un racconto di Massimiliano Ferrari

Funeral Party

di Massimiliano Ferrari

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La giornata era buia, rischiarata soltanto da una luminosità grigiastra del colore di una lumaca. Tirava anche vento, quasi una scontata rivisitazione di una giornata da funerale. Nonostante tutto, oggi era in programma un funerale.La gente si dirigeva lentamente verso il cimitero posto su una collina al di sopra del paese.La strada fino al cimitero era in salita, un piccolo pezzo asfaltato che poi lasciava posto ad una scalinata di marmo, bianca. Una pacchianeria che contrastava con tutto il resto lì intorno. I muri stinti delle case, di un debole grigio cenere avevano perso l’austerità contadina di cinquant’anni fa e solo le pareti della chiesa posta al centro del paesino lanciavano piccoli bagliori, arancioni, quasi una terra di Siena senza nerbo.Gli amici erano chiusi dentro il bar a consumare qualche forte antidepressivo a base di sostanze alcoliche, c’era chi mandava giù qualche caffè amaro, chi se ne stava con le spalle spioventi sull’ingresso del locale a fumare sigarette.Si seppelliva, quel giorno di dicembre, un giovane ragazzo, una trentina d’anni all’incirca, morto per un esplosione nella fabbrica in cui lavorava da anni. Incidente sul lavoro, ma in tempi di lotte operaie e scontri fra destra e sinistra quella morte poteva essere usata per riaccendere lotte intestine e sedare vecchie vendette. Una clava in mano a qualche approfittatore senza scrupoli.

Le parole volavano nell’aria fredda, senza troppa convinzione anche da parte di chi l’aveva conosciuto bene.Leggeri e scontati i sospiri di qualche anziana donna, che vedeva nel santino distribuito a tutti il marito scomparso anni fa.La cerimonia stava per iniziare. I cappotti messi troppo presto negli armadi erano indossati con poca voglia, qualche tacco fuori luogo faceva uno schiocco acuto sulle scale marmoree di un bianco sporco, la lenta transumanza dei pochi fedeli e dei molti costretti si schiariva la gola e si faceva un impacciato segno della croce prima di varcare il cancello del cimitero.Lapidi costruite con la stessa pietra delle case, forse un monito o una profezia neanche troppo velata. Ai due lati del perimetro interno del cimitero rettangolare si ergevano piccole cappelle con putti lividi sugli ingressi, volute da famiglie che ostentavano così una superiorità economica sempre vacillante.Era questo un piccolo borgo, incastrato fra valli pedemontane, uno di quei vecchi paesi abitati ormai da vecchi e da qualche coppia attaccata ai luoghi dell’infanzia, ostinati superstiti di una cultura ormai spazzata via dalla civiltà urbana. Signore ottantenni, quasi delle Parche di montagna, piangevano sommessamente dentro tovaglioli di lino che puzzavano di canfora. Più impettiti erano gli uomini del paese, avevano indossato il vestito buono, quello di Natale e Pasqua, o più realisticamente quello che mettevano quando dovevano andare da qualche dottore di città. Se ne stavano nelle file in fondo, timorosi di mostrare un dolore umiliante o forse indifferenti alla fine di un ragazzo.Pochi forse conoscevano il morto, erano tanti anni che non veniva più con regolarità al paese, magari si faceva vedere per le feste comandate, a qualche rimpatriata con amici, ma la sua vita si era spostata definitivamente in città. Era partito anni fa come tanti come lui, in cerca di sicurezza, attratto forse da quel progresso industriale che prometteva il benessere ma in cambio di cosa pochi lo sospettavano. Era andato in città, a lavorare con tanti altri che venivano da lontano, Sicilia, Calabria o Puglia.Un nuovo mondo al quale però si era abituato in fretta. Aveva conosciuto una ragazza, figlia di operai, lei operaia. Nella fabbrica in cui aveva trovato lavoro le donne lavoravano separate dagli uomini. Due comparti stagni con una pausa pranzo in mezzo. Lì l’aveva notata nelle infinite file per ritirare il proprio vassoio. L’aveva vista già dalla prima settimana in cui era arrivata. Occhi scuri, capelli neri raccolti dietro la testa con una molletta rosa. Un piccolo neo vicino al labbro. Unico lusso da diva di una lavoratrice del reparto produzione. Il corteggiamento classico, i risolini delle amiche quando passava, le battute sempre invidiose e maligne dei colleghi. La fabbrica ampliava le invidie come una cassa di risonanza.Così la vita era trascorsa anche per lui come per molti altri, tra ingiustizie, affetti e dolorose verità.I genitori del ragazzo erano lì, stipati fra i parenti, chini su quel buco di terra che avrebbe ospitato il figlio. Erano scuri come i muri delle case, la madre con i capelli neri venati di linee grigie, il padre aveva dei baffi rigogliosi, cadenti sulla bocca larga, una camicia aperta sulla gola rossa, gli occhi socchiusi forse per il vento.Anche gli amici erano venuti, spettri con occhiali scuri per simulare tristezza o per coprire un pianto liberatorio.La moglie era abbracciata alla madre, in una rappresentazione contadina di un pittore lombardo.

Le parole del parroco, con il naso violaceo per le raffiche gelide, si perdevano nel vento al di là dei muri, nelle piante che cingevano tutto, giù per la scalinata di fredda pietra, fino alle colline che ospitavano altre case, altri bar senza vita, altri cimiteri.Il dolore per la perdita di un nostro fratello è sempre dolorosa, ma in questa giornata di lutto piangiamo con forza la scomparsa di un giovane uomo. Nella sua misericordia il Signore ci pone ostacoli di cui non vediamo la risoluzione, prove delle quali non capiamo la necessità. Ma la Fede in Cristo ci ricorda che opera nel bene, nostro e di chi ci lascia per sempre. Quindi fratelli e sorelle piangiamo ma non lacrime di rancore e rabbia,ma di compassione e fiducia. Amen. Una mattina, appena sveglio, aveva detto con una punta di amarezza alla moglie stesa accanto a lui che la fabbrica si prendeva tutto. Lì per lì lei non capì, gli occhi impastati dal sonno nervoso del mattino, e quasi con astio gli disse di dormire ancora un po’ che il turno del pomeriggio era pesante. Lui ci rimuginò su coperto dai lenzuoli di cotone. Non era un filosofo, aveva studiato il minimo indispensabile, ma una critica feroce contro quel complesso industriale gli era montata dentro. Venne l’operaio che faceva tutti i lavori di manutenzione per il Comune, la bara di legno scuro doveva essere calata dentro quella ferita aperta nella terra rigogliosa di acqua e humus.Quando l’ultima badilata fu gettata i più anziani erano già tornati nelle loro case, colpiti dall’artrite risvegliata dal gelo. La folla rimasta rimaneva immobile per il freddo o per il dolore, impreparati nel tributare un giusto saluto. Sembravano i notabili di una tribù sconosciuta che salutavano il loro campione, incuranti delle schegge di freddo che penetravano sotto le vesti.

Il sindaco prese la parola fra lo scoramento dei rimasti e l’indifferenza degli antagonisti. Le elezioni erano ormai archiviate nella memoria, ma alleanze e tradimenti bandivano ancora le tavole del paese come un piatto tenuto in frigo e rispolverato per gli ospiti. Un discorso breve, vuoto, di un grigiore istituzionale. Il sindaco era uomo alto, dalla figura allungata e affilata, sembrava un fiammifero. Era di estrazione contadina, aveva studiato più dei fratelli essendo il maggiore e con cinismo si era fatto largo nella vita paludosa diventando ingegnere. Il primato negli studi gli aveva aperto le porte della politica sonnacchiosa di quel paese, e diventare sindaco gli era sembrato un buon paracadute per la vecchiaia. La politica non era entrata nella sua vita. Gli sforzi per una vita dignitosa avevano sottratto gran parte del tempo. Da lontano senza badarci gli giungevano voci indistinte, proclami e urla disarticolate, eventi topici della storia recente erano stati visti con un cannocchiale offuscato. La politica della rivolta, i comizi, i governi avevano un eco di stranezze, come se  riguardassero altri, non lui. Gli operai parlavano nelle pause caffè, discutevano in riunioni interminabili, il sindacato era un arma spuntata con la quale forzare grimaldelli a tenuta stagna.Lui reclamava altro, con ostinazione ma senza alcun trascinamento. Ma anche il sindaco terminò presto, con la mente che già correva ai regali da comprare per le figlie gemelle. Le feste natalizie erano alle porte e non si poteva deludere quei due angeli biondi.Restava solo mestizia e morte, un calibrato connubio che si dileguò con le prime luci del tramonto invernale.Le feste in arrivo non erano avvertite come una speranza di felicità ma come una promessa di cinismo. Soldi, regali, parenti, grasse mangiate, dormite soporifere dovute da caffè troppo corretti e torte ripiene di burro.  Le menti hanno un particolare capacità di assopirsi di fronte alle difficoltà che incontrano, cervelli lasciati troppo a lungo in ibernazione, sostanze lisergiche che agiscono sulla morale comune. Anche gli ultimi si allontanavano dal feretro ormai coperto da metri di terra. La nuova congrega si era formata al tempio laico del paese. Il bar fumoso, puzzolente di bevute indigeste e assordato dalle urla degli avventori, che si lasciavano andare in una profanazione catartica della salma. Era così che si assorbiva il dolore di una perdita o la scomparsa prematura di qualcuno che si conosceva. La rielaborazione di un lutto è un processo chimico?

All’esterno aveva iniziato a cadere una debole pioggia, che formava piccole pozzanghere ai lati delle strade. Era sabato pomeriggio inoltrato e come vuole il giusto manuale ci si preparava per la serata. Si bevevano aperitivi gassosi, si discuteva di pallone e della domenica calcistica in arrivo, si facevano programmi per il Capodanno. La tristezza doveva essere sgomberata in fretta e furia, non si poteva piangere all’infinito, i cuori induriti non lo permettevano. La rata della macchina era alle porte, i regali inutili pretendevano attenzioni, nuovi oggetti, merci presto dimenticate, plastica e rifiuti si accumulavano sugli scaffali. Nuovi pensieri, incombenze quotidiane avrebbero presto relegato l’amico, il conoscente, il figlio in un angolo buio e sporco della mente di ognuno. Qualche amico di vecchia data dal cuore tenero e con il sabato non troppo impegnato dallo shopping avrebbe trovato il tempo per posare un mazzo di fiori su quella tomba bianca. I genitori avrebbero trascorso gli ultimi anni della loro vita nel rimpianto di cose non dette e di quella mancanza toccata proprio a loro. La vedova forse si sarebbe risposata, magari con quel capo reparto dall’aria rassicurante e tranquilla, un figlio sarebbe nato, nuove feste sarebbero state fatte, il peso degli anni avrebbe sepolto i ricordi, brutte bestie che si scavano una loro tana introvabile e calda nella mente di ognuno.