Elisabetta Liguori su “Prima di sparire” di Mauro Covacich: leggete questo libro

SABBIE MOBILI

Leggendo “Prima di sparire” (Einaudi, 2008 ) di Mauro Covacich

di Elisabetta Liguori

Siamo alle sabbie mobili sociali, ormai.Mi riferisco all’inquietante fenomeno degli Scomparsi d’Italia di cui oggi si discute con sempre crescente sconcerto e prurito. Un tema che in qualche modo mi ossessiona.Vittime inconsapevoli, fuggiaschi convinti, bambini innocenti, adolescenti inquieti, donne mature, uomini silenziosi, anziani malati, tutti praticamente ingoiati dal tempo e dai luoghi. Individui che un giorno escono di casa per non farvi più ritorno, le cui ragioni restano stritolate tra dolore e silenzio nei decenni. Ormai i numeri fanno paura. Parlo di siti internet, di Chi l’ha visto, di Procure, testimoni equivoci e incubi vari e parlo anche di letteratura. In qualche maniera. Al momento esistono oltre 23.000 scomparsi in Italia. Spariti nel nulla. Sommersi. Un archivio di volti sbiaditi. Rubati alla loro stessa storia. Ma non molti romanzi sul punto.Non voglio qui discutere le proporzioni statistiche di un fenomeno come questo, né chiedermi come lo Stato, indotto dai numeri e dalle urla, cominci oggi a farsi carico di un dolore personale trasformatosi in quesito sociale. Non voglio chiedermi cosa è giusto o sbagliato. Non voglio fare cioè quello che già altri, con più competenza di me, sono chiamati a fare su più fronti. Da quello dell’informazione, a quello giuridico, politico o sanitario. Qui mi piacerebbe mescolare cronaca e letteratura, invece. Per una volta tentare di dare un taglio fiction ad una sofferenza reale. Perché se come dicono in tanti un romanzo non è verità, ma ne contiene brandelli di rilievo, è forse possibile individuare un nesso tra la Narrativa italiana contemporanea e lo Scomparire della gente. Giocare con gli archetipi, con demoni e sintassi, le nostre paure, la nostra memoria e dire qualcosa che sappia di vero.

Mauro Covacich ha pubblicato di recente per Einaudi un romanzo dal titolo “ Prima di sparire”. Parto proprio da questo romanzo, quindi, per chiedermi come e perché può scomparire un uomo e cosa scompare con lui. Nel testo di Covacich il tema principale sembrerebbe l’amore. In verità è d’altro che egli decide di scrivere, su e giù dalla sua Triste del male oscuro. Scrive di scomparse appunto, di come, quando un amore tramonta, lo faccia sempre in modo inspiegabile quanto innocente, portando via con sé gli uomini che lo avevano abitato. L’operazione editoriale che questo romanzo compie è espressa con lucida crudeltà nell’ultima pagina dello stesso, laddove l’autore svela ai suoi lettori che tutto quello che hanno avuto modo di leggere fino a quel punto, altro non è che “vita vera”. Persino i nomi reali sono conservati. Le date e i luoghi. A suo modo rispettati. Dico Vita, non verità, perché quello che un narratore rivela, anche solo limitandosi ad osservare le cose che rotolano verso di lui, non può essere altro che una verità soggettiva. Filtro d’occhi e cuore. La narrazione altro non è che l’inutile sforzo di trattenere e condividere ciò che è naturalmente destinato a scomparire: la percezione personale delle cose, il ricordo che ciscuno ne elabora secondo la propria identità, i propri limiti, i propri bisogni. In parte verità, in parte illusione: l’artificio sta nel mezzo.Anche per questo Covacich scrive di scomparse. Della Vita soggettiva che scompare.Ma non solo. Lui scrive anche della perdita d’amore. Di un amore sommerso da un altro.Chissà quanti degli scomparsi d’Italia sono anch’essi vittime d’amore. Non c’è alcuna crudeltà volontaria nell’innamorarsi, ma solo una ruvida naturalezza. Per questo l’autore descrive il percorso di un se stesso scrittore, che vive di progetti di scrittura, alle prese con mondi letterari paralleli, in giro per tutta la penisola nella sua diversità narrativa, accanto ad una compagna, ad amici, colleghi, parenti. E un nuovo amore, nato per caso, senza una ragione precisa o modalità travolgenti. Tutto con grande naturalezza. Covacich non descrive grandi rivoluzioni, eventi catastrofici, ma piccole emozioni. Covacich non decrive l’esaurirsi dell’amore precedente al nuovo nato. Non il suo declino, la morte, la disfatta violenta.

