Elisabetta Liguori su “Maschio adulto solitario” + video

Homo Homini Lupus
di Elisabetta Liguori

La realtà descritta da Cosimo Argentina nel suo ultimo romanzo, “ Maschio adulto solitario” edito da Manni giusto in questo aprile 2008, è sapientemente lavorata con la carta vetro dei falegnami.
Una storia dura, questa, penetrante come un proiettile, capace nell’impatto di divellere totalmente la patina superiore delle cose toccate, per arrivare alla carne, ai nervi, al sangue. A quello che sta dietro le storie degli uomini. Dietro un uomo in particolare: Dànilo Colombia, uomo comune che nel tempo del romanzo diventa mostruoso, e la cui vita si sovrappone alle sorti della sua stessa città: Taranto. Argentina, infatti, sceglie di mettere le mani non solo sull’anima, il corpo e gli istinti umani, ma anche sulle strade, i vicoli, il porto, le piazze, il mare che, come culle dentate, accolgono gli uomini, per poi ingoiarli. Argentina tratta di uomini e cose e luoghi orrendamente nudi, ed è come se coi denti li masticasse lentamente: questa è la forza della sua nuova letteratura.
Lo ammetto: sono colpita da questo nuovo Argentina. Molto colpita. Ferita, schiaffeggiata, persino offesa, ma non di certo delusa. Perché questo autore, giunto ormai alla sua piena maturità artistica, creativa, letteraria, non si limita ad osservare un uomo nudo sulla sua terra, ma compie preliminarmente un lavoro articolato e meticoloso di svestimento, trituramento e digestione dello stesso, per poi restituirlo al lettore sotto forma di allucinata cronaca. Si tratta di una rivelazione letteraria di cui la critica non potrà non tener conto.
Due parole sulla trama.
Dànilo è un ragazzo insicuro, instabile, fragile, che, come tutti, vorrebbe stare in mezzo alla gente, ma non sa farsene toccare concretamente, poiché ne ha una paura folle. È profondamente solo. È spaventato. E’ certo che un destino spaventoso lo aspetti al varco. Quello che Argentina sceglie di narrare, dunque, non è la crescita, la maturazione, la formazione del suo protagonista, ma il suo precipitare a ritroso verso quel destino temuto. Dànilo è uomo pieno di ossessioni e, per reagire alle stesse, immagina di identificarsi con Kuma, cane lupo selvatico, soggetto da documentario o videocassetta, maschio adulto solitario a pelo grigio, in lotta sfrenata con gli altri lupi, perso tra crepacci di ghiaccio e nebbia, vittima della forza cieca degli elementi naturali. Un mito minore.
Questa sua vicenda si articola in cinque parti: il servizio militare presso la caserma di Bari, l’esperienza lavorativa in una fabbrica del nord, gli anni degli studi giuridici, la pratica legale presso un studio già avviato, la professione e l’ingresso nel mondo del lavoro secondo i dettami della malavita tarantina.
Proprio come per una bestia braccata, tutti i tiranni che si alternano nelle diverse fasi della vita di Dànilo hanno più o meno lo stesso nome: Carve, Corva, Carva, Corvo. Molti predatori e una sola preda.
Anche l’amore ha un nome: Sara, una ninfetta triste che ricorda la Lolita di Humbert Humbert, donna bambina che, proprio come nel romanzo di Nabokov, morendo diventa ossessione pura. Dal momento in cui lo incontra e poi subito lo perde, l’unica cosa che desidera Dànilo è ritrovare nelle altre donne il viso pulito di Sara, il suo corpo sodo e il piacere acerbo che sapeva regalare. L’idea assoluta di irraggiungibile purezza, l’unica capace di spingerlo oltre gli orrori quotidiani. Sara sarebbe dovuta essere la sua donna, invece una serie infinita di erinni mostruose continuano a piovere addosso a Dànilo come grandine per tutta la durata del romanzo: madri, sorelle, baldracche, clienti, rivali. L’immagine di Sara che muore apre il romanzo e coincide, quindi, con il trauma del protagonista da cui tutto discende. Prima di Sara ben altra storia sarebbe stata possibile; dopo la sua morte Dànilo non può che impazzire. E rimestare tra valanghe sconclusionate di donne orrende e laide. Ciascuna tra queste, unite agli altri tiranni, genera per lui tempeste ormonali incontrollabili, finendo per liberare l’incubo degli Invisibili: l’ennesima ossessione. Si tratta di immagini fantastiche di persone care, ormai defunte, che il cervello esplosivo di Dànilo produce come un mitragliatore sera dopo sera, al momento di abbandonarsi su un divano o un letto qualunque. Un’artiglieria di tormenti multipli, senso di disfatta, impulso alla violenza e desiderio represso.
Questa è la vita di Dànilo.
Niente di più di questi sogni tumultuosi e poche altre azioni ripetitive. Gli amici, quelli veri, in carne ed ossa, sembrano svaniti nel nulla. Ogni volta che li cerca, questi sono impegnati altrove. Sono molto più invisibili loro degli altri fantasmi che lo ossessionano, e che nel tempo gli restano schierati di fronte come un fedele plotone pronto all’esecuzione.
Ma se non ci sono uomini veri nella vita di Dànilo, di certo non si può dire lo stesso della sua città. Taranto c’è. Taranto è vera. La città lo bracca e man mano che la storia avanza e l’anima di Dànilo si fa sempre più lurida, anche la città s’ammorba, precipita nel fango, fino a diventare un bubbone di crudeltà, malaffare e delirio putrescente. C’è la Taranto dei derelitti, delle donne sfatte, dei trafficanti, della pioggia battente, dei sorci malati, del sole acceso, della spazzatura che annega, delle armi, della forza bruta, dei tramonti, dei condomini che cadono giù in croste. Ogni strada ha il suo diverso volto, le sue particolarità, ed Argentina ci tiene ad essere preciso nelle sue migrazioni narrative, quasi come avesse in mano le pagine gialle. In qualche modo questa sua città, il suo dettaglio, finisce per essere concausa del dolore al protagonista, se non responsabile unica, pur restando fonte di desiderio. Dell’unico desiderio possibile.
Ma allora tutto è davvero orrore? No, non lo è. Per fortuna c’è la tigre a sollevare le sorti estetiche dell’ esistenza di Dànilo. Una tigre bellissima e rabbiosa, chiusa in una gabbia rudimentale negli scantinati di un condominio. La tigre è il suo specchio magico. Anche lei è bestia adulta solitaria, la cui vita presuppone il branco, ma dallo stesso è allontanata. Dànilo e la tigre sono vittime delle stesse circostanze avverse, fregati dal destino entrambi, costretti a diventare invisibili per limitare i danni, ridotti all’impotenza, ma ancora vivi.
Solo la tigre e la piccola Sara, dunque, si oppongono all’orrore. Lo tengono a bada. Sara è Beatrice e la tigre è Virgilio nel personale inferno dantesco che Dànilo ha costruito solo per sé. Il suo è, infatti, un viaggio circolare nel tempo, circoscritto ad uno spazio claustrofobico, narrato in un unico vertiginoso lamento.
Un lamento che ricorda quello del quale aveva scritto a suo tempo il grande Roth. Un giro sull’ottovolante di un progressivo impazzimento. Proprio come in Roth, il punto di vista è soggettivo, allucinato, senza freni. A volte euforico, a volte depresso, ma sempre estremo. È proprio questa originalissima prospettiva a rendere la scrittura di Argentina così densa e compatta, mentre forma e sostanza si arrotolano come filo di lana intorno ad un rocchetto, intorno ad un’unica idea centrale: homo homini lupus. Conrad diceva: “si vive come si sogna, da soli”. Sacrosanto. Tale assunto mi par che si presti splendidamente all’analisi antropologica di questo nuovo Argentina. I suoi uomini vivono in guerra, infatti, l’uno contro l’altro, l’uno per distruggere l’altro. E chi non ce la fa, o si nasconde o da di matto. Ma allora perché scrivere un romanzo come questo? Come spiegare una simile costruzione narrativa? Perché annunciare certe catastrofi? Non avrebbe forse alcun senso fare una domanda come questa all’autore, dal momento che, come Argentina stesso ha confermato in alcune recenti interviste, uno scrittore che spieghi il suo romanzo fa un po’ l’effetto di un prestigiatore che spieghi un trucco con un altro trucco. Non ha senso. Ma i lettori, si sa, sono brava gente, inoffensiva: si fanno di frequente domande come queste e se da soli se le fanno, solitamente da soli si rispondono. È solo chi scrive, è solo che legge. Un’equazione di scambio tutto sommato bilanciata. Per quanto i luoghi narrati, liberati dalle ordinarie sovrastrutture e inseriti nella giusta contingenza storica, appaiono come strumentali ad un’ inviperita denuncia sociale, non credo che questo sia l’unico intento dell’autore. Non è il nostro sudicio sud la spinta principale. Non solo quello. Ci deve essere molto di più. Penso piuttosto che la genialità di questa storia e del suo modus, sia conseguenza diretta del bisogno di liberarsi del proprio romanzo interiore, del proprio demone, di lasciar libera la bestia che sempre, e ora più che mai, abbaia nella pancia degli uomini. La buona letteratura lascia che quella bestia, qualunque essa sia, nella sua esclusività diventi voce. L’inferno sintattico di Argentina, in particolare, mescola umori diversi: dialetto da strada, diritto nobile, sogni, la musica degli indimenticabili Queen e la poesia classica. Riesce a toccare punte d’umorismo tragicamente lieve, per poi dall’alto precipitare nella melma, ricavandone una sorta di godimento perverso. Una voce propriamente maschia, questa, i cui toni baritonali crescono con l’estrinsecarsi di una graduale, sconvolgente scoperta: siamo soli, e l’unica forma di amore possibile è quella verso noi stessi. L’effetto finale è devastante: un ultimo bestiale ululato che straccia la notte, altera ogni forma, incenerisce il significante ed illumina il significato, elide le differenze e ci conduce nel cuore del tempo che viviamo.