Sam Savage, Firmino (Einaudi, 2008): incipit

tratto da Firmino

di Sam Savage

Avevo sempre immaginato che la storia della mia vita, se un giorno l’avessi mai scritta, sarebbe cominciata con un capoverso memorabile: lirico come il «Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi» di Nabokov o, se non altro, di grande respiro come il tolstoiano: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». La gente ricorda espressioni del genere anche quando del libro ha dimenticato tutto il resto. Comunque, a proposito di incipit, il migliore a mio avviso non può che ritenersi quello del Buon soldato di Ford Madox Ford: «Questa è la storia più triste che abbia mai sentito». L’ho letto decine di volte, ma ancora mi lascia di stucco. Ford Madox Ford è stato Un Grande.
Tutta la vita ho battagliato con la scrittura, e non c’è niente che abbia affrontato con più coraggio – sì, questa è l’espressione esatta, coraggio – degli incipit. Ho sempre pensato che, se solo fossi riuscito a scriverne uno buono, tutto il resto sarebbe venuto da sé. Immaginavo quella prima frase come una sorta di grembo semantico ricolmo di embrioni gravidi di pagine non ancora scritte, piccole pepite rilucenti di genialità ansiose di venire alla luce. Da quel vaso magnifico sarebbe stillata, diciamo, goccia a goccia l’intera storia. Che delusione! Esattamente il contrario.
Non è che non ce ne fossero di buoni. Assaporate questo: «Quando il telefono squillò alle tre del mattino, Morris Monk sapeva ancor prima di sollevare il ricevitore che a chiamarlo era una donna, e lo sapeva: le donne significano guai». Oppure questo: «Un attimo prima di essere fatto a pezzi dai soldati sadici di Gamel, il colonnello Benchley rivide il piccolo casolare imbiancato di calce nello Shropshire e Mrs Benchley sulla soglia insieme ai bambini». O quest’altro: «Parigi, Londra, Gibuti, tutto gli pareva irreale adesso che sedeva tra le rovine dell’ennesima cena del Ringraziamento con sua madre, suo padre e quell’idiota di Charles». Chi può rimanere impassibile dinanzi a frasi di questo tipo ? Sono così pregne di significato, così, oserei dire, commoventi sino all’inverosimile da contenere in sé tutti i capitoli non scritti – non scritti, ma lì. Già lì!
Ahimè, in realtà non erano altro che bolle di sapone, illusioni. Ciascuna di quelle frasi meravigliose così cariche di promesse era come un pacco regalo stretto fra le mani di un bambino impaziente. Un pacco in cui non c’erano altro che sassolini e un po’ di cianfrusaglie. Ma, oh, com’è allettante quel tintinnio. Lui pensa che siano caramelle! Io pensavo che fosse letteratura. Tutte quelle frasi – come molte, molte altre – si rivelavano infatti, piuttosto che il punto di partenza del grande romanzo ancora non scritto, barriere insormontabili. Capite? Erano troppo buone. Non avrei mai potuto esserne all’altezza. Alcuni scrittori non riescono mai a eguagliare il loro primo romanzo, io non riuscivo a eguagliare la prima frase. Guardate adesso, guardate come ho cominciato questo, il mio ultimo lavoro, la mia opera: «Avevo sempre immaginato che la storia della mia vita, se un giorno…» Buon Dio! «Se un giorno»! Ve ne rendete conto… Senza speranze. Cancelliamolo.