Rick Moody, Tre vite (minimum fax, 2008): e non solo

Zadie, Rick e l’Albertine agognata

di Rossano Astremo

Zadie, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Za-die: la punta della lingua compie un percorso di due passi sul palato per battere, al secondo, contro i denti. Za.Die…

Sì, lo so, mai usare i mostri sacri della letteratura per mere logiche private, ma concedetemi un’eccezione, dopo aver visto, mercoledì, Zadie Smith alla libreria Giufà di Roma, in occasione della presentazione di “Tre vite”, ultima raccolta di racconti di Rick Moody, edita da minimum fax. Non vorrei fare il Massimiliano Parente della situazione, quindi interromperò qui la mia digressione sull’autrice di “Denti bianchi”.

La libreria era stracolma, un piccolo spazio preso d’assalto da oltre cento persone, con una temperatura interna che superava i cinquanta gradi. Oltre a Zadie e Rick, c’erano anche Martina Testa, in qualità di traduttrice della serata, e Francesco Pacifico, che ha tradotto due dei racconti del libro, anch’egli, come tutti i presenti, totalmente sopraffatto dal caldo umido che pezzava le nostre t-shirt.

Ho letto il libro di Moody ieri, in viaggio. Ciascuno dei tre racconti prende forma attorno alla presenza forte di un protagonista, rispettivamente un pensionato che vaga confuso fra lussuose residenze di una località di villeggiatura, in attesa che giunga un disastroso attacco da un nemico esterno; una office manager di una compagnia di assicurazioni che comincia a ricevere strambe lettere anonime; un giornalista strafatto che, in una New York semidistrutta da un bombardamento, è alle prese con la scrittura di un pezzo, commissionatogli da una rivista porno-soft, sul potere di una droga allucinogena, Albertine, in grado di far rivivere i ricordi ed amplificarne le sensazioni.

Posso dire che in “Tre vite” non ho incontrato il miglior Moody, però, penso che “Albertine” sia un racconto eccellente, visionario e devastante. La paranoia che sembra aleggiare in tutti i racconti, raggiunge in “Albertine” la migliore rappresentazione.

Devo dire che anche Moody ha un suo fascino. I miei occhi non erano solo per la dolce Zadie. Con quel suo cappellino e quella sua voce Moody, durante la sua lettura di alcune pagine dell’ultimo racconto del libro, ha incantato i presenti, me compreso.

Ecco, poi c’è stato il momento delle domande del pubblico, e quello è stato un momento imbarazzante. Non so, mi è sembrato che la gente non cercasse risposte da Moody, ma volesse mettersi un po’ in vetrina. Chi era quel tipo col sigaro in bocca? E quella ragazza con i capelli rossi cosa ha chiesto di preciso? E quel biondino che ha fatto la domanda in inglese che risposta si aspettava? Povero Moody, alla quinta domanda era provato e cercava continuamente gli occhi della moglie che era in libreria.

Un po’ di Albertine l’avrebbe presa volentieri, e, sinceramente, anche a me avrebbe fatto bene.