Mauro Covacich: sette consigli per scrivere un buon racconto

«La forza del testo breve sta anche nella sua miracolosa semplicità. Ed è sbagliato puntare all’incredibile»
di Mauro Covacich
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Ci sono delle regole per scrivere un bel racconto? Direi di no. Semmai ci sono delle regole per evitare di scriverne uno brutto. Scrivere un bel racconto richiede una dose essenziale di incanto, di fortuna, senza la quale anche il più grande virtuoso delle tecniche di «creative writing» può solo confezionare un «prodotto carino». Un racconto brutto invece è il risultato di ingenuità facilmente scongiurabili – dando ovviamente per scontato che parliamo di persone a cui piace raccontare e che si sentono portate a farlo.

Il decalogo, anzi l’eptalogo che segue (mi sono venuti solo sette comandamenti) richiede anche un’altra premessa: che l’aspirante narratore prenda questo gioco sul serio, non cioè come un semplice esercizio aguzza-ingegno, ma come una prova in grado di rivelargli qualcosa di sé e degli altri che ancora non sa. Voglio dire, chiunque abbia una certa padronanza della lingua e della metrica italiane può divertirsi a comporre un sonetto: poi, su un altro piano, ci sono coloro che sentono di dover esprimere un’emozione e di poterlo fare solo attraverso le barriere vivificanti di quelle quattro strofette. Ecco, l’eptalogo è per loro.
Primo, non pensare a scrivere, pensa a vivere. Se vivi pienamente, se presti attenzione alle cose che ti succedono attorno, se ascolti e ti ascolti, il più è fatto. L’esperienza si trasformerà in scrittura, pretenderà una voce, una pagina.
Secondo, non chiederti cosa sarebbe bello leggere, chiediti se ciò che hai in mente puoi evitare di scriverlo. Se la risposta è sì, alzati e vai a farti un giro, ci sono mille cose più divertenti che sforzarsi di raccontare una storia. Eccoci alla faccenda dell’ispirazione. L’ispirazione, intesa come furor poetico insufflato dagli dei, forse non esiste, d’accordo, ma neanche l’immagine opposta dello scrittore artigiano, dello scrittore che pialla e incolla e poi chiude per cena, be’ neanche quella vale granché. Diciamo che a piallare e a incollare s’impara (se si è portati), ma senza un’idea che ti inchiodi alla sedia e ti costringa a farsi scrivere non verrà mai fuori nulla di buono. Bene, immaginiamo che l’idea del racconto sia già lì, nel suo bel fumetto con la lampadina…
Terzo, non andare tu dal racconto, lascia che il racconto venga a te. Non titillarlo, non supplicarlo, non metterti davanti alla campitura immacolata di Word prima di avere una frase in testa con cui sporcarla. Niente è più inibente che trovarsi a inventare dal nulla con un documento Senza Titolo che ti fissa in quel modo spietato e neutro di cui solo lui è capace. Un trucco è appuntarsi la frase quando viene – su un tovagliolo di carta, una bustina di zucchero, un biglietto della metro, non importa dove – e mettersela in tasca. Se ci si dimentica (55%) vuol dire che non ne valeva la pena. Se ci si ricorda ma rileggendola fa schifo (40%), il risultato è lo stesso. Altrimenti (5%) si comincia a lavorare.
Quarto, non perderti in fronzoli, niente digressioni, niente preamboli. La forza del racconto breve sta anche nella sua miracolosa semplicità. Pensa a Cechov, pensa a Carver, pensa a Kafka. È un tuffo, non puoi metterti a ricamarci sopra – uno, massimo due avvitamenti -, importante è come entri in acqua.
Quinto, non dare informazioni, non spiegare, non commentare, fai in modo che quello che vuoi esprimere sia trasmesso dai gesti dei tuoi personaggi e dalle battute dei loro dialoghi. Se Eva è depressa, non scrivere Eva è depressa, scrivi Eva fissa il soffitto, scrivi i suoi capelli hanno bisogno di uno shampoo.
Sesto, non puntare all’incredibile, punta anzi a rendere il tuo personaggio il più credibile possibile. Se è un marziano, dài al lettore l’impressione che, se fosse anche lui un marziano, penserebbe e agirebbe in quel modo.
Settimo, non salvare mille versioni, occupano un sacco di memoria inutilmente. Se le hai scartate una volta, non ti piaceranno più.
Ecco, adesso sei sicuro che non scriverai un racconto brutto. Per quello bello, chiedi ai maghi.