29 luglio 2008

Bruciano le ore di quest’estate,

bruciano i chiodi e le loro ombre,

le macinate imprese svanite nel vento

e le mille apnee dettate dalla storia.

Fuori, nella sera, mi disperdo

sostando nell’assenza di luce, con resa.

Quello che ho appena scritto è

cibo per cani, gli stessi ai quali

da mesi accarezzo il pelo,

eppure danzo e separo il commestibile

dall’osceno. La mia bocca ringrazia,

e di tutto il silenzio composto di materia

seleziono solo le sillabe di fiaba.

La vista urta contro il neon di un locale,

mancano pochi attimi prima dell’ urto,

immagino il letto, la stasi e le sue variazioni,

il museo interiore scolpito sulla pelle,

il verme che tutto divora, il freddo

marmo da cui in distanza m’abbevero.

r.a.

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