Francesco Marocco, Le avventure di Primperan, il trentaneo: un estratto

ACQUA E RUGGINE

(tratto da Le avventure di Primperan, il trentaneo)

di Francesco Marocco

Bomber s’era guadagnato il soprannome sui campetti nel corso degli anni. A ben guardare, di gol non è che ne avesse mai fatti tanti. Delle sue partecipazioni ai tornei restavano impressi molto di più gli errori sotto misura. Ma nella vita ci vuole carisma e Bomber stava all’area di rigore come Gianni Agnelli all’aula di un tribunale. Per lui il gol era quello che per l’Avvocato una causa vinta: l’ultimo dei pensieri. Lui passeggiava sulla linea del fuorigioco con la testa alta del pioniere che conquista i territori. Baricentro basso. Spalle da centravanti. Gomiti alti e gambe sbozzate nella pietra, Bomber era buon appiglio anche fuori dal campo, per chi avesse consigli da richiedere. Primperan gli presentò il suo problema tra il primo e il secondo tempo, già sotto di due gol.

“Bomber, lo sai cos’è che mi manca?”

“Il colpo di testa e l’anticipo” rispose lui tergendosi il sudore.

“No. Parlo al di qua della linea” disse Primperan indicando a terra “Fuori dal campo”

Bomber riemerse dall’asciugamano.

“Mi manca qualcuno che mi affascini straordinariamente. Non m’importa se un maestro, un modello, un nemico o un’amante. Mi manca qualcuno che mi faccia vibrare questo cuore di latta. Lo sai? Quando mi giro nel letto, sento il rumore di un fagiolo rotolare in un barattolo vuoto.”

Bomber prese un respiro. Mica era il solo. Eppure non bisognava fermarsi. Bisognava sempre cogliere l’attimo. O perlomeno provarci. Lui lo aveva appena fatto: nel primo tempo lo stopper avversario non gli aveva fatto toccare palla, finché nel baleno di un attimo, un lancio filtrante della mezzala lo aveva liberato davanti al portiere. Lui aveva finto il tiro, accarezzando il pallone con un piede per portarselo sull’altro. Messo a sedere l’estremo difensore, aveva mandato la sfera a baciare la traversa. Incocciato il legno, il pallone si era alzato piano, fermandosi in aria e ricadendo poi sul fondo. Non aveva marcato. Ma era stata una bella giocata.

“Penso che tu sia troppo preso dalla ricerca di qualcosa. Dovresti smetterla di pensare e agire.”

Il fischio dell’arbitro li richiamò a bordo campo. Si alzarono dalla panchina.

“Svuota la mente. Liberati delle forme. Sii come l’acqua. Metti l’acqua in una bottiglia e sarà la bottiglia. Mettila in una teiera e sarà la teiera. L’acqua può scorrere. L’acqua può colpire. Sii acqua, amico.”

Primperan rimase in silenzio. L’arbitro fischiò ancora.

“Parola di Bruce Lee, fatti acqua, Primperan! Adesso andiamo che questa partita la vinciamo tre a due”.

Il giorno dopo, Primperan e Bomber commentavano il secco cinque a zero subito, di fronte a due espressi del bar del Campus. Quando si misero d’accordo nel dare la colpa all’arbitro, tornarono ai rispettivi dipartimenti da dottorandi. Come tutti quelli della sua età Primperan aveva due lavori. A volerli chiamare così. Uno serviva a riempire il frigo. L’altro a riempire l’anima. Non sapeva quale considerare più precario: l’arte del cacciatore di borse di studio o l’officio del poeta.

Se l’interesse verso l’architettura delle città islamiche era comune all’intera facoltà, tra le poche persone con cui gli era dato di compartire l’amore per la letteratura, c’era Beppe, il bibliotecario. Sempre vergognandosene un po’, Primperan gli portava i suoi manoscritti. Beppe accendeva una sigaretta e leggeva in silenzio. Con una matita, dopo, gli indicava dove intervenire per migliorare.

Quella mattina Primperan intravide la porta aperta e si infilò nell’ufficio di Beppe.

“Stavolta ci siamo, me lo sento!” gli disse passandogli i propri scritti. Il segretario prese i fogli. Si accese una cicca, fece cenno a Primperan di accomodarsi e prese a leggere. Dopo cinque minuti, Beppe poggiò i fogli e scosse la testa. Mise giù gli occhiali e diede un altro giro alla manopola della stufa. Primperan intese il suo disappunto. “Non va, vero?”

