Rocco Carbone: in ricordo

Monti Tiburtini

Tiburtina asfissiata dal traffico
tra i fantasmi di Roma tradita

di Rocco Carbone

(Rocco Carbone è morto la notte scorsa a Roma in un incidente stradale. Carbone era nato a Reggio Calabria nel 1962, aveva studiato a Roma e Parigi e aveva esordito nel 1993 con Agosto (Theoria). Erano seguiti Il comando (Feltrinelli, 1996), L’Assedio (Feltrinelli (1998), L’Apparizione (Mondadori 2002) e poi Libera i miei nemici (Mondadori 2005). Pubblicava anche sulle riviste Nuovi Argomenti, Linea d’ombra, L’indice, Paragone. Ripubblico qui un articolo apparso lo scorso anno su la Repubblica).

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Come tante altre arterie della città che dal centro si diramano verso i confini della capitale anche la via Tiburtina soffre di un traffico costante e congestionato. Lasciatisi alle spalle il Verano e Portonaccio ci si trova presto in una sorta di budello, pressappoco all´altezza di via dei Monti Tiburtini, che è la continuazione di via Filippo Fiorentini e assume questo nome subito dopo un cavalcavia. Ciò è dovuto al fatto che la strada è troppo stretta, inadeguata al confuso sviluppo urbanistico degli ultimi decenni e alla conseguente, elevata densità abitativa, e inoltre all´esistenza, più avanti, verso via del Casale di San Basilio e il raccordo anulare, di insediamenti industriali e produttivi, con le conseguenze che ciò comporta sul piano dei mezzi regolarmente in transito. La linea della metropolitana alleggerisce questo traffico solo in parte: causa di ciò, probabilmente, l´inveterata abitudine dei romani a prendere la macchina sempre e comunque, e il fatto che le stazioni della metropolitana sono a volte relativamente lontane da certi nuclei abitativi della zona.

Sono sempre rimasto impressionato, trovandomi spesso a percorrere questa strada che in età repubblicana e imperiale portava i ricchi romani alle loro ville nei dintorni di Tivoli, dal numero di incidenti ai quali mi è capitato di assistere, e ancora di più, spostandomi prevalentemente in motorino, da quelli che accadono a chi è alla guida di un veicolo a due ruote. Se si va a dare un´occhiata alle statistiche ufficiali, del resto, ci si accorge che il numero più elevato di feriti e morti per sinistri riguarda una fascia d´età giovanile (diciamo tra i ventuno e i trentaquattro anni), quella che più si serve dell´uso di tali mezzi. Pur non appartenendo più da tempo a questa porzione della popolazione su strada, è successo anche a me di avere un incidente sul mio motorino, proprio su via Tiburtina, all´altezza di via dei Monti Tiburtini. E´ pomeriggio e ho il sole in fronte, mi fermo al semaforo aspettando il verde, dopo qualche secondo mi sento letteralmente sollevato dal sedile. Faccio un volo all´indietro di qualche metro, sfondo in parte con il casco il parabrezza dell´automobile che mi aveva appena tamponato e cado a terra, intontito ma del tutto incolume.

E´ stato allora che mi sono accorto di quanto una circostanza del genere sia comune e quotidiana da queste parti: pochi secondi dopo due robusti e gentili giovanotti mi prendono in braccio e mi fanno sdraiare sul marciapiedi, e bastano pochi minuti ancora perché arrivi un´ambulanza e mi carichi dentro, dopo aver ricevuto vari messaggi di solidarietà e di incoraggiamento di passanti e curiosi, e qualche pacca sulle spalle. L´uomo che mi ha investito è rimasto in macchina: è un uomo anziano, che, abbagliato dal sole, non mi aveva proprio visto, ed è ancora troppo turbato per riuscire a muoversi. L´ambulanza imbocca subito via dei Monti Tiburtini, e in un attimo mi trovo all´ingresso del Pronto Soccorso dell´Ospedale Sandro Pertini. E´ il più grande della zona, e copre un bacino di utenza elevato. Essendo arrivato in barella sono un “codice rosso”, vengo visitato subito, mi si fa una radiografia, mi si dice di restare sdraiato su un lettino ancora per un po´, prima di andare via. Nel frattempo parlo con il dottore che mi ha in consegna e che sta compilando il referto medico. Gli chiedo di quante persone portate in ambulanza e vittime di incidenti stradali gli accade di vedere, scuote la testa, mi dice che è come un bollettino di guerra, che devo considerarmi fortunato, e che a suo figlio il motorino non l´ha mai comprato.
Esco finalmente dall´ospedale, sulle mie gambe. Mi muovo per raggiungere a piedi il luogo dove sono stato investito: dovrebbe esserci ancora il mio scooter, non so che fine abbia fatto. Mi guardo intorno. Via dei Monti Tiburtini appare come una tangenziale cittadina, dove le macchine scorrono veloci e regolari. Ai suoi lati palazzi di costruzioni più o meno recenti si alternano a spazi di verde in abbandono, tutti sigillati da vecchie recinzioni, fatte da lastre di lamiera o altro, che impediscono di vedere che c´è dentro (l´ho fatto qualche tempo dopo, andando sulle mappe aeree di Google Earth e scoprendo ampi appezzamenti di terreno con costruzioni rurali abbandonate), segno di uno sviluppo urbanistico spesso casuale, che ha occupato negli ultimi decenni in modo dissennato quella che era una porzione di aperta campagna. Arrivo di nuovo al mio semaforo. Il motorino è messo da una parte, semidistrutto, accanto ci sono due vigili. Stanno stilando il verbale, l´uomo anziano è ancora seduto dentro la sua macchina, che ha il parabrezza decisamente ammaccato dal mio casco e dalla mia testa. Scambio due parole con loro, a un certo punto un ragazzo in motorino ci passa davanti, veloce.

