Beppe Sebaste, Panchine (Laterza, 2008): un estratto

Verdi, a onda, tratto da Panchine

di Beppe Sebaste

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Lo si sarà capito, ma lo dico lo stesso: io sono uno di quelli che si siedono sulle panchine.
Non solo nei belvedere o sui poggi panoramici, di fronte a un lago o sul lungomare, ma anche nei parchi, nei giardinetti, nelle piazze, nei viali, negli interstizi tra le case, negli angoli, in centro, in periferia, alle fermate dell’autobus senza salire sull’autobus, e anche sotto casa. Ovunque. Potreste avermi visto, magari di sottecchi. O più probabilmente avete evitato di guardarmi: perché nelle nostre città, da qualche tempo, chi si siede su una panchina non è più soltanto anonimo, diventa invisibile.

Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che nella Milano dei primi anni Sessanta, quella del boom economico, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, perché «strascicava i piedi». Ben prima che fosse detta «da bere», a Milano Bianciardi vedeva «la gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare», e che per di più «si sentono privilegiati». Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte della produttività e dell’efficienza, ma anche allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta seduto su una panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi è un disoccupato, uno sfaccendato, vita di riserva da ignorare.

Per molti, che a stare seduti su una panchina provano imbarazzo, è l’immagine della provvisorietà, della precarietà, forse del declino. Stare in panchina, nel lessico attuale, è il contrario dello scendere in campo. Ma la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade. Non è necessario che sia sullo Stelvio o sulla Promenade des Anglais – anche se è bello vedere di schiena qualcuno seduto sulla panchina con lo sfondo delle montagne o del mare. O dei grattacieli di New York. È sufficiente la bellezza del sedersi su una panchina in città e guardare una strada o una piazza. Guardare la gente che si muove, che vive. Guardare l’autobus che passa, guardare i piccioni, guardare le nuvole sopra la testa. Lo scrittore francese Georges Perec lo ha fatto per interi pomeriggi, seduto a Parigi in place Saint-Sulpice, negli anni Settanta. Le pagine che riportano le sue osservazioni (Tentativo di esaurire un luogo parigino) sono una lezione di scrittura e di felicità mentale. Un lavoro di accettazione di sé e del mondo, di semplificazione dello sguardo: «sforzarsi di guardare più piattamente». Insegnano fra l’altro che, ovunque si trovi, la panchina è per chi si siede il centro dell’universo.

Sulle panchine si contempla dunque lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo. Ecco alcuni dei non piccoli piaceri del sedersi su una panchina. Infine, è molto semplice: le panchine sono i posti in cui si siede la gente, proprio come le periferie – su cui si sono stratificate tante chiacchiere di esperti – non sono altro che i luoghi in cui abita la gente. Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sembrano oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia) nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire.