L’inedito di Veronica Raimo letto ad Officina Italia

Incipit del prossimo romanzo in uscita per Rizzoli

di Veronica Raimo

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All’inizio degli anni Novanta, quando il minimalismo ferreo dei nuovi professionisti del design cominciava a insinuarsi come un rigagnolo di acqua limpida dentro le nostre case, i coniugi Falsini stavano ridefinendo il loro rapporto a partire dai novantesei metri-quadri del salone. Potenzialmente c’erano ancora un paio di pareti da abbattere, uno sfondamento a est e uno a nord, poi una luce perfetta, immacolata, avrebbe riempito tutta la sconfinata densità di quello spazio vuoto. «È una questione biologica», diceva Augusto Ferrante, il loro architetto, per il quale ogni concetto trovava una sua spiegazione in similitudini organiche, con una predilezione per l’ambito cetaceo. «Secondo una teoria evolutiva», spiegava ai Falsini, «i cetacei sono mammiferi che hanno deciso di tornarsene a respirare laddove tutto è fluido al punto che non si passa mai dal gassoso al solido: sott’acqua. Spesso noi la testa la mettiamo sotto la sabbia, ma sott’acqua non siamo capaci di respirare.
Eppure, sarebbe l’unica terra altra, enorme terra che avremmo a disposizione per rivivere daccapo la nostra vita. In mancanza di polmoni forti come branchie dobbiamo sempre tornare negli ambienti dove le cantonate contro i muri costruiti dagli altri sono meno probabili».
Questo secondo Augusto Ferrante era l’incentivo necessario a far saltare le pareti di casa Falsini come fossero roccaforti issate contro la libertà individuale di far ritorno allo stato cetaceo. La marcia spietata verso la semplificazione condotta da Ferrante si scontrava con la memorabilia da Flavio Fabiani (…). Alberta Falsini aveva deciso che sarebbe stata proprio questa palese contraddizione a dare un’impronta insolita alla loro casa.
Con Ferrante discuteva insieme di cartacei e di rimedi pratici contro la dispersione della memoria. Ma l’evoluzione del salone aveva in sé un principio di anarchia che non sembrava tener conto dei loro accorati scambi di idee, e si sviluppava in maniera incoerente e tortuosa trasgredendo ogni legge del decoro. Quando Ferrante terminò il suo progetto e abbandonò la casa, Alberta e Flavio si ritrovarono nel loro appartamento come due pesci fuor d’acqua. L’argomento rimase tabù per molto tempo, sebbene riaffiorass come un pungolo ostile nel bel mezzo di altri discorsi e fosse diventato quasi impossibile svolgere una qualsiasi attività domestica senza presagire delle strane conseguenze negative. Alberta sosteneva di non riuscire più a commuoversi di fronte a un film in bianco e nero quando lo vedeva sullo schermo del loro televisore, e Flavio lamentava una strana psoriasi agli avambracci quando leggeva il giornale sulla loro poltrona a forma di cubo, rivestita di tappezzeria senegalese.
Ma fu soprattutto Ute, la figlia di Alberto, a soffrire il disagio di quell’arredamento. Nei suoi quotidiani pensieri di suicidio non riusciva a trovare un solo angolo della casa dove il suo gesto destasse una qualche risonanza. Era tutto talmente smembrato che avrebbe riassorbito nella sua mollezza anche l’impatto di una morte violenta. Il nome Ute era stato scelto a tavolino venticinque anni prima, quando Alberta fivinando sul destino di sua figlia decise che la bambina avrebbe dovuto distinguersi dagli altri fin dalla nascita.
Le sue speranze vennero frustrate nei primi anni di vita di Ute, che contro tutti gli investimenti cresceva come una bambina spaventosamente normale, o conforme, come usava ripeterle Alberta quando la piccola raggiunse i tre anni e una certa disposizione ad apprendere vocaboli nuovi. La conformità di Ute si manifestava innanzitutto nel suo aspetto fisico. Un viso paffutello e bianchiccio, le labbra sottili e le gambette tozze. Non era né brutta né sgraziata ma, come sosteneva sua madre, non riusciva a emanciparsi da quell’aspetto infantile. La conformità più grave risiedeva però nella sua totale assenza di talento. A sette anni, Alberta la lasciava per pomeriggi interi a disegnare seduta al tavolo della veranda. Ute non sapeva produrre niente di più complesso di una cosa con il sole, una famiglia composta da mamma, papà e bambina o un albero delle mele. Indispettita, Alberta si sedeva di fronte a lei dall’altra parte del tavolo e cominciava a fissarla dritta negli occhi. «Non ce la fai proprio, eh?». Ute non era in grado di sostenere quello sguardo neppure per pochi secondi e con la testa china provava ad abbozzare qualcos’altro sul foglio. «Hai presente cos’è un’idea astratta?» le chiedeva allora Alberta. Ute scuoteva la testa. «Disegna la paura». Al che Ute, ignara di rappresentare con tutta se stessa quell’idea, cominciava ad avvertire la pipì che le scorreva lungo le gambe.