Thurston Moore, Mix-tape (Isbn, 2008): un estratto

Mix tape, quando la musica
si scaricava sulle audiocassette

di THURSTON MOORE

LA PRIMA volta che sentii parlare di un mix su cassetta fu nel 1978. Robert Christgau, il “decano dei critici rock”, scrisse un pezzo su Village Voice sul suo disco preferito dei Clash, guarda caso una sua produzione: una cassetta con le b-side della band non incluse negli album. I Clash scrivevano singoli fantastici, e album fantastici, e di solito inserivano i singoli nei dischi, ma non le b-side. Comunque, dal punto di vista della mia mentalità da critico musicale, la sua era un’ottima pensata. Un aspetto in particolare mi colpì: Christgau sosteneva che si trattasse di un mix tape che aveva compilato per regalarlo agli amici. Si era fatto il suo album personale dei Clash e lo dava in giro come memento alla sua devozione per il rock’n roll. C’era una cosa che lui possedeva e io no: una piastra a cassette.

A quei tempi, i mangianastri erano tanto fondamentali quanto i giradischi. Ed erano ugualmente ingombranti. Ma in quel periodo la Sony lanciò il Walkman: un mangiacassette portatile grande la metà degli apparecchi standard – più o meno come i registratori che in genere si vedevano tra le mani dei giornalisti. Questi nuovi Walkman si portavano a tracolla, erano l’ideale per andarsene a zonzo per la città ascoltando musica con gli auricolari. Immagino che l’industria discografica si aspettasse che gli utenti acquistassero le cassette originali degli album, e di certo fu così, ma ehi! perché non comprare cassette vergini e registrare singoli brani dai dischi?

Ecco cosa fecero tutti quelli che si erano muniti di Walkman. Non passò molto che su album e cassette originali apparvero adesivi come: LE REGISTRAZIONI DOMESTICHE UCCIDONO LA MUSICA! Se non altro, anticipava l’attuale paranoia dei discografici sui cd masterizzati e le canzoni scaricate da Internet.

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta non potevo permettermi un Walkman, ma il mio vicino al piano di sopra, l’artista Dan Graham, ne aveva uno nuovo – e tonnellate di vinili. Comprava tutti i dischi di punk rock e new wave in circolazione, li metteva su cassetta, quindi me li passava per ascoltarli sul mio vetusto mangianastri. Più o meno tra il 1980-1981, si assistette a una spontanea proliferazione di giovani band, che pubblicavano singoli hardcore-punk super veloci, la maggior parte dei quali si atteneva ai canoni del thrash. Gruppi come Minor Threat, Negative Approach, Necros, Battalion of Saints, Adolescents, Sin 34, The Meatmen, Urban Waste, Void, Crucifucks, Youth Brigade, The Mob, Gang Green ecc.

Erano grandi! Dal vivo facevano scintille e registravano album pazzeschi. Molto ruvide e dirette, le canzoni difficilmente superavano il minuto di lunghezza. Ero un fanatico, li compravo tutti appena uscivano. Ogni giorno pagavo pegno da Rat Cage in Avenue A per impossessarmi di tutti i sette pollici di hardcore esposti sulla parete. Certo, era una spesa, ma non un salasso. Ogni singolo costava due o tre dollari. Ma al tempo facevo ancora il lavapiatti in un ristorante di Soho – non navigavo propriamente nell’oro – eppure dovevo assolutamente avere quei dischi!

La mia amata Kim tornava a casa dal lavoro ogni giorno, commessa da Todd’s Copy Shop e cameriera da Elephant & Castle in Prince Street, e mi beccava ad ascoltare singoli hardcore dalla mattina alla sera. Credo che abbia scritto anche un testo sul suo ragazzo (io) che passava così le sue giornate. Mi sentivo un po’ in colpa, avevo bisogno di ascoltare quei dischi con calma e attenzione, e mi venne in mente che potevo preparare un mix con i pezzi migliori di quegli album – e visto che erano tutti così brevi e con la stessa potenza ed energia, la cassetta sarebbe stata un monolito hardcore.

