Alessandro Milanese, Massimo Volume

MASSIMO VOLUME

di Alessandro Milanese

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Piove, o meglio diluvia.La mia corsa e i miei pneumatici coreani (sottomarca della sottomarca) mi suggeriscono di restare intorno agli 80kmh.Penso, penso ad una giornata di merda.Una giornata con una immancabile umiliazione, un minimo comune denominatore dell’ultimo mese.Penso e il volante si fa leggero, impalpabile, come se non toccassi più per terra.Galleggio.Una ragazza parla.Ha una voce graziosa ed un modo di fare poco spontaneo, si capisce che sta clamorosamente leccando il culo dell’interlocutore.Si aggiunge un vocione, classica voce impostata da vecchio conduttore radiofonico che ha visto mille battaglie.Sciorinano complimenti a tutto spiano.I complimenti sono per gli Afterhours che si stanno esibendo dal vivo a Radio1.Arrivano un paio di domande dalla inestimabile stupidità e fortunatamente parte il bis.Agnelli non mi convince, mi piace, mi è sempre piaciuto, ma non mi convince.E’ sempre stato troppo visibile, troppo personaggio non personaggio, troppo prezzemolato, troppo e basta.Partono, e fanno “quello che non c’è”.I miei dubbi spariscono, il pezzo è sempre bellissimo e il testo fa il resto.La strada, che mi sta portando in collina per una inutile birra con amici, comincia il sali & scendi e Agnelli per i saluti finali annuncia una data estiva.“Torino, con Patti Smith e i Massimo Volume riuniti per l’occasione”.L’acqua continua a dar fastidio ai miei tergi ma diventa solo sottofondo.

Erano passati pochi mesi dall’alluvione.Il mio rione aveva un enorme linea orizzontale su tutti gli edifici ad un altezza di due metri.Sembrava il segno che rimaneva nella bacinella in cui mia nonna mi infilava da piccolo.Mi prendeva che sbanattavo, buttava dell’acqua bollente in quell’enorme catino azzurro e mi strigliava con una spugna ruvida come la morte.La pelle mi diventava viola, striata.Non osavo parlare.Sapevo a cosa andavo incontro.Osservavo dal centro del tavolone di legno scuro quello stanzone che è stata la casa delle mie estati lontane.Osservavo quel donnone che a turno interpretava un aguzzino o una santa.Quella donna dalle carezze gentili e dagli schiaffi veloci.Semplicemente, stavo li.E quando finiva, muovevo i miei piedini in quello sporco che avevo trascinato con le mie ginocchia dal cortile o dal boschetto subito dietro alla cascina.L’acqua colorata finiva la corsa nello sciacquone e la bacinella rimaneva orlata.Io, rimanevo fermo, nudo.Infilavo il mio piccolo pisello nelle mutande con l’apertura da una parte e mi preparavo a combinare qualcos’altro per cui valesse la pena prenderle.Combinare qualcosa.L’idea era questa.Far qualcosa per il nostro rione.Quello che fino a poco tempo prima era solo un posto comune come tanti.Ora, dopo il primo orgasmo di televisioni e visibilità, era sprofondato solo in ponteggi e pensionati che pian piano cercavano di risistemare il sistemabile.In 3.Nel giro di un paio di mesi.2 serate con gruppi rock, una assemblea studentesca, un ultima serata dedicata al cabaret.I primi contatti, i primi nomi.L’entusiasmo.La voglia di portare della gente proprio dove c’era l’acqua.Un ex mercato ortofrutticolo.Solo un enorme tettoia con dei piloni di cemento che si tenevano compagnia uno con l’altro.Solo strisce verticali di colore bianco su un grigio predominante.

Il cartellone era fatto.Il service era pronto.Quasi tutti a gratis o solo per un piccolo rimborso.Tutto era pronto.Arrivò quel venerdì.I Massimo Volume.Non ricordo come li contattammo.Stavano per uscire su major dopo l’esordio “indie” con Stanze.Li conoscevo di nome, erano molto chiacchierati, e da li a poco avrebbero occupato quasi tutte le copertine dei poveri giornali specializzati.Arrivarono nel pomeriggio, cordiali e discreti.Si fece buio e andammo a mangiare qualcosa in una delle birrerie che aveva deciso di farci credito.Un pub piccolo, storicamente buio, con un quasi maxi schermo che proiettava concerti o la videomusic dell’epoca.Il primo giro di medie andava e cominciai a chiacchierare con Emidio che tutti chiamavano Mimì.Il gruppo era affiatato, ognuno al proprio posto.Scherzavano ad ogni sguardo e avevano ruoli ben definiti.Vittoria parlava volentieri, Cecio beveva e rideva, Egle annuiva e sorrideva, Metello controllava.Mimì cominciò a parlarmi di letteratura.Carnevali, Carver, soprattutto.Lo seguivo ammirato.La prima parola che mi balenava in mente era carisma.Riuscimmo all’aria fresca e ci ritrovammo in mezzo ad un buon numero di macchine parcheggiate.C’era parecchia gente (alla fine 800 paganti), i ragazzi erano di ottimo umore .

Io, con quel pass al collo e con i miei quasi 22 anni, mi sentivo un dio greco sbarcato nella pianura padana.Da quel cemento sputacchiava fuori lo ska degli Statuto.Alle 11 in punto si materializzarono due divise.Decine di telefonate dei nostri stessi vicini alluvionati che si lamentavano per il rumore.L’esatta ricompensa che ci aspettavamo.Le divise minacciano di togliere i permessi per il giorno dopo se sforiamo oltre mezzanotte.Facciamo due calcoli e rimane si e no una mezz’oretta.Mi avvicino a Mimì e sono un uomo mortificato.Mi sento piccolo, minuscolo.Spiego la situazione.Non si incazza, tiene su il sorriso che aveva pochi secondi prima e mi dice di non preoccuparmi.

