Cosimo Argentina, Maschio adulto solitario (Manni, 2008): intervista

Tutto il male che c’è: intervista a Cosimo Argentina

di Rossano Astremo

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Ecco un libro da leggere assolutamente. A quattro anni di distanza da “Cuore di cuoio”, lo scrittore tarantino Cosimo Argentina pubblica “Maschio adulto solitario”, libro edito da Manni all’interno della collana Punto G. Il protagonista Dànilo Colombia, scritto proprio così con l’accento sulla a, in omaggio all’entomologo Dànilo Mainardi, racconta la sua vita, attraverso cinque tappe fondamentali, a ciascuno della quale è dedicata un capitolo del libro: la vita militare, la vita in fabbrica, la vita d’apprendistato, la vita sbagliata, la vita fallita. È un romanzo “nero”, laddove l’abbinamento cromatico non si riferisce a logiche di genere, ma ad un’oscurità maledettamente esistenziale.

Raccontaci quando e come nasce l’idea di dare vita alla scrittura di una storia così estrema come quella di “Maschio adulto solitario”…
Da tempo ricerco la mia scrittura, quella mia mia. Ogni scrittore ce l’ha. Ma va cercata. Secondo me si nasconde, non si svela facilmente e allora ho aspettato sette libri, sei romanzi e un pamphlet, per abbozzare un’ipotesi che si avvicini a quello che è il fiato dell’anima narrativa di Argentina: un misto di rabbia, strada, autoincantesimo e visionarietà. Con “Cuore di cuoio” mi ero avvicinato e con “Maschio adulto solitario” ho cercato di fare un ulteriore passo avanti. Un giorno mi sono detto: basta compitini ben fatti. Basta cacatelle di mosca! Proviamo a scrivere sul serio, proviamo ad andare di dinamite! La storia ce l’avevo in mente da anni e da quando ho cominciato a scriverla sono passati altri quattro anni prima di poter mostrare il manoscritto a qualcuno. Era come un’epidemia di parole che poi ho dovuto disciplinare. L’idea? Un uomo per bene subisce la sorte e alla fine si trasforma in un’anima dannata: boom!
Dànilo Colombia mi ha fatto pensare a due grandi personaggi della narrativa di tutti i tempi. Mi riferisco a Bardamù di “Viaggio al termine della notte” di Cèline e al Raskolnikov di “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Due uomini dominati dal cieco furore del male dalla prima all’ultima pagina. Ci sono altri personaggi della narrativa a cui apparenti il tuo Colombia?
“L’uomo della folla” di Edgar Allan Poe mi rimase impresso quando a 18 anni lo
lessi: un uomo che era condannato a camminare tra la folla senza mai venire realmente in contatto con essa. Un altro parente illustre è il giovane Mohamed , personaggio di “Il pane nudo” di Mohamed Chioukri. Inoltre, a parte quelli – immensi – che hai giustamente nominato tu, vorrei
citare Lee Anderson di “Sputerò sulle vostre tombe” di Boris Vian. Il male subito spesso si metabolizza e si trasforma in male inferto, vittime e carnefici, per dirla con “Il corvo”.
Altra protagonista del tuo libro è certamente Taranto. La Taranto da te raccontata è quella che va cronologicamente dai tempi delle caserme militari alla fine degli anni Settanta, sino all’approdo nelle aule di giustizia negli anni Novanta. Una città sempre in bilico verso cui tu nutri un profondo amore, pur vivendo da oltre quindici anni lontano da essa. La Taranto di quegli anni in cosa è diversa dalla Taranto attuale, a tuo modo di vedere?
è sempre una città sugli scudi insanguinati. Mentre scrivo questa risposta un ragazzo al S.S. Annunziata lotta per vivere dopo che qualcuno gli ha sparato contro alcuni colpi di calibro 38. Negli anni ottanta, quelli che narro, c’era la morte fatta di pallottole oggi c’è un’esigenza ambientale che pochi cercano di comprendere e combattere ma che i più nascondono sotto il tappeto buono. Oggi a Taranto si danza sulle sillabe della diossina come una volta solo che ora qualcuno lo dice. Il mio amore per Taranto resta un amore egoistico. Io amo quello che è stato il mio nido, che per quanto malandato e sporco è pur sempre stato – e resta – il miglior posto del mondo. Questo è il potere della relatività dei sentimenti.

Hai pubblicato i tuoi precedenti romanzi con editori quali Marsilio, Sironi, Avagliano. Ora, per la pubblicazione del tuo romanzo, permettimi di dire, più riuscito, hai scelto Manni. Come sei arrivato a questa decisione?

La grande editoria non mi vuole. Oramai è tempo che me ne faccia una ragione. Ma quello che potrebbe sembrare un punto debole l’ho trasformato in un punto di forza. Innanzi tutto sono libero. Io scrivo e poi cerco un editore. Nessuno mi impone tempi, nessuno mi detta condizioni. E poi andando a briglia sciolta puoi avere la fortuna di incorrere in chi la vede come te, un diamante in questo brutto mondo quale è quello dell’editoria. “Maschio adulto solitario” ha subito decine di rifiuti,compreso quello di Sironi con cui ero in parola. Ma questo, ripeto, mi ha permesso di farlo con persone che hanno capito. Soprattutto Agnese Manni ha capito quello che cercavo di fare, quello che stavo tentando di realizzare e quindi l’equazione si è bilanciata. Una sua email dopo la lettura del manoscritto mi ha fatto pensare: “Se siamo in due a vederla così vuol dire primo che i consensi sono raddoppiati e secondo che allora forse qualcosa di accettabile c’è in questo folle romanzo…” Da quel momento “Maschio adulto solitario” è diventata una creatura che abbiamo condiviso e con noi hanno partecipato alle danze anche Giancarlo Greco e gli altri della casa editrice.

Questo pezzo è apparso in forma diversa oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia