città, un metro a nastro in una custodia di pelle verde che una volta apparteneva a mia madre, un coltellino, bustine di tè, le mie medicine personali, una sveglia, una foto di mio figlio, penne e matite, un temperino e della liquirizia. Anche una fiaschetta di vodka e una mappa del carcere. Su un classificatore ci sono un bollitore elettrico, una teiera e due tazzine giapponesi da sakè. Sulla scrivania ho un Cypripedium in un vaso di creta. Alcune di queste cose sono contro il regolamento del carcere. Riflettendoci, mi rendo conto che questi miei piccoli tentativi di rendere il mio studio più confortevole, più rispondente ai miei gusti, sono un po’ zitelleschi.
Tutte le mattine, dopo aver verificato il documento di conformità della farmacia (la data di scadenza delle prescrizioni), preparo un elenco degli appuntamenti psichiatrici della giornata per l’ufficiale di servizio, il quale poi fa in modo che gli agenti di scorta portino ciascuna paziente all’ora stabilita. I momenti più importanti della giornata sono le due conte: una alle dieci del mattino e l’altra alle quattro del pomeriggio. A causa delle conte, c’è il tempo per visitare soltanto due o tre pazienti al giorno. In passato le pazienti erano seguite, per qualche minuto, da uno psichiatra diverso a settimane alterne. Al primario precedente il governo stanziava una somma cospicua per sperimentare su gruppi di detenute la ketamina, un anestetico utilizzato normalmente in veterinaria. La ketamina induce, fra l’altro, allucinazioni visive e uditive e disturbi della vista. Ho sospeso la ricerca. Se una paziente è troppo psicotica anche per noi, viene trasferita sotto scorta all’ospedale Bellevue di Manhattan.
Comincio a capire certe cose. Lo scorso autunno, quando arrivai, anche se non sembrava avevo i nervi a pezzi. Louise, mi dicevo tutte le mattine, puoi farcela. Ma la verità è che non sapevo da che parte girarmi. È un miracolo che sia durata tanto. Mi sento ancora affaticata e strana: gli odori fetidi, il lento fiume nero, le campanelle, la luce gialla, tutto vortica attorno a me, dandomi il capogiro. È solo questione di tempo.