Andrea Ferrari, H (Fazi, 2008); Fabio Stassi, La rivincita di Capablanca (minimum fax, 2008)

Due voci fuori dal coro: Andrea Ferrari e Fabio Stassi

di Rossano Astremo

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C’è una forte decadenza di stile in molti romanzi scritti in Italia negli ultimi anni, un appiattimento che rende molte storie simili a sceneggiature cinematografiche: pietanze veloci da consumare in fretta e da digerire quanto prima. Sempre più spesso mi capita di restare fortemente deluso al termine della lettura di un romanzo di uno scrittore italiano. A questo aggiungo anche il fatto che cosa ancora più snervante è l’immagine che lo scrittore (in particolare il giovane scrittore) da di sé. Come se essere scrittori oggi sia una scelta quasi sociale e non il gesto radicale di una mente solitaria che dalla sua posizione appartata ci dona il suo punto di vista sul mondo. Il fatto è che oggi ci tocca Baricco e non ci sono più i Bianciardi di una volta. Fatta questa premessa, vi parlo di due libri che, a mio modo di vedere, hanno alcuni elementi in comune, ponendosi in netto contrasto con l’idea di letteratura di cui sopra. I libri in questione sono “H” (Fazi, 2008 ) di Andrea Ferrari e “La rivincita di Capablanca” (minimum fax, 2008 ) di Fabio Stassi. Sono due romanzi che non parlano del presente, entrambi scritti seguendo l’idea di leggerezza di calviniana memoria (l”a leggerezza è qualcosa che si crea nella scrittura, con i mezzi linguistici che sono quelli del poeta”), sono entrambi carichi di magia e sospensione e se fossero usciti nel tempo in cui la storia è narrata nessun percorso di senso sarebbe franato.

Sia Ferrari che Stassi avevano già dimostrato di possedere grandi capacità narrative nei loro precedenti romanzi, superandosi in quest’ultima prova. Ferrari ci parla di H, quest’isola divisa in due dal gioco delle maree, in cui la comunicazione tra gli abitanti avviene attraverso l’utilizzo della posta pneumatica, in cui sonno e veglia sono barriere dalla percezione sfumata, in cui l’amore è sottoposto a ferree logiche di sincronia ed iterazione che ne determinano il suo realizzarsi o, in caso contrario, il suo impantanarsi.

E’ ancora lo sport al centro del romanzo di Stassi. Questa volta il gioco degli scacchi. Stassi riprende un lavoro incompiuto di Gesualdo Bufalino e descrive gli ultimi mesi di vita di José Raúl Capablanca, il più grande scacchista cubano di tutti i tempi, che fu bambino prodigio e conquistò il titolo di campione del mondo nel 1921. Amato dalle donne e rispettato dagli avversari, almeno fino a quando non fu scaraventato giù dal trono troppo presto per mano di un suo ex amico, Aleksandr Aljechin, il miglior giocatore di Russia. La storia di Capablanca è la storia del loro duello. L’offesa di una seconda occasione sempre rinviata. Con un finale sorprendente. Gli scacchi sono un pretesto, ancora una volta, per scoprire non solo le vicende esistenziali di un campione, ma il fascino che, in più di un’occasione, offrono gli scacchi come metafora della vita. Perché, come scriveva Bufalino: “Non sono un gioco, gli scacchi. Sono guerra, teatro e morte.. Cioè, tutt’intera la vita”.