Marco Visinoni, Macabre danze di sagome bianche: il primo capitolo

primo capitolo di Macabre danze di sagome bianche

di Marco Visinoni

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We are accidents waiting to happen.
There there, Radiohead.

Dall’altra parte della rete c’è un uomo senza testa. Ha una racchetta in mano, come te, ma i suoi vestiti sono neri, e la luce della luna non lascia intravedere i contorni della sua figura. Intorno tutto è buio.

Fa rimbalzare la palla tre volte a terra con la mano destra, poi la lancia in alto. Sta per battere, è chiaro. Pensi sia impossibile giocare con quel buio tutto intorno, dovresti chiederti come sia possibile che un uomo senza testa sia lì in piedi davanti a te. Non te lo chiedi.

La palla è ferma a circa un metro e mezzo sopra la sua testa, al centro della luna. Il movimento del braccio è veloce, la palla tocca terra all’incrocio delle righe di centrocampo.

Non la prenderò mai, pensi. Il tuo braccio reagisce invece in modo meccanico, ribattendo il colpo con forza ancora maggiore: il tuo rovescio la indirizza all’angolo del campo, l’angolo alla sinistra dell’uomo senza testa.
Non la prenderà mai, pensi.

Mai. La palla viene ribattuta, la velocità aumenta ancora, non può durare a lungo. Durerà, perché lui non vuole rinunciare a quel singolo punto, e tu non puoi rinunciarci: il tuo braccio e le tue gambe si muovono in perfetta sintonia, l’aumento di rapidità di ogni colpo non gli fa paura. A te sì però, a te fa paura e le vene della testa cominciano a riempirsi di un sudore freddo. Provi a guardare altrove, gambe e braccia non hanno bisogno della tua intenzione per continuare a correre e a colpire. Intorno le tribune sono piene di persone con il capo reclinato all’indietro, non sai dire se siano svenute o morte, alcune di loro hanno la testa scoperchiata, e altre sono solo scheletri abbandonati. I gradi di decomposizione cambiano a seconda dell’ordine delle tribune.

Ti volti di nuovo verso di lui. Ora pochi centimetri al di sopra di quell’ombra scura a forma di corpo ci sono due occhi azzurri, ghiacciati come laghi di montagna in lontananza. Il colore illumina solo nella tua direzione, intorno ai due occhi tutto è ancora trasparente. Non guardare, corri e colpisci. Le tue gambe lo sanno fin troppo bene, il tuo braccio non subisce pressione né forza. Cerchi di concentrarti sulla palla, ma la velocità è ormai superiore a quella dei tuoi occhi, la retina non riesce a fissarne la presenza: c’è solo una striscia di luce davanti a te, si interrompe impercettibilmente nel momento in cui la palla viene ferita, ma sai che fra poco ti sarà impossibile scorgere anche questo passaggio.

Il braccio comincia a fare male. Senti le vene del polso che si tirano, i tendini sono ormai corde troppo tese di una vecchia chitarra. No, aspetta, non è il braccio che ti fa male, sono le gambe. Quelle gambe che fino a un attimo fa correvano senza interruzione ora soffrono del tuo stesso sudore, credi che crolleranno di fronte a quei colpi di luce che continuano ad arrivare.

Chiudi gli occhi: non è il braccio che duole, non sono le gambe. Solo ora ti accorgi che la loro danza continua senza interruzione, e che forse reggeranno all’infinito. È la testa a far male: ogni nuovo colpo è una ferita al cranio, un’arma che vuole entrare nel tuo cervello e impedirti di continuare a guardare. Senti che scava sempre più a fondo, e il sangue comincia a scorrere sulla fronte fino ad annebbiarti la vista. Attraverso quello strato rosso anche la luce della palla è un sole sbiadito che sta per morire, mentre il tuo avversario al di là della rete comincia ad apparire in tutto il suo orrore.

Devo fermarmi, gridi a te stesso. E invece continui, ora non sei più solo con lui. I tuoi spettatori, con i loro volti scavati e scarnificati, hanno iniziato a ballare su quelle tribune fatte di fieno delle quali finora non avevi conosciuto l’esistenza. Ballano, ma le loro teste sono adagiate sulle spalle. Forse sono come te, anche tu non puoi controllare ciò che fai. Fino ad ora sei stato libero di guardare dove volevi ma quanto durerà ancora? Anche la tua testa finirà per adagiarsi su una spalla lungo questo scambio inchiodato?

Il dolore, per un attimo l’avevi dimenticato. Colpi alla testa, come colpi di tosse che rimbombano contro i timpani. E il sangue che continua a scorrere, se almeno un braccio fosse sotto il tuo controllo per poter liberare la fronte da tutto quel sangue, ma sai che non accadrà come sai che quella palla non si fermerà mai, anche ora che i tuoi movimenti sono così rapidi da non poter essere neanche percepiti e la pausa tra un colpo e l’altro è più breve del battito d’ali di un pipistrello.

Guardi in terra per un attimo, ormai le scarpe si staranno muovendo nel tuo stesso sangue, ormai tutto il tuo cammino non sarà altro che impronte in un lago carminio. Non è così, non c’è sangue ai tuoi piedi, non c’è sangue sulle tue gambe, non c’è sangue sui tuoi vestiti. Non può essere scomparso, pensi tu, mentre tutt’intorno la danza ha assunto dimensioni impensabili, con scheletri che premono contro le transenne cercando di entrare in quel campo buio reso ancora più tetro da una luna aliena.

Dov’è il tuo sangue. I tuoi occhi si stanno abituando alla velocità, in lievi parvenze di luce ti pare quasi di percepire le fattezze della palla, e in un riflesso infinitesimale sulla tua racchetta di metallo hai scorto la tua stessa faccia, la bocca piena del tuo stesso sangue. Ora capisci, stai bevendo il sangue che sgorga dalla tua testa, ora lo senti crescere in gola come un rivolo di lava all’interno di un vulcano. Non puoi berlo, non sai come fare, dal collo in giù nulla del tuo corpo è sotto il tuo controllo.

Finirai per scoppiare, pensi, la tua testa non resisterà alla pressione. Poi guardi lui, e vedi il suo ghigno malato. Te n’eri quasi dimenticato, i suoi occhi di ghiaccio avevano respinto i tuoi un tempo antico che non saresti mai capace di definire. La sua bocca è di un rosa pallido che vira verso l’arancione, come la superficie di Venere al microcoscopio. Che pensiero assurdo.

Non puoi permetterti di pensare, i pali delle transenne stanno per essere frantumati.

Soffocherai nel tuo stesso sangue, non potrai impedire che accada.
Colpi sempre più forti. Ora il campo è dentro di te, tu e lui siete dentro di te.
Falli uscire, ti prego.

Le transenne si piegano in avanti.
Respira respira respira
Colpi nella tua testa, colpi nel sangue della tua testa.
Le tue braccia, il suo ghigno.
Le tue gambe, i suoi occhi.
Respira.
I pali cedono, tutti dentro di te, non lasciarli entrare, non sarebbe bello se
Respira. Esplodi.
Venere.

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