23 aprile: Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore

(Come ogni anno dal 1996, durante il 23 aprile si festeggia la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore. Dal momento che da queste parti si sa cosa penso del concetto di Diritto d’Autore, pubblico un’intervista fatta da Girolamo Grammatico a Wu Ming 2, apparsa sul volume Copyleft, edito un po’ di anni fa da Gaffi)

Intervista a Wu Ming 2

di Girolamo Grammatico

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1. Cosa significa copyleft?

Il termine copyleft nasce a metà anni Ottanta, nell’ambito del Free Software Movement di Richard Stallman. È un gioco di parole multiplo e quasi intraducibile: da una parte, poiché left (sinistra) è il contrario di right (destra), il termine comunica l’idea di un rovesciamento del copyright, cioè il diritto di copiare, riprodurre e diffondere un’opera dell’ingegno; ma left è anche il participio passato di leave (concedere, permettere), e ha quindi un sapore di “copia permessa”; infine, left significa sinistra anche in senso politico, e pertanto lascia intendere che il copyleft sarebbe una sorta di versione “comunista” del copyright. Tutto questo, in una sola parola e senza eccessive forzature. Infatti:

– Il copyleft “rovescia” la logica del copyright, non la cancella. È una vera e propria mossa di ju jitsu, dove la potenza dell’avversario finisce per ritorcesi contro lui stesso. Sta proprio qui la differenza tra copyleft e no copyright: il copyleft non elimina il diritto esclusivo di riproduzione dell’opera, al contrario, lo rivendica. È come dire: la legge stabilisce che soltanto io, in quanto autore o editore o simili, posso fare copie di questo testo, software, brano musicale. Benissimo. Se questo è un mio diritto esclusivo, io posso sospenderlo in determinate condizioni. Per esempio, decido che se qualcuno vuole riprodurre il testo senza scopo di lucro, può farlo senza bisogno del mio permesso.

– Questa “sospensione” del copyright ci porta al secondo significato, perché il copyleft prevede proprio una serie di concessioni, di permessi, rilasciati da colui che detiene legalmente i diritti di riproduzione dell’opera dell’ingegno. Solo facendo così ci si mette al riparo dai rischi paradossali del no copyright. Se nessuno rivendicasse i diritti di copia, allora CHIUNQUE potrebbe alzarsi una mattina e decidere di rivendicarli per sé, decidere di sfruttarli economicamente, decidere di non permettere a nessuno di riprodurre l’opera, decidere di farne pagare l’utilizzo a caro prezzo.

– Il copyleft può essere considerato un “copyright di sinistra”, proprio perché indebolisce la proprietà privata delle idee, tutelando sia il fair use gratuito che il diritto degli autori a un giusto compenso.

2. Quando si può applicare il copyleft?

Quando si ha a che fare con un’opera dell’ingegno che può essere duplicata, diffusa e riprodotta: brani musicali, brevetti, progetti, testi, software, immagini, video, grafica… Negli Stati Uniti, i sostenitori del copyleft hanno speso molto energie per trovare una licenza “unica”, spesso con decine di clausole, che possa andare bene per qualunque situazione. È innegabile l’importanza “filosofica” di una formula così polivalente, ma resto convinto che sia più utile e pratico trattare i diversi problemi in maniera separata. Nel caso della musica – dove le tecniche di masterizzazione permettono di realizzare copie “quasi identiche” all’originale – la tutela degli autori può servirsi di strategie diverse rispetto all’editoria, dove nessuna macchina personal è ancora in grado di produrre un libro vero e proprio a partire da un testo copyleft. Mi sembra più urgente diffondere una cultura del libero accesso, che può declinarsi in maniera diversa a seconda dei diversi campi del sapere, piuttosto che concentrare tutti gli sforzi sugli aspetti legali e commerciali delle licenze.

3. Quali vantaggi offre la formula copyleft?

Permette ai prodotti dell’ingegno di circolare senza ostacoli, di raggiungere un numero maggiore di persone, di proliferare e diffondersi. Nel caso del software (ma non solo, vedi ad esempio il nostro racconto open source La Ballata del Corazza, su http://www.wumingfoundation.com/italiano/comunitari.htm), permette alla comunità di migliorare il prodotto, con interventi più o meno diretti che danno vita a diverse versioni. Permette agli utenti di fruire gratuitamente delle opere, in tutta libertà, purché senza fini di lucro. Permette agli autori di farsi conoscere da un raggio più ampio di persone, di superare ostacoli distributivi, di alimentare un passaparola più vasto. Nel caso della letteratura, 5 anni di questa pratica da parte nostra dimostrano che il copyleft permette anche agli editori di vendere, spesso in misura maggiore, avvalendosi del circolo virtuoso prodotto dal diffondersi delle idee. Chi scarica gratis il testo di un nostro romanzo, finisce quasi sempre, se gli è piaciuto, per parlarne in giro, consigliarlo, regalarlo, comprarlo… Dietro ogni “copia in meno venduta” a causa del copyleft ci sono quasi sempre diverse copie in più vendute in libreria. E al di là delle ovvie differenze, credo sia possibile attivare meccanismi simili anche nel campo della musica e del cinema.