Avevamo libero accesso all’appartamento di Dan, così una volta ci andai e registrai il mio mix, che per me era la cassetta definitiva di hardcore mai realizzata. Su un lato scrissi H, sull’altro C. Quella notte, mentre eravamo a letto, dopo che Kim si era addormentata, infilai la cassetta nel nostro mangianastri, trascinai uno dei piccoli altoparlanti sul letto, e ascoltai il mix a un volume ultrabasso. Ero in uno stato di beato mormorio. Quella musica faceva sfrigolare ogni cellula, ogni fibra del mio corpo. Era bello. Quell’estate, per il mio compleanno, Kim mi regalò un Walkman con altoparlante incorporato. In questo modo potevo tenere il Walkman vicino al cuscino e suonare il mix H. C. a un livello ancora più intimo. […]

A metà degli anni Ottanta, prima di un tour con i Sonic Youth, decidemmo di munire il furgone con un mangianastri. L’idea era di prendere un’autoradio fissa, ma era una soluzione troppo dispendiosa. All’epoca a New York impazzavano per le strade giganteschi stereo che sparavano mix di rap da casse spropositate, i cosiddetti “ghettoblaster”. Lo stile hip-hop “della strada” esigeva misure sproporzionate. Scarpe da basket titaniche con stringhe super ampie, occhiali grandi come metà della faccia, catene d’oro che chiamavamo “funi” tanto erano spesse e massicce, e gli stereo portatili avevano le stesse dimensioni di un carrello del supermarket.

[…] Ai tempi Delancey Street, e la traversa Orchard Street, erano la zona del centro dove si concentravano i negozi di abbigliamento e accessori hip-hop. […] Le domeniche pomeriggio qui erano folli, con gente che se ne andava in giro con i propri stereo oversize sparando a palla Spoonie G e DST (un grande rapper vecchia maniera, il cui nome stava per Delancey Street). Poi c’erano i rockettari indie punkoidi come me – affamati e spiritati, che si nutrivano di tutto. Le cassette mix di hip-hop, disposte per la vendita su tavoli di cartone, cominciarono a riferirsi a un sistema di valori dettato da chi compilava la scelta dei brani. […]

Run DMC e LL Cool J cominciavano a spopolare, la Def Jam lanciava sul mercato un nuovo ibrido di punk rock/hip-hop, e i dischi uscivano alla velocità della luce. Tutto questo, per segugi della musica come me, rendeva la vita di tutti i giorni piuttosto eccitante.
[…] Quindi entrai nel negozio in Delancey Street e, con i fondi limitati della band, comprai il più imponente “ghettoblaster” in esposizione. Era davvero massiccio (è massiccio, ce l’ho ancora)[…]. Quando mi presentai, gli altri videro il mangianastri, stupiti che avessi buttato i soldi del gruppo per quel gigantesco obbrobrio di plastica. […]

Mentre percorrevamo l’Holland Tunnel, distanziandoci sempre più dalla città, pensai che fosse giunta l’ora di mettere uno dei miei mix. Infilai la prima delle cassette di rap e lo stereo si dimostrò un grande acquisto. Economico, ma superbo. E funky. La musica che usciva da quell’apparecchio non poteva che essere perfetta. Nel giro di venti secondi arrivarono le prime voci di dissenso: “Puoi abbassare, per favore?”, “Hai altre cassette dietro?”, “Io ho portato Johnny Cash…”.

Quando arrivammo sulla West Coast, ormai eravamo tutti affezionati al Conion (la marca del mangianastri, che ribattezzammo Conan). Nei concerti lo portavamo sul palco, microfonavo gli altoparlanti per giocare con i nastri tra un pezzo e l’altro. I fan in tutta America ci lasciavano le loro cassette – alcuni, speranzosi, i loro demo – compresi mix che poi ascoltavamo. […]

Alla fine del tour, nel furgone erano disseminate centinaia di cassette, con le custodie di plastica calpestate e rotte. Anni dopo, avrei raccolto tutti i mix in uno scatolone per darli a Kim quando venne ricoverata in ospedale per partorire. A volte, quando spulcio nei meandri della nostra casa mi ci imbatto ancora e, come in una foto, mi vengono in mente flash di quegli anni incredibili.

pezzo apparso su la Repubblica di oggi