Lui descrive l’improvvisa e immotivata scomparsa di una coppia da un divano, della loro ombra dietro le finestre, dei loro progetti, delle loro parole abituali, del cibo quotidiano nel loro frigorifero, dei libri nella loro libreria, della posta nella solita cassetta, dei riti di ogni giorno. Lo stop confuso. Il taglio inspiegabile. Il vuoto intorno.Si tratta quindi di un romanzo d’amore attraversato da una profondissima cupio dissolvi. La storia narrata è ferita dal desiderio di liberarsi di un amore fantasma, che nella carne non c’è più, ma che resta come immagine immobile, irrealizzata, vivida nei suoi senzi di colpa. Un amore che, pure nell’assenza, riesce a schiacciare il futuro, il cambiamento, l’idea di altri romanzi possibili.

Scomparso è l’amore d’un tempo, scomparso è anche l’amante, lo scrittore, il protagonista e i personaggi letterari che in qualche maniera erano legati a quell’amore originario. Nulla è più recuperabile. Covacich affianca alla storia per così dire autobiografica (tutto è autobiografico in lettaratura) i personaggi di altri suoi libri precendenti. Ne racconta lo sforzo da maratoneta, il sudore, la lotta per la sopravvivenza, il crollo, l’umiliazione. Il silenzio. Si tratta di un artificio letterario efficace, immaginifico quanto basta, poiché tutte queste ombre del passato, del presente e del futuro sono accumunate dagli stessi interrogativi. Dove va a finire un amore quando scompare? Cosa era quell’amore che non c’è più? La sua scomparsa lo rende diverso? C’è colpa nella scomparsa?Nel tentativo di rispondere a queste domande, persone e personaggi si confondono per Covacich, restando tutti ugualmente dolenti e vigili. Talmente addolorati da riuscire nella difficile impresa di osservare se stessi dall’esterno, in una visione dissociata e profonda, grazie alla quale l’autore riesce a far sì che un uomo possa guardare una vetrina e dialogare animatamente con la figura che nella stessa si riflette.

Anche questo, come i romanzi precedenti di Covacich, è un romanzo sulla debolezza umana.

Non un elogio della fuga, ma una preghiera. Una penitenza.

Chi sceglie di scomparire molto spesso lo fa per debolezza, perché la vita gli si rovescia addosso. A volte scansarsi non è nemmeno una scelta. Non ce la si fa a reggere il peso di una vita già decisa e ci si crede di illude di poter resettare il proprio universo facendo un passo più in là. Un fatto di resistenza, di pressione, di materiali umani differenti, posti di fronte alle forze della natura. A volte è un abbandonarsi alla bestia che abbiamo dentro, perché ci conduca dove vuole. Altre è una sopravalutazione delle nostre capacità immaginative. A volte una trappola mortale, a volte un errore. A volte una liberazione che profuma di fantasy.

Nella descrizione degli ambienti e dei gruppi sociali e del loro peso specifico operata da Covacich, resta categorica la sua solita straziante ironia, il disincanto, la velata rivolta dell’io narrato e di quello narrante ad un mondo rigidamente organizzato, a favore di un universo immaginario, emotivamente strutturato, ma lo stato d’animo dominante è comunque la malinconia.

Un romanzo sulla malinconia della perdita.

Perché ogni scomparsa è comunque una perdita, per chi la realizza come per chi la subisce, non c’è strazio più grande, eppure non è detto che coincida con la morte. Bisogna fare gli opportuni distinguo: caso da caso, perdita da perdita, strazio da strazio. Il mondo chiede la nostra presenza, ci fagocita, ci plasma a sua misura. Esige, aspetta, ordina. Può accadere che semplicemente la vita reagisca alla vita con altra vita. Può accadere che si desideri diventare invisibili per non vedersi far danni. Siamo esseri fallibili: la letteratura deve potersi occupare di certe alternative.

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