Aspettando “Against the day”

Thomas Pynchon: AGAINST THE DAY

di Tommaso Pincio

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Apparso nelle librerie americane in prossimità del Giorno del Ringraziamento, dopo un’attesa protrattasi per quasi un decennio, il nuovo Pynchon non ha certo ricevuto una calorosa accoglienza. Com’era prevedibile, tra i più veementi stroncatori si è prontamente distinta l’acidula Kakutani che pure aveva apprezzato il precedente Mason & Dixon. Per il critico del New York Times il libro «sembra l’imitazione di un romanzo di Pynchon scritta da un suo accanito quanto grossolano fan sotto l’effetto di qualche stupefacente». Pareri dello stesso tenore sono stati espressi da una nutrita schiera di detrattori. Chi lo ha definito un libro senza capo né coda; chi un Moby Dick senza capitano Achab né balena; chi ha ipotizzato che nemmeno Pynchon capisce quel che scrive.

Bisogna riconoscere che, in un certo senso, l’autore se l’è cercata scrivendo di suo pugno una sorta di anticipazione nella quale sembra prendere per i fondelli i suoi vezzi più caratteristici quali l’uso di termini oscuri, la descrizione di strane pratiche sessuali e le «stupide canzoni» che di punto in bianco i personaggi si mettono a cantare interrompendo l’azione del romanzo. Il testo, comparso sul sito di Amazon la scorsa estate, si chiudeva così: «Che sia il lettore a decidere. Che il lettore stia in guardia. Buona fortuna». E i lettori, o per meglio dire i critici, guardinghi lo sono stati. A modo loro, però, stabilendo in pratica che Pynchon è uno scrittore finito e fuori dal tempo.
Oltre trent’anni dopo
Il tempo, già. Perché è questo il vero punto. Gli Stati Uniti sono molto cambiati dal 1973, quando L’arcobaleno della gravità vinceva il National Book Award e veniva salutato come il più importante romanzo americano del secolo. Lui, invece, lo scrittore più appartato della paese, non si è adeguato; è rimasto quello che era. Finanche i commentatori entusiasti, come Mark Feeney sul Boston Globe, hanno rimarcato che «una delle ragioni per cui l’età ormai avanzata di Pynchon sembra tanto sorprendente è che egli rimane più che mai una creatura degli anni Sessanta». E non si tratta semplicemente di dare per morto il postmoderno e la sua aggrovigliata narrativa, perché la questione va al di là dello specifico letterario. Tra le righe, si intuisce che i detrattori vedono in Pynchon uno scrittore di grande talento ed enciclopedica erudizione che non ha saputo togliersi di dosso i panni del bambino prodigio e ribelle. Il Thomas Pynchon di oggi – lo scrittore beninteso, visto che poco o nulla è dato conoscere dell’uomo – non sarebbe quindi che un vecchio hippy sporcaccione, il quale non può fare a meno di raccontare storie dove, tra grandi fumate di canapa indiana e performance di sesso eccentrico, si farnetica di giganteschi complotti ai danni dell’umanità e si inveisce contro il Sistema malefico che li avrebbe orditi. Il succo è all’incirca questo, anche se ovviamente i critici lo hanno espresso in termini un tantino più articolati.

