Intervista ad Omar Di Monopoli

Una visione western della Puglia

di Rossano Astremo

:::

Torna nelle librerie lo scrittore manduriano Omar Di Monopoli. Ad un anno di distanza da “Uomini e cani”, noir ambientato a Languore, cittadina fittizia del Salento, in cui la trasformazione di una salina in un parco naturale comporta la distruzione di case costruite abusivamente, con i mille rivoli d’intreccio che ne seguono, in “Ferro e fuoco”, romanzo ambientato nel Gargano, Di Monopoli racconta una storia in cui boss mafiosi, poliziotti ed extracomunitari dipingono un mondo in continua precarietà. Al centro di tutto un mistero: l’uccisione di Mariehla, la rumena scelta come amante dal boss Pellicano. Lo abbiamo intervistato per il “Nuovo Quotidiano di Puglia”.

Dopo il Salento di “Uomini e cani”, il Gargano di “Ferro e fuoco”. E l’idea è quella di dare vita alla scrittura di un ulteriore “western contemporaneo” ambientato in un’altra zona della Puglia, nel brindisino. Spiegaci questa scelta…
Semplicemente credo che questa mia visione western della Puglia calzi a pennello con ciò che sento di poter ancora dire: da qui la volontà di dispiegare questo mio ‘universo’ letterario con un respiro più ampio, che tenga conto di porzioni della mia regione che magari sono meno conosciute e meno pubblicizzate dai media e dagli uffici turistici…
Ancora una volta una delle forze del tuo libro è la netta contrapposizione tra un certo barocchismo delle descrizioni è la trivialità dei dialoghi di molti personaggi. Però, se in “Uomini e cani” il dialetto usato era il tuo, in “Ferro e fuoco” è un dialetto che non ti appartiene. Perché questa per l’uso del dialetto e come hai risolto la questione della resa dello stesso?
La necessità della mia narrativa – di impianto rigorosamente barocco, come dici tu – è quella di elargire al lettore un giusto contraltare di verosimiglianza tra dialoghi terra-terra e descrizioni epicamente liriche (è la lezione dell’inarrivabile Faulkner, non dimentichiamocelo!). Ecco perché il parlato assume i contorni del vernacolo più stretto: questa volta mi sono servito di consulenti, amicizie universitarie che ho riesumato spudoratamente e senza il cui supporto non avrei saputo come districarmi. Una cosa però è importante precisare: esattamente come il “talentino” di “Uomini e cani” era tutt’altro che puro, questo garganico è una commistione di sfumature diversissime di quel dialetto (si va dai suoni larghi di Vico del Gargano all’economia vocalica del Foggiano): di fatto, è una lingua inesistente come inesistente è il paese di Colle Capurzio del libro.
Mi sembra che ci sia nel romanzo anche una profonda ricaduta sull’attualità. Il tema degli extracomunitari condannati a lavorare per uno stipendio da fame in campi di pomodori, sotto il sole cocente, rimanda ad un certo atteggiamento tutto italiano, negli ultimi mesi radicalizzotisi, che è quello del razzismo…
Se ci pensi è l’esatto proseguimento del discorso iniziato col precedente romanzo – qualcosa che ha poi ha che fare con gli stilemi del ‘genere’ e l’utilizzo che se ne fa per rimarcare pezzi di realtà invece problematica: anche qui ho usato un ritmo serrato, infarcito di pistolettate e inseguimenti per parlare di lacerazioni sociali vere e dolorosissime (o forse il contrario, chissà!)
Il ruolo delle donne. I tuoi romanzi sono tutti votati al maschile, ed in ogni storia, però, c’è una donna che scombussola gli equilibri della comunità. È una scelta voluta? E se sì, perchè?
Francamente credo sia da addurre quasi esclusivamente alla derivazione leoniana dei miei scritti, anche per Sergio Leone la donna non era figura facilmente decodificabile e il suo universo era un mondo esclusivamente macho (salvo poi però disegnare in C’era una volta il west il bellissimo personaggio della prostituta Jill, interpretata da una splendida Cardinale!).

Articolo apparso domenica 6 luglio sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

Annunci