4. Qual è lo scopo del copyleft?

In senso piuttosto ampio, quello di garantire e promuovere tutti i vantaggi che ho descritto prima. Per noi, si tratta soprattutto di restituire alla comunità ciò che le spetta di diritto. Le storie sono di tutti e nessuno deve poterne bloccare la libera diffusione. La creatività dell’individuo è frutto di scambio tra cervelli, circolazione di idee, plagi più o meno consapevoli, prestiti, suggerimenti, frasi ascoltate di sfuggita nel bar sottocasa, episodi pescati dalla cronaca, anedotti raccontati sulla piazza, leggende urbane, fiabe popolari, personaggi di quartiere, storie rinvenute negli archivi, tra le pieghe della Storia ufficiale… Diciamo spesso che il narratore è una specie di terminale per tutto questo, un riduttore di complessità, che organizza e struttura questa materia per renderla fruibile. Tutto questo non significa affatto che l’autore è morto o che l’arte è solo ricombinazione: le storie sono emergenti, non le si può ridurre a una somma di parti e nemmeno le si può costruire aggregando brandelli di materiale in una specie di collage. Molto più semplicemente: se tu vai su una parete di roccia a picco su un villaggio e ci scolpisci sopra un bassorilievo, dopo non puoi recintare la zona e chiedere agli abitanti del posto di pagare un biglietto per vedere quel che hai fatto… Certo, se viene un regista di Hollywood e vuole usare quell’opera come sfondo per le scene di un film, allora magari ti fai pagare, e lo stesso se la Telecom vuole impostarci una pubblicità, e se poi gli abitanti della zona vogliono acquistare un libro fotografico sul tuo lavoro, o una cartolina, è giusto che la paghino, ma certo non puoi privarli della loro montagna solo perché tu ci hai scolpito sopra qualcosa. Questo è lo scopo ultimo del copyleft applicato alle storie: rendere gratuito il contenuto, restituirlo ai legittimi proprietari, e ricavare un giusto compenso dalla vendita del contenitore, che è un oggetto, con costi produttivi e distributivi. Chi vuole l’oggetto libro, paga (o ruba). Chi vuole semplicemente accedere al testo, può farlo gratis.


5. Dal copyleft al…?

È presto per dirlo, anche perché ci sono ancora moltissimi campi dove la cultura del copyleft deve affilare le armi e studiare strategie di intervento. Trovo molto fecondi gli esperimenti che si stanno facendo in Rete per rendere open source documentari, film, romanzi… La domanda basilare è: in cosa consiste il codice sorgente di una storia? (in sostanza, l’equivalente del “linguaggio” che fa girare un software). Se voglio mettere un’altra persona nelle condizioni di accedere alle “fonti” di un romanzo, per poterlo rimontare, modificare, raccontare a suo piacimento, cosa devo inserire in questo pacchetto? E nel caso di un documentario? Recentemente ho letto di un regista che ha messo scaricabile gratuitamente tutto il girato di un suo documentario. Chi vuole, può montarsi la sua versione, farla vedere agli amici, inserire parti nuove. Prima o poi, credo, vedranno la luce macchinari di dimensioni e prezzi limitati, che permetteranno agli utenti di stampare e rilegare un libro in casa. Se una pratica del genere diventasse di massa, bisognerebbe studiare cosa offrire “in più” a chi compra il libro, che tipo di servizi garantire per chi lo scarica a pagamento, senza per questo impedire il download gratuito. Anche questa potrebbe diventare una sfida molto interessante e trasformare l’idea di letteratura che abbiamo oggi, magari restituendo importanza a performance orali, come quelle dei cantastorie, reading, letture pubbliche, spettacoli ispirati ai libri dai quali trarre quel compenso per il proprio lavoro che potrebbe essere eroso dalla stampa casalinga a basso costo. L’importante è saper reagire in maniera creativa, senza le isterie liberticide (e perdenti) che hanno caratterizzato negli ultimi anni le case discografiche nei confronti del file sharing, una forma di copyleft imposta dal basso, un maremoto che è stupido cercare di fermare: occorre imparare a nuotare, cavalcare l’onda, divertirsi a fare surf…