Personaggi senza protagonista
Il tempo è inoltre il nodo centrale del nuovo, sterminato romanzo in questione, il più lungo partorito finora dallo scrittore. Del resto, il titolo la dice lunga in proposito: Against the day (Penguin, pag. 1085, $ 35), probabilmente una reminescenza della seconda epistola di Pietro ai cristiani dispersi nelle province dell’Asia, lettera nella quale il principe degli apostoli ammonisce che il cielo e la terra del presente sono tenuti in serbo per il fuoco del tempo che verrà, ovverosia per il giorno del giudizio e per la rovina degli empi. Chi ha una certa dimestichezza con Pynchon sa bene quanta avversione egli nutra nei confronti della Storia, a suo avviso niente più che un astratto, arbitrario e falsificante edificio eretto dai potenti per giustificare – e non di rado finanche obliterare – le malefatte da loro perpetrate ai danni dei più deboli. Questa avversione spiega perché lo scrittore prediliga concepire romanzi storici ambientati in epoche sulle quali incombono catastrofi e conflitti di immani proporzioni.
Se L’arcobaleno della gravità si chiudeva alla vigilia dello sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki e Mason & Dixon raccontava l’America che precede la rivoluzione, Against the Day copre un lungo arco di tempo che va dal 1893 agli anni immediatamente successivi la prima guerra mondiale. In questi tre tumultuosi decenni si intrecciano trame e destini di decine e decine di personaggi dai buffi nomi, individui quasi sempre fuori dal comune impegnati nelle attività più disparate. Plutocrati, terroristi, spie, pistoleri, avventurieri, viaggiatori, ingegneri, ciarlatani, chiaroveggenti, scienziati, maghi, matematici, seduttrici, qualche cammeo come Nikola Tesla e Bela Lugosi, e perfino un cane di nome Pugnax che si diletta nella lettura di Henry James. Troppi personaggi perché uno di essi possa ambire al titolo di protagonista.
Il numero degli scenari è di poco minore. Abbiamo una ventosa Chicago piena di luminarie per il quattrocentesimo anniversario dello sbarco di Colombo nel continente americano, un selvaggio West sul viale del tramonto, il Messico rivoluzionario, la Londra vittoriana di Jack lo squartatore, la Gottinga della celeberrima facoltà di matematica, i perennemente instabili Balcani, una Venezia dove il campanile di Piazza San Marco crolla alla maniera delle Torri Gemelle, le foreste siberiane di Tunguska rase al suolo nel 1908 dalla violenta esplosione di un asteroide, l’Hollywood del cinema muto e l’utopistico regno di Shangri-La, che il mito vuole situato tra le innevate vette del Tibet. Un atlante geografico formato romanzo, insomma.
La logica narrativa di Pynchon sembra fregarsene di qualunque regola. Against the day è una successione apparentemente caotica di eventi sparsi per il globo. Aristotele non deve essere tra i pensatori preferiti dallo scrittore poiché azioni e luoghi si moltiplicano a non finire senza trovare alcuna evidente unità se non quella del mero e irreversibile trascorrere del tempo. Il romanzo ha inizio nel 1893 e finisce nei primi anni Venti del secolo scorso: la linearità si limita a questo ed è per giunta una linearità per la quale è sconsigliabile mettere la mano sul fuoco. Di tanto in tanto, infatti, fanno capolino viaggiatori del tempo, gente in fuga da un futuro poco ospitale, che sarebbe poi il presente di noi lettori. Costoro tentano di spingersi ancora più indietro nel passato per trovare riparo in epoche più sicure, ovvero più lontane dai nefasti lumi del capitalismo e dalle continue rivoluzioni industriali dei tempi moderni. Si percepiscono echi di un noto romanzo di fantascienza dell’epoca vittoriana, La macchina del tempo, dove il viaggio nel futuro serviva da pretesto per lanciare un monito contro lo sfruttamento della classe operaia. In quel romanzo, H. G. Wells ipotizzava un mondo a venire dove i lavoratori, costretti a trasferirsi sottoterra, si evolvono in una nuova specie, mentre i ricchi, impigriti dalle comodità offerte dalla tecnologica, continuano a vivere in superficie diventando sempre più deboli e dipendenti dall’operosità di coloro che per secoli hanno sfruttato ed emarginato nelle viscere del pianeta. Against the day si muove però su un piano diverso dal socialismo pessimisticamente rivisitato da Wells in chiave darwiniana.
Pynchon, lo si è già ricordato, è un figlio dei fiori e la sua divisione tra buoni e cattivi è radicata con tenacia nell’ingenuo manicheismo contestatario degli anni Sessanta. I capitalisti e i loro sgherri – i cattivi del romanzo – sono chiaramente gli antenati delle odierne corporazioni e di quei potenti – Bush su tutti – che si adoperano per una globalizzazione che funzioni soltanto per pochi. I buoni – ovverosia il composito esercito di minatori fuorilegge, anarchici bombaroli, scienziati eretici, antesignane dell’amore libero e via dicendo – hanno tutta l’aria di hippy ante litteram. E siccome tra i vezzi di Pynchon c’è pure quello di immaginare che i personaggi dei suoi vari romanzi siano parte di un unico grande albero genealogico, uno dei principali filoni narrativi di Against the Day racconta la raminga saga dei Traverse, in tutta probabilità bisnonni degli stessi Traverse da cui discende Zoyd Wheeler, lo sconclusionato hippy che in Vineland non si trovava esattamente a suo agio nell’America del riflusso reaganiano.
Webb Traverse, sindacalista dei minatori del Colorado nonché fervente anarchico, impiega il suo tempo libero facendo saltare con la dinamite le linee ferroviarie. La sua passione risulta piuttosto sgradita a Scarsdale Vibe, un magnate che gira provvisto di un bastone d’ebano con in cima una sfera d’oro e argento incastonati in modo da fornire un’accurata replica in miniatura del globo terrestre. Vibe ingaggia così due sicari, che in modi spicci e animaleschi fanno fuori il sindacalista il quale lascia quattro figli. Tre sono maschi – Frank, Kit e Reef – e simboleggiano forse le tre dimensioni conosciute. Lake, la femmina, è probabilmente un’evocazione della quarta, sulla cui natura non v’è ancora certezza scientifica: può essere il tempo o magari una qualche invisibile entità spirituale, mutevole, comunque inafferrabile. Con andamento estremamente erratico il romanzo racconta quel che accade ai quattro orfani. Come molte eroine pynchoniane, Lake è attratta da uomini che dovrebbe disprezzare e sposerà perciò uno dei sicari. Frank, determinato a vendicare la morte del padre, finisce per unirsi alla rivoluzione messicana. Anche Reef, baro e pistolero, ha sete di vendetta ma, a forza di seguire le tracce delle tentacolari attività di Vibe, migra in Europa dove, tra un intrigo e l’altro, incontra Yashmeen Halfcourt, fanciulla alquanto lasciva e con uno straordinario talento per la matematica. Il destino di Kit segue percorsi non meno tortuosi: fa una sorta di patto col diavolo accettando che Vibe finanzi i suoi studi a Yale, dopodichè se va pure lui in Europa, prima a Gottinga e quindi a Ostenda, dove entra in contatto con un gruppo di matematici dalle idee non proprio ortodosse che hanno fondato una sorta di setta denominata Quaternion e bazzicata dalla bellissima Yashmeen.
Tutto questo molto in breve e limitatamente alle vicende di terra, poiché i cieli di Against the Day sono attraversati dall’aeronave – ovvero un dirigibile – di una combriccola di eterni adolescenti nota come Chums of Chance. Questi giovanotti si spostano da un luogo all’altro del pianeta esplorando e portando talvolta soccorso ma cercando comunque di rispettare una regola di non interferenza con le faccende di terra che ricorda molto la «mitica» prima direttiva di Star Trek, altra icona dell’epoca hippy. Un po’ angeli, un po’ aspiranti extraterrestri, i Chums of Chance diventano sempre più creature celesti, esseri che osservano dall’alto le disgrazie di chi vive sulla Terra. A forza di peregrinare, la banda viene a sapere dell’esistenza di una sostanza cristallina che ha il potere di raddoppiare la «sottostruttura della realtà» e aprire varchi che portano a mondi paralleli. Ma questa è soltanto una delle loro tante avventure, argomento peraltro di una serie di romanzi per ragazzi i cui titoli vengono scrupolosamente citati da Pynchon, o chiunque sia l’immaginario narratore di Against the day.