Il semaforo è giallo, fa per superarlo lo stesso, come si usa, poi vede i vigili, prova a frenare, cade e fa una bella scivolata di una decina di metri, lasciando alcune porzioni di epidermide sull´asfalto. Un vigile guarda distrattamente da quella parte, poi si rivolge a me. “Eccone ´n artro”, commenta. Spostandosi di poco verso fuori città si passa davanti alla stazione di Santa Maria del Soccorso e al quartiere omonimo. La toponomastica, in questo caso, è davvero recente, e deriva dalla chiesa la cui facciata marrone si può intravedere transitando sulla Tiburtina. Ma non si tratta di una chiesa nuova. E´ stata costruita nel 1938, ed è una delle poche costruzioni ancora esistenti di una delle cosiddette “borgate ufficiali” costruite negli anni Trenta, il Tiburtino III. A edificarlo fu l´Istituto Fascista Autonomo delle Case Popolari per accogliere gli abitanti di Ferratella, Botteghe Oscure, Borgo Pio, privati delle loro originarie abitazioni a causa degli sventramenti edilizi dettati dai progetti urbanistici mussoliniani.

Ho visto una fotografia area del quartiere (il cui piano è opera dell´architetto Giuseppe Nicolosi, lo stesso che edificò due noti lotti della Garbatella) risalente al 1940. Era rappresentato da un quadrilatero ai cui margini edifici non alti costituivano una sorta di muro perimetrale, distaccandolo dal contesto circostante, tutto campagna, con qualche raro casolare. Al suo interno altre basse costruzioni, e tra di esse spazi verdi disposti con simmetria. Se si fa una passeggiata oggi in queste strade che, dell´antica posizione rurale e suburbana recano ancora tracce nei loro nomi (la principale si chiama via del Badile, poi c´è una via del Frantoio, e così via), non vi è quasi più segno dell´originario tessuto urbanistico. La storia è nota. Tra il 1981 e il 1990 gran parte delle vecchie costruzioni sono state abbattute. Al loro posto alti edifici di cemento armato e pannelli di gesso prefabbricati. Ci sono nuovi nomi di strade. Di musicisti: via Mozart, via Debussy. C´è anche un sommesso largo Johann Sebastian Bach, che non so se sarebbe piaciuto al maestro di Eisenach.

L´insieme risulta anonimo, la proporzione tra costruito e spazio verde in comune irrimediabilmente alterato. Non sono un architetto né un urbanista, ma non ci vuole molto per comprendere come si sia sostituito a qualcosa coerente nel suo insieme qualcos´altro di certo più anonimo, e francamente brutto. Ma in via del Badile una vera traccia del Tiburtino III e di quegli anni assai difficili la trovo. E´ una lapide, infissa nella facciata di una costruzione dell´epoca. Fu scritta da Mario Socrate, e recita così: «Qui i fascisti hanno ammazzato / Caterina Martinelli / una madre che non poteva / sentir piangere dalla fame / tutti insieme / i suoi figli». Ricorda una donna, madre di sette figli, che il 3 maggio del 1944, dopo aver guidato l´assalto a un forno della borgata fu uccisa con una raffica di mitra da un milite della PAI (Polizia Africa Italiana), mentre aveva in braccio, assieme a un pane, una delle sue bambine, ancora lattante.

(Articolo apparso su la Repubblica il 20 giugno 2007)