Elisabetta Liguori, Leggere Lolita a 40 anni

LEGGERE LOLITA A 40 ANNI

di Elisabetta Liguori

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E se fosse troppo tardi?

Il capolavoro di Vladimir Nabokov “Lolita” è da molti ritenuto il romanzo del principio, dell’irruenza, quello che promuove le prime rivoluzioni. Una lettura preliminare, ma forse non solo questo.

Ho letto Lolita molto lentamente, anche se avevo fretta. Cercavo l’immagine di un azzurro scimmione che, dopo anni in gabbia, a fatica mette giù il suo primo disegno e con una matita incide in un foglio quelle che sembrano delle sbarre. Disegna la sua galera. Cercavo la suggestione sulla segreta prigionia di ciascuno, che Nabokov afferma essere stata la spinta iniziale alla stesura del suo romanzo. L’ho trovata. Cercavo il senso del crepuscolo. Ho trovato anche quello. Perché Lolita è un romanzo enigmatico che richiede strumenti adatti alla sua comprensione. Strumenti maturi, contraddittori, caparbi, consapevoli, vezzosi, crudelmente coraggiosi, ma non divini.

Adesso so di aver avuto per le mani un romanzo esplosivo che ha funzionato coi lettori di generazioni e generazioni come un elastico. Respinge e attrae. Avvicina e allontana. Bagna e prosciuga. Forse un romanzo per tutti, siano donne o uomini, siano primule che tardone, purché allenati alle acrobazie e infinitamente curiosi. Ad ogni modo, questa specie di mistero alchemico narrativo che libera l’anima degli uomini, pur raccontando delle loro prigionie, al quale io sono forse arrivata troppo tardi, ha liberato in me una domanda: perché continuo a scrivere? Perché non chiudo bottega e mi metto l’anima in pace? Un amico mi dice che leggere i classici fa malissimo. Lo fa per prendersi cura di me e so che devo essergliene enormemente grata. Lui mi consiglia di alternare un capolavoro ad una Cedrata Tassoni, per mitigarne gli effetti. La bevanda minore in questione trova nel panorama delle lettere il suo corrispettivo in quelle opere di nicchia, di fattura discreta, ma non eccelsa, firmate da scrittori semi sconosciuti, facilmente confondibili con altre firme semisconosciute, destinati a seguire correnti letterarie variabili, note ed opache, senza emergere dalla massa. L’alternarsi dei mostri sacri agli anonimi scribacchini dovrebbe contribuire a proteggere il sogno e non far calare la mia autostima sotto i livelli di guardia. Quel mio amico ha ragione: Lolita è un punto di non ritorno. Lolita assunta senza antidoto è puro veleno. Lolita è pericolosissima. Lolita cancella il resto. Forse ho sbagliato a non seguire i consigli del mio saggio amico.

Questo è un romanzo che sembra fatto di diversa materia, che obbliga chiunque a confrontarsi con altro da sé e con i propri desideri. Un testo che ha vita propria, dotato non solo di un congruo numero di parole messe in bel ordine, ma di un corpo enorme e congestionato di sangue velenoso e succulento. Un romanzo che sembra sfuggire ad ogni logica. Spaventoso quanto stupefacente.

“Potete sempre contare su di un assassino per una prosa ornata”.

Vladimir Nabokov è quell’assassino per sua stessa ammissione. Un genio reo confesso, dunque. Miei signori, in un mondo di innocenti e vittime, d’innocentisti e vittimismi, come è quello in cui viviamo, è bene drizzare le orecchie. Con la sua prosa complessa, giocosa, sensuale ed eccessiva, Nabokov ha assassinato lettori e scrittori dagli anni 50 fino ad oggi e ha visto la folla del dissenso levarsi in coro. Io sono tra questi, a quaranta anni suonati.

Lo ammette lui stesso senza appello: è un romanzo diabolico, quello che ci ha lasciato, venato di un’assoluta solitudine e di tutto il delirio, la lisergica euforia, la rabbia del rimorso, l’abbaglio carnivoro che ne deriva. Sin dal suo celebre incipit e dalla lettura delle prime pagine, un lubrico e tintinnante eremitaggio dell’anima (quello del professor Humbert Humbert, colto francofono di bel aspetto alla ricerca dell’America, ma anche quello di Lolita, bambina indotta alla putrefazione ed all’idrofobia), assale il lettore che si ritrova tra le mani questa perla nera. Un cenobio che contagia, aderisce, s’incolla. Il professore ama la sua bambina, gioca con lei tra bava e sciarade, la ruba al mondo, si ciba della sua infanzia e la mescola ai suoi ricordi, inscena un teatro dolorosissimo e lascivo e in quello si perde. Arriva ad uccidere per lei. Fino a restare totalmente solo. Eliso, finito, scomparso oltre che solo. Come solo è il lettore di fronte a lui. Entrambi giustamente giudicabili.

Finalmente giudicabili.

