Non vogliamo male a nessuno: una conversazione su msn

“Non vogliamo male a nessuno”: una conversazione su msn

di Maria Carrano e Rossano Astremo

Rossano: Al termine della lettura di “Non vogliamo male a nessuno”, paradossalmente, quello meno entusiasta della raccolta ero io che, come sai, sono un amante della narrativa americana contemporanea

Maria: Decisamente.

R: Tu hai una tua massima che mi ripeti ogniqualvolta ti consiglio un titolo:”odio i contemporanei”

M: Verissimo, anzi, odio i contemporanei e soprattutto odio gli americani.

R: Allora, come la mettiamo con questa momentanea inversione di rotta?

M: Credo che la forza di questa antologia sia il ricamo narrativo fatto intorno ai tabù sociali, mi spiego meglio:

i temi sono quelli che terrorizzano la società statunitense al momento: la guerra, la paura e l’insicurezza, il cancro,..Ogni racconto ripropone in un contesto di normalità la trasfigurazione dell’orrore.

È come deformare per esorcizzare.

Manca l’incesto ed il cannibalismo, per il resto c’è tutto.

R: Sì, tutto questo accentramento attorno ai temi terrorizzanti si è radicalizzato nel post 11 settembre, ovviamente.

M: La cosa che più ha sconvolto una società non abituata alla guerra ritorna nel loro immaginario collettivo in modo preponderante: l’attacco alle torri sono il XXI secolo.

Sono l’insicurezza e il rifugio l’anima di questa raccolta; l’impossibilità di fronteggiare ciò che è ormai non è possibile controllare. In questo senso il primo racconto, “Il soffitto” di Kevin Brockmeir, il più brutto a mio parere, è anche quello che riassume il senso dell’intera raccolta.

R: Brockmeir scrive davvero bene, ma la storia che racconta si perde per strada. Però, senti qui che riesce a scrivere sto tizio: “Era quasi mezzogiorno e il sole allo zenit aveva cominciato a velarsi. Come sempre le sagome dei nostri corpi si ritiravano ad ovest, svanivano per un attimo nella calicine meridiana e si protendevano a est, cadendo oltre i confini del mondo. A volte mi chiedevo se avrei mai più rivisto la mia ombra formare una pozza ai miei piedi”

M: Tu t’innamori della parola scritta.

R: È vero, mi innamoro della parola scritta. Credo che molti racconti mi abbiano lasciato indifferente poiché tecnicamente sono ineccepibili, e questa è la forza dei giovani narratori americani, conoscono le armi del mestiere, sanno come plasmare l’argilla, non la utilizzano a cazzo come molti giovani italiani, però, dal punto di vista delle storie trattate molti autori replicano cose che leggo da anni.

M: Sono scritti molto bene, non c’è dubbio. Sai, forse quello più decontestualizzato è “Una corda a tre capi” di Nathaniel Minton. Declinazione didascalica del senso di smarrimento e del raccordo generazionale interrotto…anche se un collegamento lo si potrebbe trovare con il cinico racconto di Boudinot.

R: “Una corda a tre capi” ha questa vena anacronistica del tutto assente nel resto della raccolta.

M: Ti dice niente “Non è un paese per vecchi”?

R: Penso di aver capito dove vuoi arrivare.

M: Sì, gli Stati Uniti sembrano iniziare a sentire il peso di non aver una tradizione culturale millenaria. Sono giovani, irrequieti, isterici e per questo creativi e allo stesso tempo fragili…

R: Sino a poco tempo fa questa era la loro forza, no?

M: Si, era la loro forza. Con questo mi sono lanciata in un’analisi sociologia decisamente fuori dalla mia portata, ma non resisto alla chiacchiere da bar.

R: Le chiacchiere da bar sono quelle che reggono al peso del tempo.

M: Che osservazione sagace!

R: Ma anche no.

M: Difatti. Trovo che i due racconti di cui parlavo si accomunino al bellissimo film dei Cohen vincitore agli Oscar di quest’anno, è come se fossero uniti da un filo ideale. “Non è un paese per vecchi” si chiude con il sogno del padre inseguito a cavallo. Una traccia verso il passato riconosciuta come solida soluzione al senso di smarrimento e sgretolamento. In altri termini è come dire ‘dai ragazzi, ci siamo sbagliati, il superomismo futurista e futuribile delle grandi imprese economiche sta fallendo, l’unica è recuperare l’esperienza generazionale’.

Guarda caso ciò di cui parla Boudinot in “Civiltà”, che esaspera il concetto divertendosi a immaginare un mondo in cui lo Stato invita ad uccidere i propri genitori come sublime gesto patriottico…(e a pensarci bene non c’è da sottovalutare l’incontestabile vantaggio per le casse dell’INPS).

Idem vale per Minton (“Una corda a tre capi”), dove il protagonista, il cartografo, preferisce usare le conoscenze trasmesse dall’eredità paterna e materna per dis-orientarsi in uno scellerato deserto.

L’unico incontro possibile è con il folle fotografo sepolto vivo per non morire (nel più grande paradosso dell’intera raccolta di McSweeney’s).

R: Anche “Appunti da un bunker lungo la Higway 8” di Gabe Hudson, a mio parere il racconto migliore della raccolta, si struttura tutto attorno alla radicale contrapposizione tra padre e figlio. Perché secondo te c’è questa esigenza di confrontarsi continuamente con i “padri”?

M: Perchè l’attivismo non supportato da un orizzonte valoriale forte si sgretola. È la cultura secolare che regge le società. Il rimando al passato come fonte di senso. Quando questo rimando non c’è la società vacilla.

R: Ci si guarda alle spalle per continuare a galleggiare?

M: Ci si guarda per sopravvivere nei momenti bui come questo. Si sta delineando un nuovo ordine mondiale. Gli Stati Uniti sono pronti a cedere lo scettro? La vecchia Europa l’ha fatto ed è qui solo per via del forte rimando culturale che ha alle spalle.

R: Quello che prima era un punto di forza ora si sta trasformando in un boomerang dalle proporzioni inaudite e la letteratura che è pur sempre sguardo sul reale coglie questo punto di saturazione…

M: Diciamo grazie a Eggers che ha saputo individuare la rappresentazione del punto.

L’unica cosa che trovo davvero di cattivo gusto della raccolta è l’introduzione. Gran caduta di stile del nostro Dave. Cito la frase incriminata: siamo felici che voi italiani non viviate più sotto Berlusconi.

R: C’è gente che ha scritto recensioni leggendo solo l’introduzione. Mi sembra che sia una boutade, in fondo.

M: Poi mi viene da dire, sì, ma allora Bush?

R: Penso che Eggers spari su Bush le stesse cartucce dialettiche utilizzate contro Berlusconi

M: Nulle insomma.

R: Qualunquiste?

M: Nessuna cartuccia nessun risultato.

R: “Nessuna cartuccia nessun risultato”, mi sembra un’ottima frase di commiato.

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