Un po’ di inverno in questa canicola asfissiante

tratto da Stagioni

di Mario Rigoni Stern

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Inverno

Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita. All’asilo infantile le suore ci avevano insegnato una canzoncina che diceva di un bambino che dormiva in una culla e di una vecchia che cantava, il mento sulla mano: «… Nel bel giardino il bimbo s’addormenta. / La neve fiocca lenta, lenta, lenta». Scopersi molto tempo dopo che era un sonetto del Pascoli.
Alle scuole elementari il maestro Marcant ci faceva cantare: «… Sui lucenti e tersi campi del nevaio sconfinato I Sorridenti al nostro fato…», che nella Grande Guerra era stato l’inno degli alpini sciatori.
Anche nel Libro delle favole che mi aveva portato la Befana avevo trovato la neve della Piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen.
Quando andavo con gli sci in spalla sui campi di gare dei balilla era il tempo che leggevo di Zanna Bianca sulle nevi del Nordamerica e di Michele Strogoff sulle nevi della Siberia. Troppo presto finì per me il tempo delle gare di sci e dei libri d’avventura.
Cadeva la neve sulle montagne della guerra dove ci portava il destino. Delle Alpi occidentali e dei ghiacciai avevo letto qualcosa di Antonio Stoppani; quando ero sulle drammatiche montagne dell’Albania, in qualche momento potevo rileggere anche: «… piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento». Ma il vento c’era, e pure il fuoco dei mortai greci.
Ad Aosta, nel gennaio del 1942, in attesa della partenza per il fronte russo, i segnali di tromba per gli alpini sciatori del Cervino erano preceduti da quattro o cinque note di una canzonetta che allora cantavano i dopolavoristi in gita: «Si va sulla montagna…»
Dopo dieci anni Elio Vittorini mi scoperse Sergente nella neve e ancora tale sono rimasto per tanti. Da allora ho letto anche della tristissima neve della Kolyma, di quella rosso-nera di Stalingrado, di quella di Leningrado che non copriva i bulbi dei Giardini d’Inverno ma le migliaia di migliaia di cadaveri dei civili morti di fame durante l’assedio.
In questi giorni è nevicato molto e sul mio tetto, sopra quella di dicembre, c’è più di un metro di neve fresca. Sono isolato dal paese. Da un libro traggo un foglio dove Andrea Zanzotto mi ha trascritto a mano una sua poesia: «Gelo: / Stagione del candore – / per le più variate nevi / mille stelle sorelle / verso me prendono il cammino».
Ma dov’è questo freddo che giornali e televisioni ci vogliono far credere? Freddo polare, freddo siberiano, bufere di neve, strade ingolfate… Anche d’estate si scrive caldo africano, siccità che spacca la terra; per dire dopo qualche giorno violenti temporali e piogge insistenti, freddo autunnale. Se ora dovesse arrivare la notizia che in qualche parte d’Italia è fiorito un mandorlo ecco tutti a dire che è qui la primavera.
E che noi umani abbiamo la memoria corta, e chi ce la vuole ravvivare non ne ha. Pochi sono quelli che sull’agenda scrivono le temperature, le precipitazioni, i cambiamenti del clima. Solo affari, solo appuntamenti; una volta erano certamente di più gli uomini che usavano annotare anche le cose della natura, perché ora si vive con artefizi, ossia con espedienti diretti a ottenere effetti estranei all’ordine naturale.
Prova, lettore, a immaginare un fatto importante della tua vita localizzandolo nel luogo e nella stagione e prova a ricordare com’era il tempo. Freddo ? Caldo ? Era sereno il ciclo ? Raffrontalo con l’oggi e vedrai che gli eccessi, le esagerazioni sono più volte fuori tempo. Quando nella camera da letto il termometro segna 16° ora mi sembra fresco, ma se penso a quando ero bambino e l’orina si gelava nel vaso da notte, allora mi pare che oggi nella stanza sia fin troppo caldo. Quando esco da casa e il termometro in piazza, sul muro della farmacia, segna -18°, stimo molto freddo, e sento pizzicare il naso. Ma, se ripenso ai -39° del gennaio 1942, mi dico che è quasi primavera!
Insomma, basta con queste lagne. È perché viviamo sempre in case surriscaldate, perché facciamo poco movimento; perché le donne vanno vestite leggere per far vedere le forme e la pelliccia la indossano in mezza stagione per farsi notare, perché i giovani vestono i jeans e non mettono le mutande di lana e bevono bevande fredde invece di tè caldo.
Noi, noi siamo così; ma quando vedo un maghrebino spalare la neve senza cappotto, o uno slavo lavorare da muratore su un’impalcatura tra la neve che cade, o un nero che cerca un poco di caldo nella sala d’aspetto di una stazione ferroviaria, allora penso che per loro è davvero freddo.
Fa moltissimo freddo in quelle città della Siberia dove non arrivano i rifornimenti, anche per i marinai bloccati dai ghiacci dell’Artico, per i vagabondi della Russia, per i bambini della Moldavia, per i clochard di Parigi, per i barboni di Milano e di Torino. I terremotati del Sud hanno dimostrato grande dignità e forza nel sopportarlo.
Noi che viviamo in case calde, che siamo ben nutriti, che abbiamo morbidi indumenti di lana consideriamo che anche questi sono uomini.
Già, queste ultime righe hanno parafrasato Primo Levi. Dobbiamo ricordare. Ricordiamo che sessantatre anni or sono 221 875 soldati italiani erano nel grande freddo della Russia: 74 800 non tornarono a baita; 26690 ritornarono congelati o feriti.