un racconto di Maria Carrano: Arancio

Arancio
di Maria Carrano

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Essere cattivi con se stessi è un ottimo esercizio di stile.
Nell’enunciare la profezia indiscutibile, lei osserva la posizione frontale dei loro due corpi appoggiati distrattamente nel divano arancio: un intrico di gambe…
Si prende tempo per contarle, quasi non fosse certa del numero.
Si effettivamente il conto ragionieristico torna: sono incontestabilmente quattro.
Dunque nessuna anomalia negli arti si trova a dire con soddisfazione tale che un sorriso beffardo le affiora alle labbra incontrollato.
Per ora risponde lui.
Già, per ora, mi pare un degno risultato.
Magma denso di silenzio nel pulviscolo della cucina che subisce inerte il riverbero del sole.
Saresti capace d’individuare i primi segni della deformazione qualora ci fossero?, lei non è mai sazia di risposte, né capace di magnanimo senso del rispetto del disinteresse altrui.
Il bipede sonnecchia stroncato da una dose considerevole di super alcolici digestivi ma comunque, con estremo sforzo credo di no, non ho sufficiente motivazione all’osservazione.
Riflette alcuni istanti e aggiunge potrei chiedere a qualcuno però se lo ritieni opportuno.
Lei si avvolge con dedizione la manica del maglione lungo l’avambraccio scoprendo una indecorosa protuberanza violacea all’altezza del gomito e questo? Ti eri accorto di questo?
Chiaramente non se ne era accorto. La protuberanza pulsa convulsa, come se tentasse di estendersi in un ambiente ostile.
Trovo che sia disgustoso decreta lei con rassegnazione.
Non userei iperbole al tuo posto.
Ti viene in mente un aggettivo più appropriato?
Il nodo delle gambe s’infittisce, l’incremento del contatto epidermico è la risposta alla sua domanda.
Sul divano arancio, distesa discontinua di un rapporto perversamente cieco alla deformità, il bipede rinnova la sua promessa stringendo a se quel corpo votato alla degradazione della forma.
Lui accarezza l’escrescenza compiaciuto della sua innegabile capacità di prodursi in arditi esercizi di stile.

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