Nel duello Nabokov usa armi improprie e s’espone volontariamente alla condanna. L’arma del delitto è sua narrazione. Una narrazione tutta in soggettiva. Tutta di pancia e arguzia. Tutta ironia e punta di lama. Ahi loro! Ci sono lettori indifesi a vent’anni, come a quaranta. Molti sono quelli ai quali questo romanzo può e deve ancora fare del male. Molti quelli che, di fronte a questo romanzo, potranno finalmente reagire. Potrebbero derivarne valanghe di benvenuto dissenso, direi, potrebbe derivarne diversità, ira, passione, verità, giusto cambiamento. Dio, sia lodato! Lolita, la ninfetta, è il giardino che incontra il crepuscolo. Lei è l’esplosione. I fili d’erba verde da preservare. Lei è la ninfa del bosco serrato, demoniaca e pura, luce e ombra, che eccita le pagine di un uomo inquieto. L’occhio che la osserva è violato, osceno, geniale e, soltanto alla fine di un lungo peregrinare nel peccato, si renderà conto di essere semplicemente Amore. Un Amore complesso perché gemello della Colpa.

Nulla è semplice nel romanzo di Nabokov, infatti. Questo romanzo ha in sé la malignità di un gioco crudele e perfetto, quella di un divieto infranto ripetutamente, quella di un cruciverba senza soluzione, quella di una malattia rara. Io ho letto, riletto, cercato di comprendere, poi ho urlato e d’improvviso scrivere è diventato difficilissimo. Perché? Non so dirlo con certezza, ma credo sia accaduto a causa di qualcosa che ha a che fare con la lingua utilizzata dall’autore, con le modalità attraverso le quali il genio laido e dissidente di Humbert Humbert racconta il suo peccato, non solo ad una platea di possibili giurati in processo, ma al mondo intero. Non è stato il peccato, non l’assassinio in sé, né il senso di giusto raccapriccio a sconvolgermi, dunque, ma l’arma utilizzata.

Questa è un’arma che edificando opinione pubblica rivela nuovi confini.

Tutti i confini possibili, io credo. Quelli tra narrazione e artificio. Tra gioco linguistico e fatica. Tra illusione e realtà. Tra Europa e America. Tra lecito e illecito. Tra morale e bellezza. Tra vecchiaia e giovinezza. E quel che è più incredibile è che, benché i proiettili della sua pistola, come ammette il dotto e osceno Humbert Humbert, siano lenti, goffi e ciechi, fanno malissimo.

Arrivano al bersaglio comunque.

“Il senso morale è nei mortali il prezzo da pagar al mortal senso di bellezza”

La creazione della categoria umana della “ninfetta” è creazione di bellezza, oltre che di peccato, infatti. È la bellezza che genera il peccato. È la bellezza che esplode. È bellezza davanti alla quale nessuno può rimanere impassibile.

Il nome stesso: Lo-li-ta è rimbalzante creazione di autentico piacere; è romanzo nel romanzo, è fonema composto da suoni, immagini e piccole acrobazie del pensiero e della lingua che saltellano nella bocca. La L di Lolita, per esempio, va pronunciata come fosse zucchero liquido, come fosse il frammento umettato di un lollipop. La sillaba TA segna invece il precipitare dello zucchero nell’inferno. Quel nome sintetizza perfettamente l’origine e l’evolvere del peccato di Humbert Humbert e la sua sorte ultima. Mille diverse opzioni di donna sono celate in quel solo nome e pronunciandolo ripetutamente H.H. comprende di essere un uomo orrendo. Quasi nessuno ci riesce davvero, nemmeno a campare trecento anni. Lui sì. Lui può. E chi legge con lui.

Eppure nessuna tragedia. In Lolita c’è dolore, strazianti allucinazioni, desiderio, condanna, ma il tutto è poggiato su un letto di petali e piume. Sarcasmo, estro, euforia. Il ballo di San Vito in salsa lessicale. Quando il mostro comprende di esserlo e, dopo anni di viaggio senza meta, si rende conto di non aver altro rimedio se non il vezzo espressivo e poi la morte, è ormai vicina la fine. La musica sta rallentando.

A quel punto la letteratura del raccapricciante Nabokov diventa “melanconico, vocalissimo palliativo dell’arte espressiva” con risultati sconvolgenti. Il romanzo cambia tono quando all’amore s’aggiunge il giudizio. La narrazione non è più la stessa quando subentra nel protagonista la consapevolezza del male. Ogni illusione si frange contro un calambour.

Così dopo le prime duecento pagine di glorioso piacere, cominciano quelle del crepuscolo. La scimmia vede le sue sbarre e dopo aver pianto, bestemmiato, urlato, finalmente disegna. Meravigliosamente si disegna. Scrive di sé. E’ così che H.H. invecchia: il suo genio punendosi si fa letterario, tragico e gigantesco. S’ammanta di pietà. Hemingway nel suo indimenticabile “Fiesta” scriveva che gli ingredienti che fanno di un’opera letteraria una grande opera sono l’ironia e la pietà. Nabokov a questi aggiunge la luce dorata del giorno che brilla sulla carne di una donna che vive semplicemente la sua vita come può, come sa, come deve. Ed è il capolavoro.

Si sa. Dopo i quaranta ogni scoperta è definitiva. A ciascuno la propria. Anche per me. Ora che ho letto Nabokov non troverò più alcun rimedio. Non basterà una Cedrata Tassoni a ristorarmi.

Articolo apparso ieri su “Il Paese Nuovo”