“Non è che non vada…” si fermò a mettere in ordine la scrivania “Il problema è che tu…” guardò davanti a sé il calendario di gennaio, come se potesse trovarci scritta la parola che cercava. “Il problema è che hai

fretta. Devi capire che scrivere è come tendere una corda nel vuoto. Lo scrittore è un equilibrista.” Con l’indice e il medio simulò nell’aria davanti a sé i passi tremuli di un funambolo. “Ci vuole nulla e cade nel vuoto.” Le dita discesero fino a toccare il tavolo. Si accese un’altra sigaretta. “Per non cascare, il cavo deve essere teso, saldo.” Il fumo si sollevò verso il controsoffitto modulare. “Tendi il cavo. Scrivi. Poi lascialo lì.” Beppe prese le parole di Primperan e le chiuse in un tiretto vuoto. Primperan distese le mani vicino alla resistenza della stufa. “Lascia il cavo teso e sparisci.” Prese un sospiro e alzò la voce “Sparisci!” disse, al punto che Primperan si rimise in piedi. Beppe continuò: “Che cada la pioggia! Che il cavo arrugginisca!” Rimise gli occhiali e guardò dritto il ragazzo “La ruggine tempra.” Le dita ripresero a camminare nel vuoto: “Quando il cavo è arrugginito, quando è duro e teso, solo allora, salici sopra e cammina” Le dita ora si muovevano sicure, orizzontali. “Solo se saprai arrugginirti, arriverai dall’altra parte”. Con una mano fece cenno al ragazzo di andar via “Fatti ruggine, Primperan. Fatti ruggine.” Primperan socchiuse la porta. Beppe lo richiamò, si mise in piedi e gli porse un libro: “Nel frattempo leggiti questo e ricorda: aggettivi ed avverbi sono come il rossetto. Un inganno inutile, perché il bacio è delle labbra come la scrittura è delle storie. Sono loro a lasciare il segno.”

Primperan chiamò l’ascensore, sottobraccio i racconti di Raymond Carver. Quando le porte si aprirono, guardò in basso e, giusto al centro della cabina, vide un gatto dal pelo rosso, seduto su due zampe. Entrò e chiese all’animale se scendeva o saliva. Quello non si mosse. Le porte si chiusero. Primperan pensò che in fin dei conti, scomparsi i modelli e i maestri a cui domandare, non ci fosse nulla da perdere nel chiedere consiglio ad un felino in ascensore: “Pensi sia più facile farsi acqua o farsi ruggine?” gli chiese. Il gatto guardava fisso davanti a sé, quasi intuisse nel vuoto risposte invisibili. L’ascensore toccò terra. Il gatto si alzò e si strofinò sulle scarpe di Primperan. Il trentaneo uscì. Seguì l’animale fino alla porta d’ingresso della facoltà. Davanti al vetro, il gatto miagolò. Fuori c’era un bel sole. C’era solo da spingere la porta e tornare alla vita. Forse era quella la risposta: la vita. Sempre la vita.

(Primperan è il primo Trentaneo, il trentenne estraneo, un trentenne che non riconoscendosi nella realtà che lo circonda, piuttosto che cercare il dialogo, si chiude. Illudendosi di limitare il danno al disincanto. Al chiamarsi fuori. Come tradisce il suo nome, il non lasciarsi coinvolgere lo aiuta a non vomitare. Inetto ed alieno, perfetto come antieroe, Primperan non rinuncia a sognare. Dallo scorso gennaio, le ventisei Avventure di Primperan sono apparse ogni domenica sul Corriere del Mezzogiorno, tracciando un profilo dei trentenni contemporanei, delle loro paure, ossessioni, nevrosi. Cosa sognano i trentenni, o più spesso perché non sognano. I racconti affrontano il problema del precariato, inteso come difficoltà di guardare al futuro. Un precariato fatto di forme di lavoro mortificanti, dove è impossibile pensare all’acquisto di una casa, o immaginare una pensione. Ma precarietà è anche la precarietà dei rapporti umani che la disillusione genera. E’ per questo che i racconti di Primperan sono pervasi da un grande senso di nostalgia, come per qualcosa andato perso, senza sapere quando, né forse neanche bene cosa).