Temi tipici dell’autore
Se si escludono certe lunghe dissertazioni sulla matematica – in particolare sulla funzione zeta di Riemann – la peripatetica complessità del romanzo è meno ostica di quel che potrebbe sembrare. Rispetto ai suoi precedenti mammut, la lingua di Pynchon si è fatta più morbida e accessibile, toccando in molte pagine vette di sublime nitore. Sotto certi aspetti Against the Day è una sorta di prequel dell’Arcobaleno della gravità, racconta gli eventi che hanno portato alla seconda guerra mondiale e, più in generale, alle insensate violenze del ventesimo secolo. Non per nulla, nell’ultima riga del nuovo romanzo di Pynchon compaiono parole – «the glory of what is coming to part the sky» – che sono un chiaro rimando all’incipit dell’Arcobaleno della gravità: «A screaming comes across the sky».
I temi sono quelli tipici dell’autore, a cominciare dalla paranoia. I suoi personaggi rimangono fatalmente intrappolati in giochi più grandi di loro che alla fine li annienteranno. Per un verso o per l’altro i buoni hanno sempre la peggio e sono destinati alla sparizione, mentre i perfidi e gli infidi lavorano nell’oscurità, arricchendosi e guadagnandosi l’effimera quanto immeritata immortalità che li fa passare alla Storia. Sullo sfondo si agitano sogni e fantasmi di ogni sorta, si immaginano entità soprannaturali, ordini caotici, universi paralleli, dimensioni sconosciute e forse anche sregolate, una scienza diversa, più spirituale, meno compromessa con le ragioni del profitto.

Buona fortuna lettori
Quel che rende scomodo Against the day è il suo piglio anarchico, la veemenza con cui si scaglia contro il capitalismo e la tecnologia di cui si serve. Per Pynchon, il capitalismo avrà anche avuto la meglio ma non è affatto il sistema migliore bensì un mostro assurdo, disumano, distruttivo che divora le risorse del pianeta per sfornare prodotti che hanno solo un rapporto accidentale con i bisogni della gente comune. Non è poi così difficile come morale. Ma essendo i tempi quello che sono, a molti critici simili idee sono parse bambinesche se non proprio intollerabili. Probabilmente Pynchon lo presagiva ed è anche per questo che si è rivolto direttamente ai suoi lettori di oggi, augurando loro «Buona fortuna».

[fonte: il manifesto, 16 dicembre 2006]