Pynchonalia

estratto da “L’integrazione segreta” in Entropia e altri racconti
di Thomas Pynchon

Fischiando, giungevano dall’interno suoni elettronici. “Grovie” disse Tim, battendo sulla finestra. “Ehi”.
Grover aprì la finestra e annunciò a Tim che aveva una deprecabile tendenza al ritardo.
“Che?” chiese Tim.
“Ho appena sentito un ragazzo da New York” rispose Grover, mentre Tim si infilava nella stanza. “C’è qualcosa di strano nel cielo, di solito riesco a malapena a prendere fino a Springfield”. Grover era radioamatore. La ricetrasmittente e il pannello di controllo se li era montati da solo. Per via del cielo, e anche delle montagne, i segnali in arrivo erano capricciosi. Certe notti, quando Tim si fermava lì a dormire, la stanza di Grover col passare delle ore si riempiva di voci incorporee, che a volte arrivavano persino dal mare. A Grover piaceva ascoltare, lui però trasmetteva di rado. Teneva appese al muro della cartine stradali, e ci faceva un segno ogni volta che sentiva una voce nuova, riportando anche la frequenza. Tim non l’aveva mai visto dormire. Poteva farsi vivo a qualsiasi ora, sicuro di trovarlo in piedi, a manovrare le sue manopole tendendosi schiacciata sulle orecchie un’enorme cuffia di gomma. C’era anche un altoparlante; a volte era acceso pure quello. Scivolando dentro e fuori dal sonno, Tim sentiva mescolarsi ai propri sogni poliziotti chiamati per incidenti d’auto, oppure semplici rumori, ombre che si muovevano là dove tutto avrebbe dovuto essere immobile, tassisti che aspettavano i treni notturni lagnandosi del caffè o facendo battute caustiche al centralinista del radio-taxi, un pezzo di partita a scacchi, rimorchiatori che trascinavano una fila di chiatte cariche di ghiaia lungo lo Hudson, operai della manutenzione stradale che d’autunno e d’inverno lavoravano fino a tardi per sistemare barriere o per spalare la neve, e poi di tanto in tanto un cargo in mare, quando quella roba su in cielo, lo strato di Heavside, era favorevole – queste cose scendevano e filtravano tutte insieme a popolare i suoi sogni, così che al mattino non sapevano mai quali erano vere e quali frutto di allucinazioni. Grover non gli era mai stato d’aiuto. Appena sveglio, mentre era ancora un po’ nel mondo dei sogni, Tim chiedeva: “Grovie, e il procione sperduto? La polizia l’ha trovato?”, oppure: “E quel canadese che risaliva il fiume su una casa galleggiante?”. Grover rispondeva sempre: “Non mi ricordo”. Etienne Cherdlu, quando si fermava anche lui a dormire con gli amici, ricordava cose diverse da quelle di Tim: canzoni, gente con l’hobby di osservare i tassi, che faceva rapporto a una specie di quartier generale, oppure accese discussioni di football, mezze in italiano.