Mi appoggio con la schiena alla transenna davanti al mixer.Ci siamo.Salgono.Le luci sono poche e danno un effetto decadente al punto giusto.Mimì è vestito tutto di nero e si da un contegno da professionista.Si piazza al centro esatto del palco a gambe leggermente divaricate, si gira verso Vittoria e attaccano.Nessuna mosca ha il coraggio di volare, ora.Il primo dio.Il basso rimbalza contro il nulla alle mie spalle e mi entra nella schiena e nelle ossa.I tamburi di Vittoria sono perfetti e marziali.Cecio e Metello incrociano la ritmica a colpi di bicordi.Egle ricama con armonici ed effetti.Mimì declama, con un incedere spavaldo e timido al tempo stesso.Ed io, con le braccia infilate in un giubbottino blu di stoffa con uno stupido cappuccio molle, io dicevo, in quel momento avevo trovato i miei Joy Division.La mia perfezione.5 pezzi.4 da Lungo i bordi e tarzan da stanze.Tra un pezzo e l’altro passano pochi attimi.Finiscono e riattaccano velocemente.La tensione rimane alta, costante, e gli sguardi in platea non lasciano dubbio alcuno.Tutti quelli che erano al concerto quella sera, si ricorderanno per sempre di quel concerto.I ragazzi scendono, smontano, e si preparano a ripartire per Bologna.Finisco il milione di complimenti che avevo da parte e saluto Mimì e gli altri promettendo di andare a Genova il mese dopo a rivederli.Nelle settimane dopo consumo la musicassetta di lungo i bordi e recupero anche stanze.Esaurisco letteralmente un mio collega, mio unico mentore letterario, e mi faccio prestare qualcosa di Carnevali e cattedrale di Carver.

Tutto cambia.Quando entriamo in quel piccolo teatro a Genova conosco tutti i testi a memoria, aspetto gli arpeggi di chitarra e i cambi fragorosi come si attende la pioggia a luglio.Ormai sono un devoto.Passa un anno ed esce da qui.Ai dischi si aggiungono i libri di Emidio.Il primo, una raccolta di racconti, è semplicemente perfetto.

Non manca molto al 2000 e parcheggio in una via traversa della stazione centrale, a Milano.La mia corsa precedente, un verdino smeraldo simil tamarro, sta esalando gli ultimi chilometri condendoli con un rumore di valvole preoccupante.Il tunnel è imballatissimo, la coda per bere è infinita.Chi è con me non li ha mai visti e saltella impaziente, vuole sentire fuoco fatuo e non sta più nella pelle. I Massimo Volume provano il balzo, il salto.Un produttore di grido, Agnelli.Un video con un discreto budget, la scelta di provare a far cantare Mimì.Tra un pezzo e l’altro il piccolo boato dei 4/500 presenti è assordante.Gente alla moda, i soliti fighetti alternativi, le montature nere non si contano e sembrano esserci più giornalisti, o presunti tali, che esseri umani.Mimì cerca di cantare ma non è convinto.I pezzi nuovi non reggono, lui è calante.Le canzoni degli album precedenti esplodono di forza, con il suo declamare che al contrario del canto sembra più perentorio che mai.Sono quasi alla fine.Sarà l’ultimo disco, il canto del cigno.Emidio si afferma come scrittore.I suoi romanzi escono per grandi editori.Ottimi libri che divoro in pochi giorni, ma che non raggiungeranno mai gli apici dei testi dei Massimo Volume.

Pizza express, per esempio.Qualcosa di perfetto, inattaccabile, definitivo, assoluto.Qualcosa di unico, personale e universale al tempo stesso.Qualcosa che ti entra nelle orecchie e che continua a girarti in testa, piano, senza sosta, come una goccia che apre un varco.Qualcosa che rimane negli anni, e segna lo scandire del tempo, del mio tempo.
Piove, e la birreria è li davanti, una decina di metri coperti solo da pozzanghere e ghiaietta.Dentro, una piccola tavolata con i soliti volti.Le abituali piccole stronzate.Piccole storie, sempre le stesse, per strappare due risate e far venire l’una di notte.Arriveranno pseudo pacche sulle spalle, piccoli attestati di stima camuffati da battutine sarcastiche.Arriveranno domande, premurose.

“Come va?”

“Come stai?”

“Che racconti?”

“Novità?”

“L’hai più vista?”

“Cosa dice?”

Mi preparo, cerco di darmi un aspetto quasi normale, di recuperare I chili persi, di mascherare le occhiaie.Respiro, guardo fuori, tra le gocce, la collina è scura come non mai.Apro la portiera, scendo e trovo una canzone che mi accompagna fin sulla porta.

Dopo essermi illuso che alla fine mi avresti amato

dopo aver progettato viaggi

dopo averti letto i miei racconti inediti

dopo averne accettato le tue critiche arbitrarie

dopo averti fatto spazio nel mio letto

dopo averti fatto spazio nelle mie vene

dopo averti risparmiato quando ero già pronto ad ucciderti

dopo aver preso a morsi i mobili della mia stanza per non ucciderti

dopo aver visto morire inosservate le mie battute migliori

dopo averti amato

Grazie Mimì.