Ricardo Piglia – L’ultimo lettore (Feltrinelli, 2007): incipit

COS’È UN LETTORE?

Fogli stracciati

:::

C’è una foto in cui si vede Borges mentre cerca di decifrare le lettere di un libro che tiene incollato alla faccia. E in una delle gallerie alte della Biblioteca Nazionale di via Méxi-co, accovacciato, lo sguardo sulla pagina aperta.
Uno dei lettori più convincenti che conosciamo, del quale possiamo immaginare che abbia perduto la vista leggendo, cerca, malgrado tutto, di continuare. Questa potrebbe essere la prima immagine dell’ultimo lettore, colui che ha trascorso la vita leggendo, colui che ha bruciato i propri occhi alla luce della lampada. “Adesso sono un lettore di pagine che i miei occhi non vedono più.”
Ci sono altri casi, e Borges li ha ricordati come se fossero suoi antenati (Màrmol, Groussac, Milton). Un lettore è anche colui che legge male, distorce, percepisce in modo confuso. Nella clinica dell’arte della lettura, non sempre colui che possiede la miglior vista legge meglio.
“L’Aleph”, l’oggetto magico del miope, il punto di luce in cui tutto l’universo si disordina e si ordina a seconda della posizione del corpo, è un esempio di questa dinamica del vedere e del decifrare. I segni sulla pagina, quasi invisibili, si aprono a universi molteplici. In Borges la lettura è un’arte della distanza e della scala.

Kafka vedeva la letteratura nello stesso modo. In una lettera a Felice Bauer definisce così la lettura del suo primo libro: “In esso c’è davvero un incurabile disordine, ed è necessario avvicinarsi molto per distinguere qualcosa” (il corsivo è mio).
Prima questione: la lettura è un’arte della microscopia, della prospettiva e dello spazio (non soltanto i pittori si occupano di queste cose). Seconda questione: la lettura è una faccenda di ottica, di luce, una dimensione della fisica.
Anche Joyce sapeva scorgere mondi molteplici nella mappa minima del linguaggio. In una foto lo si vede vestito come un dandy, un occhio coperto da una pezza, mentre legge con una potente lente d’ingrandimento.
Finnegans Wake è un laboratorio che sottomette la lettura alla prova più estrema. Man mano che ci si avvicina, quelle righe sfocate si trasformano in lettere e le lettere si sovrappongono e si mescolano, le parole si tramutano, cambiano, il testo è un fiume, un torrente molteplice in costante espansione. Leggiamo resti, brandelli sparsi, frammenti, l’unità del senso è illusoria.
La prima rappresentazione spaziale di questo tipo di lettura è già presente in Cervantes, sotto la forma delle carte che raccoglieva per strada. È la situazione iniziale del romanzo, o meglio il suo presupposto. “Leggeva persino i fogli stracciati che ci sono in strada”, si dice nel Chisciotte (I, 9).
Potremmo vedervi la condizione materiale del lettore moderno: vive in un mondo di segni; è circondato da parole stampate (che, nel caso di Cervantes, la stampa ha cominciato a diffondere poco tempo prima); nel tumulto della città si sofferma a raccogliere carte gettate per strada, vuole leggerle.
Solo che adesso – dice Joyce in Finnegans Wake – cioè all’estremo opposto dell’arco immaginario che si apre con Don Chisciotte — questi fogli stracciati sono abbandonati in un immondezzaio, becchettati da una gallina che raspa. Le parole si mescolano, si infangano, sono lettere fuori posto ma ancora leggibili. Sappiamo già che il Finnegans è una lettera smarrita in una discarica, “un tumulto di cancellature e macchie, di grida e torciture e di frammenti giustapposti”. Shaum, il personaggio che legge e decifra nel testo di Joyce, è condannato a “raspare per sempre, fino a quando non gli si fonde il cervello e non perde la ragione, il testo è destinato a quel lettore ideale che soffre di un’insonnia ideale” (by that ideai reader suffering from an ideai insomnia).