Il mondo deve sapere, di Michela Murgia, (e Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì): tratto da Bottega di Lettura

Il mondo deve sapere, di Michela Murgia, (e Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì)

di Paolo Cacciolati

L’effetto di un’antilope che improvvisamente ti attraversa la strada intanto che guidi distratto dalle fioriture umane della primavera.
E’ più o meno così che si è proposto alla mia attenzione il confronto tra il romanzo Il mondo deve sapere e il film Tutta la vita davanti.

Perchè mi interessa tanto? E’ solo per capire come da un buon libro sul lavoro (anche ma non solo precario) si sia arrivati a un ottimo film?
No, qui la faccenda che più mi intriga è che c’è una sorta di inversione di ruolo, quasi uno scambio di formato tra le due opere.
Il libro ha molto del documentario, se non erro è originato dai post scritti dall’autrice sul suo blog, racchiude un orizzonte fatto di flash e visioni concentrate sul microcosmo truffaldino della società K., la famigerata azienda che propina similaspirapolveri, società per la quale la protagonista ha avuto la fantastica opportunità di lavorare.
Nel film invece c’è molto più “romanzo”, c’è intreccio e sviluppo delle vicende personali dei protagonisti. Insomma, c’è più storia nel film, è più romanzo il film del libro.

Il mondo deve sapere più che un romanzo pare uno scorcio di autobiografia romanzata, ma da non confondersi con l’autofiction, termine introdotto nel 1977 da Serge Doubrovsky e che ormai identifica un “genere serbatoio” per le narrazioni dove l’esperienza stessa dell’autore diventa finzione.
E’ evidente che anche con questo libro si è alle prese con una trasversalità di generi e di formati, una via su cui sembra marciare compatta buona parte dell’ultima leva dei nostri narratori, trasversalità che ha fatto storcere il naso a più di un critico nostalgico del romanzo tradizionale.

Per dimostrarlo, potrei prenderla alla lontana, per esempio partire dal pregnante dibattito sviluppatosi recentemente sulle nuove tendenze della letteratura nostrana, innescato da un’intervista a Pietro Grossi su Tuttolibri e in particolare da una frase dove il giovin scrittore confessava di essersi formato ANCHE grazie ai “librogame”, motto che estrapolato arditamente dal contesto ha dato il via a una panna montata di considerazioni sulle strade battute dai nostri narratori contemporanei, i quali non sarebbero più in grado di confezionare un romanzo secondo i canoni classici,
e giù con Giorgio De Rienzo, che sulle pagine de Il Corriere della Sera di sabato 19 gennaio 2008 dice: “… nei nuovi scrittori c’è una tendenza in cui la cultura popolare, fatta di canzoni pop e blog, diventa una sorta di enciclopedia di riferimento. Stando ai fatti ci capita oggi di leggere scritti rumorosi di giovani emergenti, che eliminano il silenzio e la lentezza della vecchia letteratura. Confesso: mi sento irrimediabilmente passatista e reazionario..”,
e vai con Nico Orengo che, sempre dalle colonne di Tuttolibri, aggiunge, lì 26 gennaio:” Letteratura addio, non si fa nuova narrazione con la scrittura degli scrittori ma con quella pop, di rete, di blog, di libri-game e canzoni. Ma no, son sempre i vecchi, immutabili sentimenti a guidare la scrittura, che può e anzi deve essere meticciata con talento. Il «canone» non è rigido, altrimenti la letteratura sarebbe morta da tempo…”

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