Philippe Forest sul romanzo

tratto da Tutti i bambini tranne uno

di Philippe Forest

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Il romanzo non è la verita. Ma non ne è privo. Si scrive a partire da e non contro di essa. Presuppone il Giudizio finale e l’agonia del suo scorrere lungo i secoli. Può essere tutto e di tutto, come dimostra la sua vicenda disparata e fastosa, ma l’essere così cangiante non ha senso se non in rapporto al grande massacro luminoso del tempo dove lascia la sua vana impronta di memoria. Posare la minima parola, abbozzare la minima storia presuppone, anche non detta, una tale esigenza di pensiero. Esiste un nero rilievo modellato nel tempo e abitato dalla parola, suscitato dalla parola. Questa visione non anticipa il romanzo, vi si confonde. E’ ciò che lo rende possibile e lo compie. Ciò da cui viene e verso cui va.

Il romanzo è rivelazione del Tempo, nel Tempo. Sono, sarò stato… Si abita il presente vissuto grazie alla diversione di lingua d’un futuro anteriore inventato. Nel tempo, nascere, vivere, morire… Il picco più aguzzo del sensibile tocca l’istante. Quest’ultimo, il testo lo deve dire al meglio, se possibile farlo vibrare come un cristallo. E a poco a poco tutto echeggia nell’aria. Di qui una certa postura obbligata nella storia e nel caos di civiltà. Di qui anche la chiara coscienza del suo posto segnato nella catena di carne, sangue, sperma, respiro, che le generazioni viventi, una dopo l’altra, vanno svolgendo.

Ecco perché il romanzo è sempre inchiesta condotta sulla modalità biologica propria del nostro breve manifestarci nel tempo. Perché quest’ultimo, noi non lo percepiamo subito nella sua bianca astrazione di concetto, o nell’istante ragalato dalla grazia. Ci arriva sotto forma di un divenire pesante di organi. Un corpo cresce nella matrice impensabile di un ventre. Un giorno affiora nella comune durata, poi vive la propria vita da corpo, giorno dopo giorno. Arriva un altro giorno; gli chiudono gli occhi, lo calano nella terra che, ci dicono, compie in silenzio, il suo lavoro all’indietro, sfacendo le carni, liberando le ossa, soffiando infine via tutta quella polvere di essere. I due fatti rimano tra loro. La morte è ciò che fa scoprire il tempo. Grazie all’anticipazione di questo istante prende forma sotto i nostri occhi la coscienza che abbiamo di esistere. Allora ci voltiamo e capiamo che con la nascita la morte è già entrata nella nostra vita.